Gli Stati Uniti vivono a debito, e il mondo inizia a preoccuparsi

Maggio 11, 2026 - 05:14
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Gli Stati Uniti vivono a debito, e il mondo inizia a preoccuparsi

Insostenibile. È la valutazione, pressoché unanime del debito pubblico degli Stati Uniti. Ha superato i 39.000 miliardi di dollari (39 trilioni). Lo scorso ottobre era di 38 trilioni e all’inizio di agosto 2025 era di 37. Già a gennaio 2024 gli Stati Uniti avevano un debito di 34 trilioni di dollari che poi raggiunse i 36 trilioni nel successivo novembre. Un debito enorme lasciato dall’amministrazione Biden. In verità esso era il frutto della crisi del Covid. L’emergenza sembrava superata. Poi Donald Trump ha accelerato il ritmo dell’indebitamento americano, in misura senza precedenti.

Dei 39.200 miliardi, 9.400 (circa un terzo) sono detenuti da entità estere con in testa Giappone, Regno Unito e Cina. Le Banche centrali detengono ora circa il 43% dei titoli di Stato americani in mano a investitori esteri, in calo rispetto al 65% di dieci anni fa. Per il resto, 17.700 sono in possesso di investitori nazionali come fondi, banche, individui e altri; 4.500 della Federal Reserve e 7.600 miliardi sono in vari conti intergovernativi. Il deficit del bilancio federale per l’anno fiscale 2025 è già stato di ben 1.800 miliardi di dollari. Per il bilancio del 2027 sono previsti oltre 1.500 miliardi di dollari per il Ministero della guerra. La proposta di Trump rappresenta l’aumento annuo maggiore per la difesa dopo la Seconda guerra mondiale. Il Committee for a Responsible Federal Budget (Crfb), un organismo apartitico di controllo fiscale, stima che tale politica comporterebbe, per il periodo dal 2027 al 2036, un incremento della spesa totale per la difesa di 5.800 miliardi di dollari, con riverbero sul debito nazionale di ben 6.900 miliardi. 

Ovviamente anche il balletto sui dazi imposto da Trump ha effetti destabilizzanti e recessivi. In aggiunta ha fatto approvare tagli fiscali non finanziati previsti dal One Big Beautiful Bill Act. Secondo il Congressional Budget Office (Cbo), l’agenzia federale che fornisce dati economici al Congresso, nel prossimo decennio questi tagli fiscali aggiungeranno circa 3.400 miliardi di dollari al deficit di bilancio. Per non dire degli effetti della guerra con l’Iran.

I titoli del Tesoro e il dollaro statunitense, da sempre considerati beni rifugio, sono sulla strada della separazione. Dalla crisi del 2008 il divario tra il valore del dollaro, ancora la valuta di riferimento del mondo, e i titoli del Tesoro statunitensi si accentua sempre più. Gli investitori percepiscono un rischio maggiore nel possedere debito pubblico statunitense, il che potrebbe sollevare interrogativi sui futuri prestiti. Anche la Fed ha pubblicato uno studio su “Decoupling Dollar and Treasury Privilege” (Disaccoppiamento tra il dollaro e il privilegio del Tesoro). 

Tradizionalmente, gli investitori hanno accettato un rendimento – o tasso d’interesse – inferiore per i titoli del Tesoro per la loro percepita sicurezza e liquidità. Acquistando un bond, era possibile rivenderlo o darlo in pegno quasi istantaneamente in cambio di denaro contante ovunque nel mondo. Oggi, questo “privilegio” sta venendo meno a causa del debito pubblico statunitense da record. Secondo lo studio, vi sono due fattori che accelerano il disaccoppiamento. La scarsità di prestiti in dollari, poiché le normative emanate in seguito alla crisi finanziaria globale del 2008 hanno limitato la capacità delle banche di concedere prestiti in dollari. Il premio che gli acquirenti al di fuori degli Stati Uniti pagano per acquistare dollari è aumentato con la riduzione della capacità di prestito. In secondo luogo, c’è un eccesso di offerta di titoli del Tesoro. A partire dal 2008, gli Stati Uniti hanno inondato il mercato globale di bond, riducendone il valore. Nel 2025 il valore dei titoli del Tesoro in circolazione ha raggiunto i 31 trilioni di dollari rispetto ai 5 del 2008.

Il governo statunitense si trova di fronte a un dilemma cruciale: più debito emette, più erode il “privilegio” dei titoli del Tesoro. Di conseguenza, gli investitori potrebbero chiedere rendimenti più elevati per detenere un titolo più rischioso, e i costi per il governo statunitense potrebbero aumentare. 

Anche Jerome Powell, che sta per lasciare la presidenza della Fed e che ha appena deciso di mantenere il livello del tasso d’interesse, nonostante le ripetute richieste di riduzione da parte di Trump, ha affermato che, pur non considerando il debito nazionale di 39 trilioni di dollari immediatamente pericoloso, «il percorso del debito non è sostenibile. Non finirà bene se non facciamo qualcosa abbastanza presto». Il problema è il suo tasso di crescita. «Il debito del governo federale sta crescendo in modo sostanzialmente più rapido della nostra economia», ha dichiarato. 

Non è un caso che persino Jamie Dimon, ceo di JP Morgan, e parecchi altri grandi banchieri e finanzieri abbiano espresso gravi preoccupazioni per le prospettive a lungo termine del mercato obbligazionario. Dimon ha affermato che l’aumento del debito pubblico globale, compreso quello statunitense, potrebbe portare a «una sorta di crisi obbligazionaria» se i responsabili politici non agiranno in modo proattivo.

I rischi si stanno accumulando su più fronti. La geopolitica, i conflitti, i prezzi del petrolio e l’ampliamento dei deficit sono una miscela pericolosa che potrebbe innescare più gravi tensioni sui mercati.

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