Frasers rafforza la presa su Burberry: i diritti di voto salgono al 7,42%
Frasers alza ancora la posta su Burberry. Il gruppo britannico fondato da Mike Ashley detiene ora il 7,42% dei diritti di voto della maison, come emerge da un documento depositato lunedì presso le autorità di regolamentazione, e come ricostruisce Business of Fashion riportando una Bloomberg. Si tratta dell’ennesimo incremento nel giro di poche settimane: in precedenza la quota si attestava al 6,32 per cento. La posizione è stata costruita attraverso la recente vendita di opzioni put che, se esercitate, renderebbero Frasers il primo azionista del marchio britannico.
La mossa arriva in una fase delicata per Burberry. Il CEO Joshua Schulman è infatti impegnato nel rilancio del brand, portato avanti anche con una riduzione dei prezzi e un ritorno alle categorie iconiche, a partire da trench e sciarpe. Il contesto resta però complesso per l’intero comparto del lusso: come spiega BoF, la clientela più facoltosa sta riducendo la spesa e il conflitto in Medio Oriente pesa sui consumi. Il titolo Burberry ha perso il 19% dall’inizio dell’anno fino alla chiusura di venerdì, mentre lunedì alla Borsa di Londra è arrivato a guadagnare fino all’1,6 per cento.
Per Frasers l’operazione si inserisce in un modello di crescita costruito anche attraverso l’ingresso nel capitale di società esterne al proprio perimetro. L’obiettivo non è necessariamente il controllo: le quote possono consolidare rapporti commerciali, aprire l’accesso a nuovi mercati e creare le condizioni per operazioni successive. Il gruppo, di cui Ashley controlla oltre due terzi del capitale, è guidato dal genero Michael Murray e negli ultimi mesi ha applicato questa strategia con intensità crescente.
Il caso più rilevante nel lusso è quello di Hugo Boss. Frasers ne è diventata il primo azionista aumentando progressivamente la propria esposizione fino a lanciare un’offerta pubblica volontaria. Al termine del periodo supplementare di adesione la sua partecipazione è salita al 47,89% del capitale e dei diritti di voto. Il gruppo è inoltre il secondo socio di Mulberry, dopo un precedente tentativo di acquisizione. A queste partecipazioni si affianca la nuova piattaforma Frasers Group Luxury, presentata da Murray durante la Paris fashion week, che riunisce Flannels, Harvey Nichols e The Webster. L’obiettivo è coordinare e sviluppare le attività di alta gamma del gruppo sia con la crescita organica sia con nuove acquisizioni e investimenti. Secondo Murray, il business del lusso ha superato il miliardo di sterline di valore nel giro di dieci anni e rappresenta ormai uno degli assi portanti della strategia.
Il risiko di Frasers riguarda anche lo sportswear. All’inizio di ottobre il proprietario di Sports Direct ha reso nota una partecipazione dell’8,78% nelle azioni Class A di Under Armour. Secondo Bloomberg, la mossa segnala una nuova spinta verso il mercato statunitense. Nella documentazione depositata alla Sec, Frasers ha definito l’investimento una partecipazione a fini finanziari, senza intenzione di intervenire sulla gestione. Il controllo del gruppo americano resta saldamente nelle mani del fondatore Kevin Plank, che detiene circa il 64,6% dei diritti di voto complessivi. In Puma, invece, Frasers ha costruito una quota intorno al 5,77%, legata anche alla relazione commerciale tra il brand tedesco e Sports Direct. In Australia ha portato la partecipazione in Accent Group al 22,9%, affiancandola a un progetto di sviluppo della rete Sports Direct nel Paese.
In ultima battuta, la campagna di investimenti si accompagna a conti in chiaroscuro. Nell’esercizio chiuso il 26 aprile 2026 Frasers ha registrato ricavi in crescita dell’8,7% a 5,33 miliardi di sterline (circa 6,2 miliardi di euro), sostenuti dall’internazionalizzazione (+59,2%), e un utile ante imposte riportato in aumento del 38,9% a 527,8 milioni. Sul mercato domestico, però, i ricavi di Uk Sports sono scesi del 4,7% e quelli di Premium Lifestyle del 6,9%. L’utile rettificato ante imposte è calato del 4% a 538 milioni, mentre le svalutazioni legate alle acquisizioni hanno portato a una perdita operativa di 152,2 milioni di sterline, contro un utile di 38,1 milioni un anno prima.
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