I musei che salvano il futuro: perché le collezioni di storia naturale sono fondamentali per la biodiversità

09 Settembre 2026 - 13:25
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I musei che salvano il futuro: perché le collezioni di storia naturale sono fondamentali per la biodiversità

Quando si entra in un museo di storia naturale, lo sguardo viene inevitabilmente catturato dagli scheletri di dinosauro, dalle vetrine colme di farfalle variopinte o dagli animali conservati in grandi barattoli di vetro. È facile pensare che tutto questo appartenga al passato, testimonianze affascinanti di spedizioni in paesi esotici o animali quasi estinti. Reperti utili a raccontare la storia della vita sulla Terra ma per nulla associati alle sfide ambientali del presente. Eppure è vero esattamente il contrario.

Secondo il recente Position Statement pubblicato dalla Species Survival Commission dell'IUCN (International Union for Conservation of Nature), le collezioni biologiche conservate nei musei di storia naturale, negli erbari, e negli altri archivi della biodiversità rappresentano una delle risorse scientifiche più preziose e, allo stesso tempo, più sottovalutate al mondo. Non sono semplici raccolte, ma autentiche biblioteche della vita, indispensabili per comprendere il passato, interpretare il presente e progettare il futuro della conservazione.

Ogni esemplare conservato custodisce una storia. Una pianta raccolta sulle Alpi nell'Ottocento, un anfibio proveniente da una foresta tropicale, un uccello preparato durante una spedizione scientifica di cento anni fa; ciascuno di questi reperti rappresenta una fotografia irripetibile della biodiversità in un preciso momento storico. Tuttavia, messi insieme, milioni di esemplari raccontano come le specie siano cambiate nel tempo, come si siano spostate, come abbiano reagito ai cambiamenti climatici e ai mutamenti ambientali provocati dall'uomo. Sono dati che nessuna tecnologia moderna avrebbe potuto raccogliere retroattivamente.

Per questo motivo le collezioni naturalistiche costituiscono il fondamento della ricerca sulla biodiversità. La loro importanza è cresciuta enormemente negli ultimi anni grazie allo sviluppo di nuove tecnologie. Oggi lo stesso esemplare raccolto due secoli fa può essere studiato con tecniche di sequenziamento del DNA, tomografia computerizzata, analisi isotopiche, imaging ad altissima risoluzione o algoritmi di intelligenza artificiale, producendo informazioni che gli scienziati dell'epoca non avrebbero nemmeno potuto immaginare.

Ogni reperto continua, in altre parole, a raccontare nuove storie.

Uno dei messaggi più forti del documento dell'IUCN riguarda la tassonomia, la disciplina scientifica che identifica, descrive e classifica le specie viventi.

Può sembrare sorprendente, ma conosciamo soltanto una piccola parte della biodiversità terrestre. La scienza conosce formalmente circa due milioni di specie, mentre le stime indicano che quelle realmente esistenti potrebbero essere decine o addirittura centinaia di milioni, includendo soprattutto insetti, funghi e microorganismi.

La biodiversità invisibile, potremmo definirla; perché una specie priva di un nome scientifico è, di fatto, invisibile. Non può essere inserita nelle liste rosse delle specie minacciate, non può beneficiare di specifiche tutele legislative e difficilmente entra nei programmi di conservazione. In molti casi rischia di estinguersi prima ancora di essere conosciuta. Come, ad esempio, la recente scoperta di nuove specie di pangolino.

È qui che entrano in gioco le collezioni museali. Gli esemplari conservati costituiscono i cosiddetti voucher specimens, i campioni di riferimento sui quali vengono descritte le nuove specie. Sono la prova materiale che permette agli studiosi di verificare ogni scoperta e di costruire una classificazione condivisa a livello mondiale. Senza questi campioni, la conservazione perderebbe le proprie fondamenta scientifiche.

