Hormuz: l’Imo dà segno di sé intervenendo sulle sparate di Trump, peccato che sulle fuoriuscite di greggio resti invece in silenzio

L’IMO (International Maritime Organization) dà segno si sé, intervenendo rapidamente sull’ultima esternazione del presidente degli Usa che, tra le tante minacce pronunciate su Hormuz, ha anche dichiarato di voler far pagare alle navi in transito un pedaggio pari al 20% del valore del carico stesso. Un’affermazione fuori da ogni regola, nemmeno ipotizzabile neanche nei periodi delle guerre corsare e che probabilmente ha soltanto lo scopo di richiamare i media e spostare l’attenzione su problemi molto più seri e preoccupanti. Di fronte, dunque, alla minaccia trumpiana il segretario generale, Arsenio Dominguez, ha sentito il sacro dovere di prendere subito una posizione inequivocabile, dichiarando la ferma opposizione dell’Organizzazione che preside, all’introduzione delle tariffe di transito per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz. Bene ha fatto, aggiungiamo noi, a respingere le surreali pretese del presidente Donald Trump, che aveva annunciato – agli urbi e agli orbi (parafrasando il grande Camilleri) - di voler richiedere alle navi in transito il pagamento di una somma a titolo di protezione (sic!), usando proprio quel termine che evoca scenari e situazioni che non appartengono propriamente alla politica internazionale ma richiamano realtà molto più torbide.
Ed ecco in un nanosecondo scattare, infatti, la ferma opposizione dell’IMO sull’applicazione di tariffe per il transito degli Stretti utilizzati per la navigazione commerciale: si solleva lo scudo lacedemone del diritto internazionale, chiamando in causa - correttamente - la discendente Convenzione UNCLOS (United Nations Convention of Low of the Sea) per affermare che non esiste alcuna base giuridica per introdurre pedaggi obbligatori per l’attraversamento degli Stretti marittimi.
Come non essere totalmente d’accordo con questa presa di posizione, che condividiamo parola per parola?
La richiesta di The Donald (e dei suoi consiglieri) formulata lunedì, relativa alla protezione dei flussi di traffico marittimo nell’attraversamento di Hormuz, è apparsa talmente surreale anche allo stesso proponente che è durata meno della rugiada al sole; infatti, già ieri è stata ritirata. Ipotizzare un rimborso pari al 20% del valore delle merci è sembrato veramente troppo anche al Capo dell’amministrazione a stelle e strisce e che - va detto - comanda la US Navy, la più forte marina da guerra del pianeta.
Quale insegnamento possiamo trarre da questa vicenda?
Partiamo dal MoU (memorandum of understanding) firmato con grandissimo risalto mediatico il 17 giugno scorso a Versailles dallo stesso Trump che prevedeva, tra l’altro, l’apertura dello Stretto e il passaggio a titolo gratuito delle navi di tutti i Paesi; nelle settimane scorse l’Iran ha richiesto alle navi il pagamento di un pedaggio per «transitare in sicurezza nello stretto di Hormuz» ma con la sottoscrizione del MoU, Teheran ha accettato di non applicare alcun pedaggio per 60 giorni, a partire dal 17 giugno. Abbiamo visto che questo accordo, lungamente elaborato e portato a termine dopo numerosi passaggi e limature, a partire dalla mediazione del Pakistan alla quale si è aggiunta anche quella dell’Oman, si è dimostrata di una debolezza sconvolgente, lasciando in ginocchio e con un pugno di mosche in mano tutta la diplomazia intervenuta a vario titolo, relegandola sempre più in un ruolo ancillare e facendo risaltare gli unici protagonisti sovrani: la forza delle armi.
In relazione al ruolo dell’IMO, osserviamo che, pur se molte volte chiamato in causa da queste colonne per fatti che riguardano la protezione e la tutela dell’ambiente marino, non abbiamo finora potuto misurare la sua concreta capacità di risposta, partendo dalla gasiera Arctic Metagaz incendiata nel marzo scorso a seguito di attacchi con droni nel febbraio scorso - mai rivendicata - e che costituisce ancora un potenziale rischio ambientale per le acque e le coste libiche dove attualmente (sembra) sia stata ancorato il relitto della nave in questione. Lo stesso ritardo nella risposta l’abbiamo potuto constatare nella mancata reazione alla marine pollution combating nelle aree dello Stretto di Hormuz, in cui gli inquinamenti da petrolio causati per fatti bellici o per non aver potuto conferire nelle apposite strutture portuali (facility reception) i reflui oleosi accumulati durante il periodo di fermo forzato delle navi sono diventati motivo si serie preoccupazioni di tutela ecologica. Foto satellitari, infatti, mostrano con agghiacciante certezza l’estensione chilometrica delle macchie di petrolio (slick) messe in evidenza dagli studi di telerilevamento satellitari compiuti dall’Università della Florida del Sud.
Con il rispetto dovuto all’IMO quale agenzia delle Nazioni Unite, ci sembra tuttavia doveroso far notare al Sig. Segretario Generale che anche l’inquinamento da idrocarburi, in palese violazione degli Annessi I e II della MARPOL 73/78 (Convenzione internazionale per la prevenzione dell'inquinamento causato da navi), costituisce una grave violazione della Convenzione stessa, che impegna tutti i 109 Paesi contraenti. Farebbe piacere assistere ad una presa di posizione da parte dell’IMO che, non dimentichiamolo, tra i suoi compiti istituzionali rientra anche la protezione dell’ambiente marino.
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