Gianni Cervetti, e il tempo in cui il riformismo era una cosa seria

08 Maggio 2026 - 05:04
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Gianni Cervetti, e il tempo in cui il riformismo era una cosa seria

C’è stato un tempo nel quale il riformismo italiano era vivo e vegeto: più limpido di quello, malmostoso e personalistico, di oggi. Battaglie aspre ma con un certo stile, e molta sapienza.

Gianni Cervetti, scomparso ieri alla bella età di 92 anni, di quella vicenda è stato un protagonista serio e autorevole. Dirigente milanese del Partito comunista italiano e poi parlamentare ed europarlamentare, è ricordato soprattutto perché fu l’uomo che, su incarico di Enrico Berlinguer, recise il rapporto economico con l’Unione Sovietica; e dunque perfetto per raccontare, nel libro “L’oro di Mosca”, pubblicato per la prima volta nel 1993, quanto quella sudditanza del Pci avesse inciso nella storia di quel partito.

Venne quindi naturale per lui, già amendoliano, schierarsi con i “miglioristi” di Giorgio Napolitano, cioè con i riformisti che si batterono, senza gran successo, per portare il Pci nell’alveo della socialdemocrazia europea e sul fronte interno a un positivo rapporto con il Partito socialista italiano.

Né Berlinguer, né Alessandro Natta, e nemmeno Achille Occhetto, che pure il Pci lo sciolse, andarono verso il socialismo europeo e tanto meno quello italiano. Ma Cervetti, uomo mite, colto, fu sempre coerente nella lotta interna. Perché nel Pci ci fu, seppure al riparo della pubblicità, una dura battaglia politica. Tanto che Berlinguer fu messo seriamente in difficoltà, per non dire in minoranza, negli anni tra il 1980 e il 1984, quando morì.

Altri tempi, altre personalità. Di quella fiammella riformista non è rimasto moltissimo anche considerando che i termini del problema sono completamente diversi: dov’è oggi una socialdemocrazia cui guardare come a un approdo possibile?

E tuttavia permane nel mondo progressista una voglia di contrastare quel populismo di sinistra mischiato alle solite istanze massimalistiche poco europeiste e con dubbia cultura di governo che oggi va per la maggiore: solo che questa voglia si sfarina e si perde come in una conversazione continuamente interrotta. Così che si ha la sensazione che ogni volta si ricominci daccapo, oggi con questo leader, domani con quel partitino, in un perpetuo girotondo senza allegria.

Adesso poi che si è entrati nella logica della campagna elettorale è scattato il gioco del si salvi chi può ed è tutto un ragionare di seggi, liste e collegi. Invece di unire le forze, come al solito i vari riformisti si polverizzano. E può capitare che un piccolo partito come +Europa si sfrangi tra chi va con Italia viva, chi con Azione e chi con il Partito democratico, dove i riformisti devono difendere con i denti le loro posizioni, mentre gli abbandoni si susseguono, come vedremo presto, ma senza un filo unitario, e la Casa riformista resta ancora senza le fondamenta. Fosse in campo, un Partito riformista sarebbe a due cifre.

Insomma, quello che manca è non solo una figura unificante ma un orizzonte concreto, un principio d’ordine. All’epoca di Gianni Cervetti, pur con tutti gli errori, non era così. La battaglia politica non si trasformava in caos permanente. Le persone erano più serie, le idee più chiare.

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