Il gaslighting di Salvini, e il mistero del Frecciarossa sparito tra Termini e Tiburtina

Matteo, vieni, siediti. Non ti faccio niente, voglio solo parlare. Lo so che tu sei un bambino sveglio e hai già capito dal tono che arrivano gli scapaccioni, lo so che non si era mai visto che dessi del tu a uno che non ho mai incontrato e dev’esserci un guaio, ma ti giuro che non ce l’ho con te.
Devi sapere, Matteo, che io in genere conduco una vita privilegiata: se non ho un libro da promuovere, mi sposto talmente poco che l’anno scorso, che appunto non ne avevo uno, sono decaduta da carta oro dei Frecciarossa. Una parte di me soffre perché considera le sale d’attesa cui si accede con la carta oro un diritto umano inalienabile. Ma la parte maggioritaria di me è lieta di stare a casa a godersi il malumore degli altri.
Gli altri sono i poveracci che vanno costantemente in giro a vendere la loro batteria di pentole e che, Matteo, a ogni ritardo se la prendono con te. E io ogni volta a dire: ma Salvini mica fa il capostazione. E a pensare: vabbè, capirai, se il treno è in ritardo resterai più a lungo in poltrona coi tramezzini di Cracco, ci sono sfighe peggiori.
Poi è arrivata la Tiburtina. Lascia che ti parli della Tiburtina (con l’articolo, alla milanese), Matteo, che in diciott’anni di residenza romana non avevo mai visitato, e la settimana scorsa ho capito che ero stata fortunata a scansarla. La Tiburtina non è una stazione: è una truffa.
Tu dirai: cosa ci facevi alla Tiburtina, hai forse perso una scommessa? Quasi, Matteo, quasi. Sono andata in televisione, gli studi televisivi erano vicini, mi hanno detto se riparti da (senza articolo, alla romana) Tiburtina ce la fai a non dormire a Roma («non dormire a Roma» è la mia promessa di felicità).
Ora io so che tu capisci il fatto che una decida di giocare al paese reale e di non dire «col cazzo, mi faccio riportare da un autista», di dire «ma certo, tre Frecciarossa in due giorni, mica è la miniera» (e poi sono tutti punti coi quali riconquisterò la tessera oro). So che tu di questa tecnica sei esperto: quando mettevi sui social le foto dei tortellini col ragù, noialtri frequentatori di Bottura (il cuoco, no il pensatore) rabbrividivamo, ma il paese ti percepiva reale e ti votava in massa.
Arrivo alla Tiburtina, e il mio radar per le truffe inizia a pigolare. Un giorno bisognerà parlare di cos’è andato storto quando abbiamo deciso di mettere tutto a reddito. Una stazione che ha un negozio sbrilluccicante ogni metro è una stazione che deve farti spendere, sì, ma soprattutto che deve distrarti: il treno è in ritardo, ma puoi comprarti un bikini.
Sono le sei e mezza del pomeriggio, mi sono fatta prenotare l’ultimo treno, quello delle otto, perché nelle registrazioni televisive ogni tanto qualcosa s’inceppa, ma no, sono in anticipo, e posso prendere un treno prima. La app mi dà in ritardo di mezz’ora quello delle sei e tre quarti e quindi, percependomi furbissima, sposto la prenotazione su quello delle sette. C’è un McDonald’s, e il miraggio del pollo fritto mi distrae dagli imminenti tramezzini di Cracco: ho mezz’ora di tempo per andare a comprarmelo e portarlo a bordo.
Mi dirigo con calma al binario 6, che secondo i monitor è quello del mio treno, e ci trovo un carnaio che non vedo da trentacinque anni, cioè dall’ultima volta che sono stata su una spiaggia della riviera romagnola in estate. Prima del carnaio, per la verità, sbaglio binario. Prendo la scala mobile di fianco a quella per i binari 6/7, che tu, Matteo, penserai sia 8/9. No: a Tiburtina di fianco al binario 6 c’è quello 11. Sarà un capitolo di “Harry Potter”.
Perché tutta questa gente è sul mio binario? Devono tutti prendere il mio Frecciarossa delle 19? Attendo pazientemente di scoprirlo, e la app di Trenitalia non mi è di nessun aiuto: sono passate le sette meno dieci, allorché il treno doveva partire da Termini, e la app continua a darlo puntuale ma non ancora partito da Termini, ovvero due condizioni incompatibili tra loro.
Ci sono degli omarini con la divisa Trenitalia sul binario. Chiedo a loro. Mi dicono «eh, come si fa a saperlo». Chissà come si farà, forse sapendolo per lavoro. Mi dicono di andare a guardare il monitor. Dove? Dalla parte opposta del binario. Un solo monitor, lungo tutto il binario, e tra me e lui migliaia di persone. Sgomito. Impreco. Il sacchetto del pollo fritto sta ungendo l’interno d’una borsa nuova col cui costo mi sarei potuta pagare due autisti. Il paese reale è faticosissimo.
