I trumpiani temono che l’intelligenza artificiale stia sfuggendo al loro controllo

Maggio 09, 2026 - 05:06
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I trumpiani temono che l’intelligenza artificiale stia sfuggendo al loro controllo

Donald Trump, J.D. Vance e tutto il Partito Repubblicano, tranne forse alcune eccezioni virtuose, hanno sempre raccontato l’intelligenza artificiale come una sfida da vincere a ogni costo. Regolamentare il settore troppo significava limitare l’innovazione, e perdere terreno rispetto alla Cina. Frenare voleva dire soffocare la crescita americana. Adesso qualcosa sembra essere cambiato. Nelle scorse settimane il vicepresidente Vance ha organizzato una call riservata con alcuni dei nomi più importanti del settore: Elon Musk, Sam Altman, Dario Amodei e altri dirigenti delle principali aziende. Voleva discutere dei rischi sistemici dell’intelligenza artificiale e i suoi possibili effetti destabilizzanti sull’economia americana. Grazie alle ricostruzioni del Wall Street Journal abbiamo scoperto che hanno parlato dell’impatto sulle banche locali, dei rischi per le piccole imprese e più in generale degli equilibri economici interni degli Stati Uniti.

La parte più sorprendente di questa notizia riguarda proprio le persone attorno al tavolo. Adesso quelli spaventati sono nella stessa area politica che ha fatto dell’accelerazione tecnologica una visione del mondo. Vance è uno degli uomini più vicini all’universo ideologico di Peter Thiel, il miliardario fondatore di Palantir che da anni sostiene un modello politico in cui innovazione, potere privato e tecnologia devono liberarsi il più possibile dai vincoli democratici e burocratici. La sua conversazione con i tecno-oligarchi è sintomo di una paura profonda: se anche i trumpiani iniziano a parlare di contenimento e sicurezza, significa che il problema va ben oltre la paranoia degli apocalittici digitali.

Lo stesso Donald Trump ha costruito una parte importante della sua carriera politica con il sostegno dei grandi nomi della Silicon Valley, trasformando imprenditori e venture capitalist in una nuova oligarchia tecnologica. Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen, Sam Altman sono tutti accomunati dall’idea che innovazione e potenza computazionale debbano avanzare più rapidamente della politica. Nella loro visione, gli Stati sono lenti, inefficienti, burocratici. Le aziende tecnologiche invece avrebbero la capacità di plasmare il futuro, perché hanno gli strumenti e le risorse per farlo. È quello che la politologa franco-tunisina Asma Mhalla, nel suo ultimo saggio “Resistere ai tempi oscuri” definisce «totalitarismo cognitivo»: una forma di dominio che non impone semplicemente regole, ma modifica il modo in cui gli individui percepiscono la realtà. La Silicon Valley come forma di organizzazione del mondo, con una propria ideologia, una propria estetica e perfino una propria idea di umanità.

Il cambio di rotta della destra trumpiana potrebbe essere iniziato nell’ultimo mese, cioè da quando ha fatto irruzione sulla scena Mythos. Il modello sviluppato da Anthropic sarebbe in grado di automatizzare operazioni offensive di cybersicurezza con capacità mai viste prima, dall’individuazione di vulnerabilità informatiche fino alla compromissione di reti e infrastrutture digitali. Non è un caso che il Wall Street Journal abbia raccontato di crescenti tensioni a Washington sulla necessità di introdurre nuove forme di controllo federale sull’intelligenza artificiale avanzata.

Mythos, insomma, sembra aver spostato l’equilibrio del dibattito politico. Finché il rischio era confinato a un futuro remoto – macchine superintelligenti, estinzione umana, roba da fantascienza insomma – la politica poteva permettersi di ignorarlo. Adesso però il timore si è fatto molto più concreto, e riguarda la stabilità economica degli Stati Uniti, la sicurezza nazionale, il controllo delle infrastrutture, l’equilibrio del mercato del lavoro. Per questo l’amministrazione americana teme effetti immediati e potenzialmente disastrosi.

Sul piano politico, il grosso problema dell’amministrazione Trump è che in questa fase storica rallentare sull’intelligenza artificiale potrebbe compromettere la competizione globale con la Cina. Ecco perché il viaggio che Donald Trump dovrebbe compiere a Pechino la prossima settimana assume un significato particolare. Secondo Liz Hoffman di Semafor, l’amministrazione americana sta preparando una delegazione composta dai vertici di Nvidia, Apple, Qualcomm, Boeing, Exxon e altre grandi aziende strategiche. L’asse tra Casa Bianca e Big Tech fotografa perfettamente il nuovo equilibrio del potere americano: la politica continua ad aver bisogno delle corporation tecnologiche, anche mentre inizia a temerne le conseguenze.

Tra i dossier sul tavolo ci saranno semiconduttori, investimenti, filiere industriali e intelligenza artificiale. Ma soprattutto ci sarà la consapevolezza che la sfida con Pechino si giocherà sulla capacità di controllare le infrastrutture cognitive del XXI secolo: dai modelli linguistici alla potenza di calcolo, dalle reti all’automazione, e ovviamente la cybersicurezza.

Sembra una riproposizione, con le dovute differenze, del dibattito sulla proliferazione delle armi atomiche ai tempi della Guerra Fredda. Anche allora gli Stati Uniti si ritrovarono davanti a una tecnologia capace di alterare radicalmente gli equilibri geopolitici e militari del pianeta. Per anni Washington tentò di contenere la proliferazione nucleare attraverso trattati, deterrenza e accordi internazionali, nel tentativo di impedire che un’innovazione strategica diventasse completamente incontrollabile. Pur non producendo lo stesso tipo di distruzione immediata, l’intelligenza artificiale inizia a evocare una paura simile: l’idea che una tecnologia così avanzata, una volta raggiunta una certa soglia di diffusione e autonomia, smette di essere governabile da un singolo Stato. Ed è probabilmente questo il punto che agita oggi gli Stati Uniti.

Paradossalmente l’amministrazione Trump si trova intrappolata dentro la stessa logica che ha contribuito a costruire: deve accelerare per non perdere il primato tecnologico globale, ma ogni accelerazione aumenta il rischio di perdere il controllo.

La nuova realtà dell’intelligenza artificiale non può essere derubricata a semplice rivoluzione industriale, cioè un cambiamento che porta a un salto di produttività, a nuovi mercati, nuovi servizi o nuove aziende. Sarebbe una lettura insufficiente. È sempre più chiaro che si tratta di un’infrastruttura di potere: l’IA organizza l’accesso alle informazioni, automatizza le decisioni, controlla flussi logistici, modella la percezione pubblica della realtà. E oggi quella parte della politica americana che ha sposato la visione di Big Tech deve fare i conti con un potere che rischia di non riuscire più a controllare.

Qualcuno può leggerci una riproposizione del Frankenstein di Mary Shelley in chiave cyberpunk. Perché le preoccupazioni emerse attorno a Mythos, la call riservata organizzata da J.D. Vance e il tentativo di aprire un dialogo con la Cina sono segnali di un establishment che inizia a guardare con inquietudine ciò che ha costruito con l’aiuto dei tecno-oligarchi.

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