RemTech 2026, dalla bonifica alla prevenzione. L’Abbate: «La transizione ecologica si costruisce sul campo»

19 Settembre 2026 - 11:45
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RemTech 2026, dalla bonifica alla prevenzione. L’Abbate: «La transizione ecologica si costruisce sul campo»

A Ferrara tecnologie, ricerca, istituzioni e imprese mostrano che tutela ambientale, sicurezza e sviluppo non sono mondi separati. Dall’amianto all’End of Waste, dal monitoraggio con droni e robot alla gestione dell’acqua e alla ricostruzione post-calamità: la sfida è trasformare innovazione e conoscenza in politiche pubbliche efficaci.

Ci sono luoghi nei quali la transizione ecologica smette di essere un concetto astratto e diventa qualcosa che si può vedere, misurare e discutere con chi ogni giorno lavora sul territorio. RemTech Expo 2026, a Ferrara, è stato uno di questi.

Tre giorni dedicati al risanamento, alla rigenerazione e allo sviluppo sostenibile dei territori, con circa 300 imprese, 500 esperti e 200 eventi secondo i dati dell'organizzazione. Per me è stata soprattutto l'occasione per osservare questi temi dal mio doppio punto di vista: quello di parlamentare impegnata sui temi ambientali e quello di docente di Economia ecologica e Management.

E una convinzione ne esce rafforzata: non esiste transizione ecologica senza conoscenza, prevenzione e capacità di trasformare l’innovazione in politiche pubbliche concrete.

Uno dei temi che più mi sta a cuore è quello delle bonifiche e dell’amianto. Il confronto avuto a RemTech mi ha consentito di tornare su una questione sulla quale sono intervenuta anche in Parlamento con una mia proposta di legge. L’amianto non appartiene al passato: è ancora presente in edifici, infrastrutture e manufatti e continua a richiedere mappatura, rimozione, smaltimento in sicurezza, ricerca e capacità amministrativa.

Molto significativo, in questo quadro, è stato l’incontro con il generale Giuseppe Vadalà, che mi ha donato il volume dedicato al lavoro svolto sulle discariche abusive oggetto delle procedure europee. È una storia che dimostra quanto sia importante passare dalla denuncia all’intervento concreto: individuare i siti, bonificarli, restituire sicurezza ai territori e, soprattutto, costruire sistemi capaci di evitare che il problema si riproduca.

Perché la bonifica migliore resta quella che riusciamo a non dover fare.

Droni, robot e dati: una nuova prevenzione ambientale

A Ferrara ho trovato particolarmente interessante vedere quanto velocemente stiano evolvendo gli strumenti per conoscere lo stato dell’ambiente.

Il progetto MAMBA – Monitoraggio Ambientale delle Basi Aeronautiche, illustrato dal colonnello Gianluca Modesti dell’Aeronautica Militare, integra sensori e centraline di monitoraggio, UAV, veicoli terrestri, robotica, sistemi di comando e controllo e laboratorio mobile. L’obiettivo è raccogliere e trasformare i dati ambientali in informazioni utilizzabili più rapidamente per assumere decisioni e intervenire sul territorio.

Droni e persino sistemi umanoidi possono raggiungere luoghi nei quali l'intervento umano è difficile o rischioso, mentre sensori e laboratori mobili permettono di controllare aria, acqua e suolo e di costruire una fotografia ambientale sempre più dettagliata.

Non significa sostituire l’uomo con la macchina. Significa utilizzare la tecnologia per proteggere le persone, aumentare la capacità di prevenzione e conoscere prima per decidere meglio.

Ed è questo, a mio avviso, uno dei cambiamenti culturali più importanti che dobbiamo compiere. Per troppo tempo la politica ambientale italiana è stata prevalentemente reattiva: interveniamo dopo l’incendio, dopo la contaminazione, dopo il dissesto, dopo l’emergenza. Dobbiamo spostare progressivamente risorse e competenze verso la prevenzione.

Questo vale anche per gli incendi negli impianti industriali e di trattamento dei rifiuti e per gli stabilimenti soggetti alla disciplina Seveso. La pianificazione dell’emergenza rimane indispensabile, ma deve essere accompagnata da monitoraggio, manutenzione, controllo e condivisione dei dati.

Economia circolare: quando una norma può accelerare o frenare il recupero

RemTech è stato anche un luogo importante di confronto con le imprese. E ascoltare chi quotidianamente deve applicare le norme è essenziale per capire dove la transizione circolare incontra ancora ostacoli.

Un caso emblematico è quello dell’End of Waste degli inerti. Il decreto ministeriale 28 giugno 2024, n. 127 disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto per gli inerti da costruzione e demolizione e per altri rifiuti inerti di origine minerale, in attuazione dell'articolo 184-ter del Testo unico ambientale.

