Droni e aerei radar, così Washington alza la pressione su Cuba

Almeno 25 voli militari e di sorveglianza attorno a Cuba in poco più di tre mesi. È la cifra rivelata dalla Cnn in un’inchiesta basata su dati pubblici di tracciamento aereo, che mostra una significativa intensificazione delle attività Isr — intelligence, surveillance and reconnaissance — degli Stati Uniti nei pressi dell’isola caraibica.
Secondo l’emittente americana, le missioni sarebbero iniziate il 4 febbraio e avrebbero coinvolto alcuni degli asset più sofisticati dell’apparato di intelligence statunitense: Boeing P-8 Poseidon, RC-135V Rivet Joint e droni MQ-4C Triton. Velivoli progettati per raccogliere segnali elettronici, monitorare comunicazioni, tracciare movimenti navali e costruire un quadro dettagliato delle attività militari e strategiche nell’area.
I voli di sorveglianza americani attorno a Cuba non rappresentano di per sé una novità. Fin dalla Guerra fredda l’isola è stata uno dei teatri più osservati da Washington, soprattutto dopo la crisi dei missili del 1962. Ma il dato che colpisce oggi è un altro: la frequenza delle missioni e soprattutto la loro esposizione pubblica.
Molti dei voli individuati dalla Cnn risultavano infatti visibili sui principali siti civili di tracking aereo, un elemento piuttosto insolito per operazioni Isr sensibili. Una scelta che diversi osservatori interpretano non soltanto come attività di raccolta informativa, ma anche come messaggio politico e strategico rivolto tanto a L’Avana quanto ai suoi partner internazionali.
Ed è qui che il quadro si allarga. Perché la pressione americana su Cuba non si sta muovendo soltanto sul piano militare o dell’intelligence. Come ha raccontato Bloomberg, un nuovo pacchetto di sanzioni economiche varato dall’amministrazione Trump potrebbe colpire quasi qualsiasi soggetto straniero impegnato in attività commerciali con l’isola. Le misure annunciate il 2 maggio scorso consentirebbero infatti a Washington di prendere di mira aziende, banche, assicurazioni e operatori logistici non americani coinvolti in settori considerati strategici come energia, finanza, sicurezza e miniere. È un salto significativo rispetto al tradizionale embargo cubano, storicamente concentrato soprattutto sui rapporti diretti tra Stati Uniti e L’Avana. Secondo Bloomberg, tra le società potenzialmente esposte ci sarebbero la turca Karpowership, che contribuisce alla produzione elettrica cubana tramite una centrale galleggiante ancorata all’Avana, e la canadese Sherritt International, uno dei principali investitori stranieri nel settore minerario dell’isola, attiva soprattutto nell’estrazione di nickel e cobalto.
Ancora più delicata appare però la questione bancaria. Le nuove misure prevedono infatti che istituti finanziari coinvolti in transazioni con determinati soggetti cubani possano essere esclusi dal sistema finanziario statunitense. È il meccanismo delle cosiddette sanzioni secondarie, già utilizzato da Washington contro Iran, Russia e Venezuela: non serve colpire direttamente tutti gli operatori economici, basta la minaccia di perdere accesso al mercato americano e al dollaro per spingere molte aziende a ritirarsi spontaneamente.
La combinazione tra escalation Isr e pressione finanziaria suggerisce che Cuba sia tornata al centro delle preoccupazioni strategiche americane. Negli ultimi anni Washington ha espresso crescente allarme per la possibilità che la Cina possa utilizzare l’isola come piattaforma di intelligence a poche centinaia di chilometri dalla Florida. Sullo sfondo pesano anche il rafforzamento dei rapporti tra L’Avana e Mosca e il ruolo dei Caraibi nella competizione geopolitica tra grandi potenze.
In questo contesto, anche alcune dichiarazioni recenti del presidente statunitense Donald Trump assumono un significato diverso. Bloomberg ricorda come il presidente abbia evocato, seppur in tono apparentemente ironico, uno scenario di intervento militare sostenendo che la portaerei USS Abraham Lincoln potrebbe fermarsi «a cento yard dalla costa» cubana e ottenere rapidamente la resa del regime. Parole che difficilmente possono essere interpretate come un piano operativo imminente, ma che contribuiscono ad alimentare un clima di crescente pressione psicologica e ambiguità strategica nei confronti del governo di Miguel Díaz-Canel.
Per ora non esistono indicazioni concrete di preparativi per un’azione militare contro Cuba. Ma tra voli di sorveglianza sempre più frequenti, nuove sanzioni extraterritoriali e blocco energetico, l’impressione è che l’amministrazione Trump, in difficoltà nella guerra all’Iran e quindi potenzialmente alla ricerca di una qualche arma di distrazione di massa, stia costruendo una campagna di pressione multilivello molto più aggressiva rispetto agli anni precedenti. Una strategia che ricorda sempre meno il tradizionale embargo cubano e sempre più le operazioni di «massima pressione» sperimentate dagli Stati Uniti contro altri avversari geopolitici.
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