Le collezioni naturalistiche sono spesso definite "macchine del tempo". Confrontando organismi raccolti in epoche diverse, i ricercatori possono ricostruire come sono cambiati gli ecosistemi nel corso dei decenni. Si possono osservare modifiche nella distribuzione geografica delle specie, nei periodi di fioritura, nelle migrazioni, nelle dimensioni corporee, nella diversità genetica e perfino nella presenza di sostanze inquinanti. Campioni raccolti oltre un secolo fa hanno consentito, ad esempio, di studiare l'accumulo di mercurio nei grandi pesci oceanici, di ricostruire l'origine di alcune malattie della fauna selvatica o l’aumento di farmaci rilasciati nell’ambiente e ritrovati nei tessuti dei rapaci imbalsamati.

Poiché nessuno può tornare indietro nel tempo per raccogliere dati sulla biodiversità del passato, i musei rappresentano il nostro archivio storico più affidabile. “Chi lavora ogni giorno a contatto con le collezioni sa quanto queste possano rivelarsi preziose per usi che, al momento della raccolta, erano semplicemente inimmaginabili” spiega Franco Andreone, conservatore e zoologo del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro della IUCN SSC e autore del Position Statement “Un singolo esemplare può servire per la tassonomia, per studi genetici, per ricostruire l'inquinamento ambientale, per la sorveglianza sanitaria e persino per documentare gli effetti del cambiamento climatico. È proprio questa versatilità a rendere le collezioni naturalistiche un patrimonio scientifico di valore inestimabile.”

Le collezioni biologiche svolgono anche un ruolo cruciale in un ambito che potrebbe sembrare lontano dai musei: la salute pubblica. Negli ultimi anni numerosi studi hanno dimostrato come gli esemplari conservati possano essere utilizzati per individuare virus, batteri e altri patogeni responsabili di malattie emergenti. Analizzando campioni raccolti decenni fa è possibile ricostruire l'evoluzione degli agenti infettivi, comprendere il loro passaggio dagli animali all'uomo e migliorare i sistemi di sorveglianza epidemiologica. In un mondo sempre più esposto al rischio di nuove zoonosi, i musei diventano così una componente importante della prevenzione sanitaria globale.

Infine, negli ultimi anni milioni di esemplari sono stati digitalizzati. Fotografie ad alta definizione, dati geografici e informazioni scientifiche sono oggi accessibili attraverso grandi banche dati internazionali, permettendo ai ricercatori di consultare collezioni distribuite in tutto il mondo senza spostarsi dal proprio laboratorio. La digitalizzazione rappresenta una rivoluzione straordinaria.

Tra gli aspetti affrontati dal documento dell'IUCN vi è anche una questione spesso oggetto di dibattito: la raccolta di nuovi esemplari.

Può sembrare un paradosso, ma raccogliere alcuni individui può contribuire alla conservazione dell'intera specie. Le campagne di raccolta contemporanee sono sottoposte a rigorose autorizzazioni, seguono protocolli etici molto severi e coinvolgono un numero estremamente limitato di organismi. Molti reperti, inoltre, provengono da animali rinvenuti morti, sequestrati al traffico illegale, donati da zoo e acquari. Il loro valore scientifico supera di gran lunga l'impatto minimo che la raccolta comporta, consentendo di documentare cambiamenti che altrimenti passerebbero inosservati.

Purtroppo, proprio mentre cresce il loro valore scientifico, molte collezioni naturalistiche vivono una situazione di forte fragilità. Musei e università soffrono da anni di finanziamenti insufficienti, carenza di personale specializzato e difficoltà nella manutenzione delle collezioni. L'attenzione del pubblico si concentra quasi esclusivamente sugli spazi espositivi, mentre i grandi depositi, dove è custodita la maggior parte del patrimonio naturalistico, restano abbandonati.

Eppure è proprio lì che si produce gran parte della ricerca. Conservare milioni di reperti richiede competenze, infrastrutture, digitalizzazione continua e personale altamente qualificato. Senza investimenti adeguati, rischiamo di perdere non solo gli esemplari, ma soprattutto il patrimonio di conoscenze che essi custodiscono.

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