Da Bush contestato a Trump venerato, la parabola americana di Meloni

Maggio 13, 2026 - 05:21
0
Da Bush contestato a Trump venerato, la parabola americana di Meloni

Aveva undici anni, Meloni, quando il suo futuro mentore, Fabio Rampelli, guidò insieme a Gianni Alemanno la protesta del Fronte della Gioventù contro George H.W. Bush, in visita a Nettuno per onorare i luoghi dello sbarco alleato del 1944 e visitare il cimitero americano. Era il 29 maggio del 1989, il corteo presidenziale che procede nel tripudio generale per le strade della città, e un manipolo di giovani camerati che “gandhianamente”, come ricorda Rampelli, si sdraiano sull’asfalto per bloccare tutto. Vengono subito allontanati, qualcuno a spintoni, qualcuno a manganellate: Rampelli finisce ricoverato con un occhio tumefatto e il timore di perdere la vista. Contestavano il mancato omaggio di Bush ai morti dell’altra fazione, quella dell’esercito fascista, “eroi come gli altri a stelle e strisce,” insiste Rampelli: ma alla base c’era un’insofferenza verso l’asservimento italiano agli Stati Uniti che nella destra radicale covava da decenni. Nel 2001 la stessa Meloni, quando di anni ne avrà quasi venticinque, da dirigente nazionale dell’organizzazione giovanile di destra, di fronte allo scempio di Genova, irriderà i manifestanti “di sinistra” che “sfasciano le vetrine con le scarpe della Nike ai piedi”, ma pure mostrerà una certa sintonia con alcune istanze “no global” – ovviamente virate a destra, nella misura in cui “il globalismo e il cosmopolitismo hanno, come obiettivi, l’annullamento delle identità, lo smantellamento dello Stato nazionale, la costituzione di un unico ordine mondiale”. Farà distinzione tra la globalizzazione, come dato di realtà ormai acquisito, e il globalismo come dinamica da combattere, e ammetterà che sì, la “tendenza critica” di tanti adolescenti di destra contro gli Stati Uniti è appunto un riflesso di questa omologazione culturale. Tra gli entusiasti della globalizzazione e i fanatici no global, la leader di Azioni Giovani predica allora una “terza via” che consiste nella costruzione del “borgo globale”: l’esaltazione delle radici in una prospettiva postmoderna, qualunque cosa voglia dire. Sta di fatto che quando, da presidente del Consiglio, accoglierà a Borgo Egnazia i capi di Stato e di governo più potenti dell’Occidente nel G7 pugliese, nel giugno del 2024, rivendicherà di nuovo che “sì, volevo un borgo globale: un borgo, quindi la tradizione, nel quale i leader del mondo potessero discutere di questioni globali” (e pazienza se quell’autenticità italica verrà ricreata in un resort di lusso che replicava, come una meravigliosa scenografia di cartapesta, le ambientazioni di un vero paesino pugliese, ma tutto lindo e tirato a lucido, con tanto di vecchie massaie acconciate per l’occasione con dismessi abiti d’epoca per annodare mozzarelle o intrecciare collane con noccioli d’ulivo: la purezza della tradizione ridotta a stereotipo e riprodotta in serie, macchiettizzata, tipo White Lotus, che è poi, quella sì, uno dei portati della globalizzazione made in USA).

