Lo Stabilicum arriva alla Camera, ma il vero esame sarà quello della Consulta

La nuova legge elettorale arriva oggi al voto finale della Camera, dopo che la maggioranza ha superato senza scosse le ultime prove dei numeri. A Montecitorio il passaggio decisivo sarà però quello a scrutinio segreto, previsto alle 12.30. Ed è proprio sulla tenuta della maggioranza che le opposizioni concentrano le accuse, mentre resta il dubbio sulla possibile presenza in aula di Giorgia Meloni per accompagnare l’ultimo voto. «Sono tranquilla come sempre», ha detto la premier alla vigilia, mentre dai banchi del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle arrivano accuse di timore nei confronti dei propri parlamentari.
La legge, che introduce il cosiddetto Stabilicum, o Melonellum, ha già incassato le ultime fiducie. Ieri è passato con 228 voti favorevoli, 144 contrari e tre astensioni l’articolo 3, relativo alla ridefinizione di alcuni collegi in Alto Adige. Via libera anche all’articolo 8, che introduce il voto fuori sede per chi ha comprovate ragioni di studio, lavoro o salute e per i caregiver familiari. Le opposizioni si sono astenute. Per Filiberto Zavatti di Avs è «solo una piccola goccia di positività nel mare di incostituzionalità e di ingiustizie di questo testo».
Ma il vero punto interrogativo sulla riforma riguarda quello che accadrà dopo l’approvazione. Secondo una seconda ricostruzione di Repubblica, il governo teme infatti una possibile bocciatura della Consulta, soprattutto sul premio di maggioranza previsto per il Senato. Palazzo Chigi avrebbe già attivato interlocuzioni informali con tecnici della Corte e con alcuni uffici apicali di Camera e Senato per capire quanto sia esposto il testo e come evitare che un eventuale intervento della Corte ne comprometta l’applicazione.
Il problema nasce dal fatto che la riforma assegna al Senato un premio nazionale di 35 seggi, mentre la Costituzione stabilisce all’articolo 57 che «Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale». Il meccanismo potrebbe quindi produrre una distorsione della rappresentanza territoriale: una coalizione che vince a livello nazionale potrebbe ottenere più senatori anche in una regione dove ha perso contro un altro schieramento.
Non ci sono però soltanto il premio e il criterio regionale. Tra i possibili motivi di intervento della Consulta Repubblica cita anche l’obbligo di raccogliere trecentomila firme per le liste prive di un simbolo già presentato alle elezioni e l’assenza di una quota minima del quaranta per cento di donne tra i capilista.
L’eventuale sentenza della Corte sarebbe comunque auto-applicativa, perché non è possibile lasciare il Paese senza una legge elettorale. Per il governo lo scenario migliore sarebbe una pronuncia che segnali le criticità senza cancellare il meccanismo, lasciando in piedi la legge. Una seconda ipotesi sarebbe trasformare il premio nazionale in una serie di premi regionali. La più problematica consisterebbe invece nella cancellazione del premio, con il ritorno a un proporzionale puro per il Senato.
Proprio per questo, secondo Repubblica, i tecnici del governo stanno già lavorando a un piano B: mantenere il premio di trentacinque senatori, ma assegnarlo attraverso un meccanismo fondato sullo scorrimento delle liste proporzionali e sui resti, così da renderlo più compatibile con il principio regionale. Resta però la decisione della Consulta. E la tempistica è decisiva: se la Corte intervenisse entro febbraio, con elezioni previste in primavera, il Parlamento avrebbe ancora il tempo per correggere la legge.
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