Arrivo al monitor. Come la app, dà puntuale e al binario 6 un treno che al binario 6 dovrebbe già essere arrivato e ne sarebbe dovuto già ripartire. Intanto però al binario 6 arrivano degli Italo che poi si fermano un numero insensato di minuti, e io li maledico perché sono convinta che sia colpa loro che occupano il binario se il mio treno non arriva. Mi convinco che il mio treno lo sposteranno per occupazione abusiva del binario, e io non lo saprò e lo perderò. Risalgo, riscendo al binario 11, che almeno è deserto e con una panchina per sedermi.
Al 6 arriva un regionale. Il carnaio ci sale compatto. Quindi sono pendolari. Quindi è l’abitudine la ragione per cui – diversamente da me – non sono isterici: quando fai questa vita da incubo tutti i giorni, questa vita da incubo inizia a sembrarti normale. Con l’abitudine, tutto ti sembra normale: i treni che non arrivano, i cani in casa, la gente che si accende la telecamera del telefono in faccia, quelli che invece di dire «da quando avevo otto anni» dicono «da quando ho otto anni», e non ne hanno nove.
Torno al 6. La app continua a darmi puntuale un treno che ormai dovrebbe avermi portata quasi a Firenze e ancora non si è visto. La voce all’altoparlante continua a dire che ci sono problemi coi treni che vengono da Lecce e da Caserta per un guasto sulla linea. Penso fortissimo a quel libraio romano al quale trent’anni fa chiesi se di un libro che non si trovava più non ci fossero fondi di magazzino, e lui mi rispose: «”Fondi di magazzino” è come “esaurimento nervoso”: non vuol dire niente».
Qualunque cosa significhi «guasto sulla linea», a noi tossiche della app e del tracciare dove sia ciò che è in ritardo, si tratti di sushi o di treno, non c’inganni così facilmente: il mio treno nasceva a Termini, cosa gli impedisce di arrivare, cosa ha trasformato quei cinque minuti di tragitto in un’ora d’attesa senza notizie e con la app che continua a dirmi che è puntuale facendomi pensare che sia io a essermelo perso (i giovani direbbero: gaslighting)?
Adesso è più facile arrivare all’unico schermo che al binario 6 ti dica dov’è il tuo treno, solo che la riga alla quale sta il mio treno è fulminata nella parte destra, cioè quella che dovrebbe dirmi quanto ritardo e che binario. Sto per mettermi a piangere.
Finalmente arriva, dopo due regionali e tre Italo, essendo evidentemente il 6 l’unico binario di questa stazione, quel da quale passa e parte di tutto, arriva proprio mentre dicevo a me stessa che qualunque fosse il prossimo treno io ci sarei salita, tutto è meglio di questo binario, pure un treno per Venezia. Matteo, vieni qui, facciamo un patto tra gentiluomini.
Io lo so che non è colpa tua, che mica fai il capostazione. So anche che perché le cose funzionino servono incentivi, e finché quei pendolari che aspettavano tranquilli non prendono i forconi è difficile che la situazione dei trasporti migliori. So anche che in altri paesi che reputiamo più civili i treni stanno assai peggio che da noi, perché banalmente il mondo non è stato progettato per otto miliardi di persone, tutti e otto determinati a fare viaggetti per sentirsi gente di mondo.
Io non pretendo che tu prevenga i guasti sulla linea Lecce-Caserta-restodelmondo. Non pretendo neanche la puntualità. Sono persino l’unica a sostenere che il wifi di bordo non funzioni mica male (è la percezione su cui litigo più spesso con chiunque). Matteo, io te lo dico, hai un’occasione di popolarità che neanche coi tortellini al ragù. Matteo, dammi retta, ti faccio da consigliera per la comunicazione e neanche devi pagarmi.
Matteo, tu devi imporre che la carne da macello che aspetta un treno sia informata di cosa diavolo sta succedendo. Non può essere il 2026, con le app di tracciamento di tutto, e siccome tu Trenitalia non sai quanto ritardo comunicarmi ti fingi morto e mi dici che il treno è puntuale e sono pazza io a non vederlo sul binario. Non può esistere una stazione in cui ci sia un solo schermo, e pure sfasciato, su cui guardare quando diavolo arriva il treno che stai aspettando. Non si può dover fare a gomitate per sapere se per caso lo spostano di binario e tu dopo essere stata un’ora ad aspettarlo rischi pure di non prenderlo.
Nessuna pretende l’Orient-Express, e quelle di noi che non devono fare la vita delle pendolari sono già gratissime al destino che riserva loro il carnaio solo un giorno ogni tanto. Però ci vuole davvero poco per rendere accettabile la situazione. Investano gli incassi di tutti quei negozi di cui hanno riempito le stazioni in uno schermo ogni dieci metri, e quello schermo contenga informazioni precise e aggiornate. Acciocché, invece di meditare di iscriversi ai terroristi, una si metta tranquilla e sappia esattamente tra quanti quarti d’ora potrà mangiare il pollo fritto ormai freddo.
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