Ma non è un caso che restare fedele alla propria visione sovranista del mondo, nel momento in cui bisogna tenere fede al Patto atlantico e mostrare reverenza alla Casa Bianca comme il faut, abbia posto problemi di coerenza, a Meloni. Il suo antiglobalismo esacerbato da paranoie nazionaliste e teorie complottiste doveva fare i conti col suo filoamericanismo obbligato: e la declinazione di queste due contraddittorie pulsioni in un’agenda di governo non poteva che risultare un po’ sghemba. Fino al ritorno di Trump, almeno. Perché lì il sovvertimento della grammatica geopolitica rende conciliabile pure l’inconciliabile, nel senso che tutto rovina ugualmente nel caos: se il capo della Casa Bianca, quello che dovrebbe tutelare al massimo grado l’unità euroatlantica, quello dovrebbe affermare i valori del multilateralismo, quello che dovrebbe sostenere i valori della democrazia liberale nel mondo, quello che dovrebbe promuovere il commercio internazionale e farsi garante dell’ordine globale, se il commander in chief dell’Occidente è il primo a liquidare questo antiquariato diplomatico, a caldeggiare un protezionismo feroce, a rintanarsi nel nazionalismo, a favorire il proliferare del sovranismo in giro per l’Europa, allora finalmente si può essere davvero di estrema destra e filoamericani. E qui sta la scommessa trumpiana di Meloni. Almeno finché quest’ordine fondato sul delirio regge.

Quanto può durare? Per il mondo, chissà. Per la presidente del Consiglio, di certo la strada del trumpismo pragmatico si fa più stretta, proprio perché sempre più alieno dal pragmatismo appare l’agire del presidente americano. Se Trump prospetta l’invasione della Groenlandia, se muove una minaccia diretta alla sicurezza europea e all’integrità della NATO, Meloni può indugiare più di altri leader europei nel condannare, può rifuggire i toni più allarmati, ma al dunque è costretta, pure lei, a condividere le critiche mosse alla Casa Bianca da Macron, Merz, Starmer e soci. Se Trump ridicolizza il sacrificio dei militari europei in Afghanistan, Meloni può sperare che la polemica si quieti prima che lei debba intervenire, ma non può esimersi dallo stigmatizzare quelle dichiarazioni insolenti. Se Trump allestisce un Board of Peace per Gaza che lo stesso ministro degli Esteri Tajani definisce riservatamente “una cosa a metà tra un golf club e un’ammucchiata”, e comunque “una zozzeria”, Meloni può dirsi entusiasta dell’invito a parteciparvi, può evitare fino all’ultimo di sfilarsi, ma infine deve riconoscere che no, proprio non si può, e limitarsi al ruolo poco decoroso di “paese osservatore”. È questo, dunque, il privilegio che ci si guadagna, dall’annaspare a metà del guado tra l’Europa e gli Stati Uniti, è questa la concessione massima a cui si può ambire, offrendosi come interlocutrice affidabile – e talvolta, più che affidabile, un po’ adulante – oltre ogni misura?

Trump non pare del resto consentire un’amicizia che non passi dalla devozione, una lealtà che non sia reverenza totale. Di una Meloni un po’ trumpiana e un po’ no non è detto che abbia questo gran bisogno, man mano che i conflitti tra gli Stati Uniti e l’Unione europea si fanno più aspri. E le doppiezze, in questo caso, rischiano di scoppiare tra le mani di chi vorrebbe adoperarle: ed è così che Meloni, per il suo essere fin troppo accomodante col presidente americano su Gaza o sul Venezuela, si è ritrovata a subire le insofferenze della diplomazia vaticana di Leone xiv, che invece su certe iniziative di Trump, sul suo modo di fare, appare sempre più critica; e al tempo stesso, per il suo non essere del tutto devota al credo maga, ha già ricevuto la condanna di pavidità da parte di Steve Bannon, espressione del trumpismo più esagitato.

Chissà che insomma non sia proprio Trump, una buona volta, a costringere Meloni a darsi un’identità definita, a decidere quale delle parti in commedia vuole interpretare: la sovranista che spera nella dissoluzione dell’Unione europea o la leader di una destra conservatrice europeista. Entrambe le cose, con Trump, è difficile esserlo, a lungo.

 

Tratto da “La marcia sul posto. Il paradosso di Giorgia Meloni”, di Valerio Valentini, ed. Nottetempo, pp. 252, 18,00 €

L'articolo Da Bush contestato a Trump venerato, la parabola americana di Meloni proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User