Fuksas al Senior Economy di Senzaetà: l’Abitare del futuro
LA CASA PER TUTTI È POSSIBILE?
Riportiamo una sintesi dell’intervento dell’arch. Massimiliano Fuksas inviatoci al Senior Economy di Roma, evento organizzato da Senzaetà.
“A Napoli sono riusciti a fare un miracolo: costruire una città per la gente che ci vive.. Una città su misura che si esprime con la stessa lingua, nello stesso modo… Parliamo di Roma: se guardiamo questa città, dobbiamo rispettare chi ci vive e rendergli la vita più facile, attraverso l’analisi delle fasce d’età diverse, con esigenze diverse; delle persone con fragilità; delle condizioni sociali, familiari (per esempio chi vice in solitudine) lavorative e quindi, abitative.
Mi sono occupato di Niscemi dove è forte l’emergenza casa. Niscemi è lo specchio di una condizione diffusa. Le nostre città sono esposte a un elevato rischio idrogeologico e sono fatte di un patrimonio edilizio con oltre cinquant’anni di vita. Abbiamo sempre ritenuto che la casa per tutti costituisca il fondamento della civiltà di un popolo.
Come possiamo trasformare questa esigenza in programmi reali, rapidi ed economicamente sostenibili? È da parecchio tempo che lavoriamo ad un nuovo modello di Abitare. Durante il Covid, abbiamo scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per evidenziare come la casa fosse il primo presidio di difesa. Occorreva pensare ad un futuro in cui l’abitazione fosse flessibile e dotata di strumenti sanitari che mettessero direttamente in contatto con i presidi territoriali. Evitando la congestione dei pronto soccorso. Una casa intelligente, capace di rispondere a tutte le emergenze possibili.
L’emergenza principale è davvero quella di dare alloggio a tantissime persone?
In Francia ogni anno si realizzano 38.000 alloggi sociali. In Germania 49.000 e in Spagna 14.000.
In Italia dato non pervenuto. Il fabbisogno stimato per il 2025 era di 198.000 alloggi in Francia, 140.000 in Germania ed esplode in Spagna con 600.000. E in Italia ancora dato non pervenuto.
Analizziamo la Cina, ancora ci stupisce: Scheng Zen è partita da 15mila abitanti oggi ne fa 17 milioni. Ma il passo avanti decisivo non è nel numero, ma nella tecnologia impiegata nell’Abitare… mantenendo sempre il verde, sempre presente in tutte le realizzazioni urbanistiche…. Vogliamo parlare di Social Housing… meglio ancora di cohousing?
Prima però l’analisi passa da numeri impressionanti, che includono i fragili, gli anziani, i separati, chi non ha un tetto, chi non ha i mezzi per pagare un affitto o acquistare casa. Ci sono migliaia di immigrati che attendono di essere regolarizzati. E lo saranno…. Queste saranno le nuove generazioni, un mix culturale che arricchirà la nostra società.
La città ideale esiste, è quella che nasce da pezzi di altre città dove la misura è l’Abitare.
L’invecchiamento è molto brutto, inutile nasconderlo. E’ brutto se parliamo dell’uomo…. è brutto vederlo sugli edifici, sulla città.
Salisburgo dove ho avuto una mia realizzazione, bada fortemente a mantenersi sempre giovane come città, con cambiamenti successivi, il cambiamento è innovazione. Ma nell’abitare è fondamentale il vivere meglio, – i servizi, – la sicurezza.
Come nei processi biologici in cui le cellule si rinnovano continuamente eliminando le anomalie, stiamo creando nuove unità abitative che sostituiscano progressivamente quelle “malate”, favorendo una rigenerazione urbana diffusa. Attraverso algoritmi complessi, si aggregano i dati relativi al numero di abitanti, alle modificazioni climatiche, in altre parole che tipo di architettura è sostenibile.
Tutto questo consente la realizzazione in tempi brevi di modelli flessibili e modificabili nel tempo, perché modulari. Non fermiamoci allora al cohousing. Il processo industrializzato può produrre abitazioni che non siano semplici container d’emergenza.
L’industrializzazione non ha niente a che vedere con la vecchia prefabbricazione, ma ha i vantaggi di ridurre i tempi di costruzione, i costi ed i rischi per le maestranze.
C’è poi il tema della qualità. È possibile costruire o ricostruire le nostre città partendo da un disastro? Come si fa a ritrovare la diversità e l’empatia proprie della dimensione collettiva?
È possibile se si abbandona la logica dell’emergenza come unica risposta.
Il disastro sia punto di partenza per un processo strutturato, capace di sovvertire modelli urbani fallimentari e pratiche consolidate di speculazione. Ricostruire significa anche intervenire sulle norme, snellendo le procedure e creando strutture di controllo e monitoraggio costante della situazione.
Ricostruire significa pensare al futuro e non al passato. E l’architettura ha un futuro profondamente legato alle persone.
Deve essere capace di ascoltare, di adattarsi, di evolvere insieme alla società.
La parte più difficile è quella di non costruire solo l’architettura, ma luoghi di aggregazione e vita in comune.
Perché, in fondo, ogni città cos’è, se non il luogo di incontro per eccellenza?”.
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