La direzione è quella giusta: recuperare materia, ridurre lo smaltimento e sostituire, dove possibile, materie prime vergini con aggregati recuperati. Ma nel confronto con gli operatori sono emerse difficoltà applicative che non possiamo ignorare: interpretazioni non omogenee tra territori, procedure di adeguamento differenti, verifiche sui materiali in ingresso e costi analitici che, soprattutto per alcuni flussi di scarso valore economico, possono arrivare a rendere non conveniente il recupero.

Il rischio è un paradosso: avere una norma nata per favorire l’economia circolare che, se interpretata in maniera troppo rigida o disomogenea, finisce per rallentarla.

Non significa ridurre i controlli. Al contrario. Significa renderli proporzionati, scientificamente fondati e omogenei.

Le Linee guida del Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente sull'End of Waste nascono proprio con l'obiettivo di favorire approcci omogenei alle valutazioni a livello regionale e nazionale. È questa la strada: certezza delle regole, tutela ambientale e condizioni operative uguali per le imprese.

L’economia circolare funziona quando il materiale recuperato possiede qualità e sicurezza tali da poter rientrare realmente nel ciclo produttivo. Altrimenti resta uno slogan.

Acqua: innovare significa anche non sprecarla

Un altro filo conduttore della mia esperienza a RemTech è stato l’acqua. Tra le esperienze che ho avuto modo di conoscere mi ha particolarmente colpito quella presentata da Thomas De Luca, assessore della Regione Umbria, che ha ritirato il riconoscimento assegnato alla Regione per il progetto SIERO, un modello innovativo e circolare per la decontaminazione delle falde acquifere. Un esempio concreto di come ricerca, innovazione tecnologica e principi dell’economia circolare possano incontrarsi nella tutela di una delle nostre risorse più preziose. Al di là della singola tecnologia, è il principio ad essere importante: l’acqua non può più essere considerata una risorsa da prelevare, utilizzare e scaricare.

Dobbiamo chiudere il ciclo. È lo stesso principio che porto avanti nel mio lavoro parlamentare sulla gestione della risorsa idrica e con la proposta dei certificati blu: misurare il risparmio, premiare l’efficienza, favorire il riuso delle acque depurate e costruire sistemi interoperabili di dati.

In un Paese sempre più esposto a siccità, precipitazioni estreme e competizione tra usi civili, agricoli e produttivi, ogni metro cubo d’acqua risparmiato o riutilizzato acquista un valore ambientale, economico e sociale.

Ricostruire comunità, non soltanto edifici

A RemTech si è parlato anche di ricostruzione post-calamità. L'Italia dispone oggi della legge quadro 18 marzo 2025, n. 40, che disciplina il coordinamento delle procedure e delle attività di ricostruzione nei territori colpiti da eventi calamitosi e contiene anche specifiche misure per la tutela ambientale.

È un passaggio importante, ma la vera sfida è la sua attuazione. Dopo un'alluvione, un terremoto o un altro evento estremo non dobbiamo limitarci a ricostruire ciò che c'era esattamente com'era. Ricostruire significa ricostruire le comunità, non soltanto gli edifici.

Vuol dire ridurre le vulnerabilità, adattare infrastrutture e territori ai nuovi rischi climatici, utilizzare materiali e tecniche più sostenibili, tutelare il tessuto economico e sociale e restituire alle persone non semplicemente una casa o una strada, ma la possibilità di continuare a vivere nel proprio territorio.

Dalla cultura dell’emergenza alla cultura della prevenzione

È questo, alla fine, il messaggio che porto con me da Ferrara. Bonifiche, amianto, economia circolare, End of Waste, gestione dell’acqua, dissesto, ricostruzione, monitoraggio ambientale possono sembrare capitoli diversi. In realtà raccontano la stessa cosa: il rapporto che scegliamo di avere con il territorio.

Possiamo continuare a spendere risorse per riparare i danni oppure investire sempre di più per conoscerli, prevenirli e ridurli.

La tecnologia oggi ci mette a disposizione strumenti che pochi anni fa sembravano futuristici. Ma droni, robot, sensori, intelligenza artificiale e nuovi processi di trattamento non bastano se non sono accompagnati da buone norme, ricerca scientifica, competenze nella pubblica amministrazione e imprese messe nelle condizioni di innovare.

Per questo occasioni come RemTech sono preziose: mettono intorno allo stesso tavolo scienza, istituzioni, imprese, forze dello Stato e giovani in formazione. Il mio ringraziamento va a Silvia Paparella per il lavoro che rende possibile questo confronto.

La transizione ecologica non si realizza con una sola legge e nemmeno con una sola tecnologia. È un processo nel quale ricerca, industria, istituzioni e cittadini devono imparare a parlare la stessa lingua. E forse la lezione più importante che porto via da RemTech è proprio questa: non dobbiamo diventare sempre più bravi a gestire le emergenze. Dobbiamo diventare molto più bravi a evitarle.

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