Gli incendi sono nazionali, ma gli estintori e i mezzi di soccorso sono europei

La lettura quotidiana dei giornali internazionali non è tranquillizzante. In Francia i conti pubblici si intrecciano con una crisi politica profonda, in Germania la crescita di AfD scuote il sistema dei partiti che per decenni ha guidato l’integrazione europea, in Spagna una delle economie più dinamiche dell’Unione convive con un’emergenza abitativa che trasforma la crescita statistica in insicurezza quotidiana. E in Italia il meccanismo lo conosciamo bene: quando il debito pubblico riprende a fare paura, quando la casa è un miraggio per i più giovani e i salari ristagnano, la tentazione è promettere di riprendersi in patria il potere ceduto a Bruxelles.
Ma se gli incendi sono nazionali, gli estintori sono europei. Sono già lì, appesi al muro. Luis Garicano non è soltanto un economista della London School of Economics. Per qualche anno ha provato a cambiare l’Europa dall’interno: eurodeputato dal 2019 al 2022, vicepresidente di Renew Europe per gli affari economici, ha lavorato al Recovery Fund, al meccanismo europeo sul carbonio, alle sanzioni contro la Russia. Poi è tornato a studiare le istituzioni che aveva provato a governare.
Ieri, una conversazione con Yascha Mounk su Persuasion, ha riproposto un’idea che si spiega in una riga: se puoi vendere qualcosa a Madrid, devi poterla vendere anche a Bruxelles. Semplice.
La sua diagnosi non è quella che i poco perspicaci si aspetterebbero da un liberale. Non dice che abbiamo troppo welfare o troppe tasse, e neppure che agli europei mancano capitali o capacità di innovare. Dice che abbiamo costruito un mercato di quasi cinquecento milioni di persone e continuiamo a comportarci come se ne avessimo 27, un mercato per ogni Stato. Se un ingegnere è abbastanza qualificato per costruire un ponte in Germania, perché deve dimostrarlo una seconda volta per costruirne uno in Spagna?
La proposta è importare la Commerce Clause, uno dei pilastri della potenza economica americana: il Texas non può alzare una frontiera contro la California. Nell’Unione varrebbe lo stesso principio: ciò che è legale in uno Stato circola negli altri, con eccezioni per salute, sicurezza, ambiente e consumatori. Ma eccezioni, appunto. La frontiera non può tornare a essere la regola.
Sembra ovvio. Lo è talmente che abbiamo proclamato il mercato unico nel 1993. Trentatré anni dopo, il Parlamento europeo, citando il Fondo monetario internazionale, stima che le barriere rimaste equivalgano a un dazio medio del 44 per cento sulle merci e del 110 per cento sui servizi. Abbiamo tolto i doganieri e tenuto le dogane: qualifiche da riconoscere due volte, licenze, traduzioni giurate, regole societarie, procedure fiscali. Un’impresa edile può spendere più di diecimila euro solo in adempimenti per lavorare in un altro Stato. Ogni Stato tiene il proprio estintore sotto chiave. Abbiamo la stessa moneta, non ancora lo stesso mercato.
E qui viene la parte buona: Garicano non è solo. Mario Draghi ha mostrato cosa fare, due anni fa. Il suo rapporto ha spiegato che all’Europa non mancano risparmio, ricerca o capacità industriale, ma la dimensione per trasformarli in competitività. Due anni dopo il rapporto non è finito in un cassetto: competitività, mercato dei capitali, energia, difesa, semplificazione sono diventati il vocabolario dell’agenda europea. Delle 383 raccomandazioni censite dal Draghi Implementation Index, circa il 16 per cento era pienamente attuato a luglio e oltre il 40 per cento almeno in parte. È poco rispetto all’urgenza, ma è la prova che la direzione è quella giusta.
Enrico Letta ha contemporaneamente progettato l’impianto: il 28esimo regime, un ordinamento europeo opzionale che permette a un’impresa di nascere direttamente sotto regole comuni, con un passaporto valido in tutta l’Unione. Quell’idea da rapporto è diventata a marzo EU Inc., una proposta legislativa della Commissione.
Tre formazioni culturali diverse: la politica economica e monetaria di Draghi, il liberalismo istituzionale di Garicano, il cattolicesimo democratico di Letta, cresciuto alla scuola di Beniamino Andreatta. Non sono tre tecnocrati, sono tre ispiratori dell’Europa del futuro. Draghi ha misurato la frammentazione, Letta ha costruito il modo di aggirarla, Garicano propone di abbatterla.
Perché tutto questo conta? Perché l’Europa ha bisogno di crescere, non per diventare più americana, tanto meno per smantellare il proprio welfare, ma per poterselo permettere. La popolazione invecchia, la difesa va ricostruita, la transizione energetica va finanziata, i giovani si sentono privati delle opportunità che i loro genitori hanno avuto. Serve produttività. La gran parte non dobbiamo inventarla: dobbiamo liberarla.
La Banca Centrale Europea calcola che la sola crescita della dimensione delle imprese europee potrebbe recuperare circa un terzo del divario con gli Stati Uniti. Basta che un’impresa nata a Torino consideri Parigi, Berlino e Madrid per quello che diciamo da trentatré anni che sono: il suo mercato interno.
Il paradosso da evitare è rispondere all’incendio ricostruendo le frontiere che hanno indebolito il mercato europeo, cioè barricarsi in casa mentre il fuoco sale. Non c’è nulla di inevitabile. Non dobbiamo scegliere fra mercato e welfare, fra competitività e solidarietà. La scelta è fra un’Europa abbastanza produttiva da finanziare il proprio modello sociale e una che, crescendo poco, sarà costretta a ridimensionarlo.
C’ė anche un nuovo segnale positivo che viene da fuori. Dieci anni dopo Brexit, il Regno Unito ricomincia a parlare apertamente di ritorno. Il primo ministro Andy Burnham ha rimesso sul tavolo unione doganale, mercato unico e persino piena adesione. Nessun nuovo referendum, per ora, ma il tabù è caduto. Un sondaggio YouGov di giugno dava il cinquantacinque per cento dei britannici favorevole al rientro; il cinquantotto per cento dei francesi e il sessantatré per cento dei tedeschi accoglierebbero bene il ritorno, anche se le maggioranze si assottigliano quando si parla di restituire a Londra le vecchie eccezioni. Ed è giusto così: non una Brexit al contrario, ma l’occasione per un rapporto nuovo con un’Unione più integrata.
Per l’Europa sarebbe la dimostrazione che la sovranità si esercita meglio dentro un mercato e una comunità politica più grandi. L’ingresso fra le superpotenze di una grande democrazia, potenza nucleare, finanziaria e scientifica sarebbe un rafforzamento considerevole per la democrazia liberale sotto attacco.
Il federalismo europeo appare oggi una possibilità più concreta. Non comincia da una Costituzione solenne. Comincia da una banca che finanzia un’impresa in qualunque paese dell’Unione, da una società che nasce europea invece che italiana o francese, da un prodotto che attraversa una frontiera senza cambiare regolamento.
E comincia da un ponte che unisca senza dogane invisibili. I ponti sappiamo come costruirli, e sappiamo dove sono gli estintori. Ora dobbiamo solo staccarli dal muro, e farlo più in fretta delle fiamme elettorali che si avvicinano. Per farlo serve una nuova leadership europea, che sappia ispirare fiducia e ottimismo. Gli esempi che ho citato ci dicono che in parte già c’ė.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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