Melillo, Nordio, e la magistratura che fa politica sulle intercettazioni

Maggio 13, 2026 - 05:21
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Melillo, Nordio, e la magistratura che fa politica sulle intercettazioni

L’8 maggio il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha risposto alla lettera – resa pubblica quattro giorni prima dal Corriere della Sera – che il Procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ha inviato il 20 aprile allo stesso ministro, a quello dell’Interno, Matteo Piantedosi, e alla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo. Nella lettera, Melillo denunciava effetti «oltremodo gravi e allarmanti» di una riforma risalente al 2023, una stretta sulle intercettazioni che a suo dire avrebbe paralizzato le investigazioni sulla criminalità organizzata e sui suoi legami con l’economia legale.

Il riferimento è al decreto-legge 10 agosto 2023, n. 105, che modificava radicalmente il regime delle cosiddette intercettazioni a strascico. La nuova norma, che tocca l’articolo 270, comma 1, del codice di procedura penale, stabilisce che «i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per delitti per cui è obbligatorio l’arresto in flagranza». Questa disposizione ritorna alla formulazione prevista dal codice di procedura nella sua versione originale del 1989, che era rimasto sostanzialmente invariato per più di trent’anni, fino al varo del decreto cosiddetto Spazzacorrotti dell’allora ministro pentastellato Alfonso Bonafede (governo Conte II), che aveva consentito l’utilizzo per una decina di fattispecie di reato oltre a quelle per le quali sono state disposte dal giudice.

A tre anni da questa modifica Melillo denuncia un «obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo». Con la nuova disciplina a suo dire sarebbe più difficile utilizzare le intercettazioni per le indagini sui delitti contro la pubblica amministrazione (concussione, corruzione), il traffico di rifiuti, lo scambio elettorale-mafioso, l’intestazione fittizia di beni, i reati finanziari che rivelano valore strategico per l’espansione affaristica delle mafie. Reati che dal 1989 al 2020 – periodo nel quale è stata in vigore la formulazione ripristinata dal governo – sono stati regolarmente perseguiti, ma forse Melillo non lo sa. Melillo denuncia anche un effetto perverso: per evitare «dispersioni probatorie», le Procure sono costrette a disporre intercettazioni parallele in più procedimenti, con lievitazione dei costi. Posso capire che l’opinione pubblica sia sensibile al tema dei costi (e certamente lo sa il procuratore, che la solletica sul punto), ma la presunzione di innocenza e la inviolabilità delle comunicazioni personali sono due capisaldi della democrazia liberale e i costi della democrazia non dovrebbero essere utilizzati per limitarla.

La reazione del centrodestra è stata principalmente di cautela per non urtare il proprio elettorato, ma di sostanziale difesa della norma. Il ministro Piantedosi dichiara il 5 maggio che la segnalazione è «importante e autorevole» e aggiunge, anticipando la linea che terrà anche il collega di Via Arenula, che il governo farà «un’analisi con riscontri oggettivi»: anche Fratelli d’Italia, attraverso Giovanni Donzelli (responsabile organizzazione), usa toni concilianti: «Sicuramente siamo sensibili ai richiami di chi si batte contro la mafia. Dobbiamo trovare il giusto equilibrio».

Forza Italia è la più netta a difesa della riforma: il neocapogruppo alla Camera, Enrico Costa, da sempre su posizioni garantiste, parla di «punto di equilibrio tra segretezza delle comunicazioni e repressione dei reati»; il senatore Pierantonio Zanettin, capogruppo in commissione Giustizia, accusa Melillo di portare avanti una campagna contro gli interventi garantisti del ministro Nordio; il deputato Tommaso Calderone, relatore della norma in commissione, sostiene che sia «di assoluta civiltà». Al ministero sono convinti che il fenomeno sia meno ampio di quanto denunciato e l’8 maggio 2026, l’agenzia Ansa rende noto che Nordio ha risposto. Senza sottrarsi al dialogo, ma sfidando il Procuratore a provare le sue affermazioni: richiede «dati circa le fattispecie di reato, oggi escluse dalla utilizzabilità delle intercettazioni, che risultino interessate in modo più significativo dalla limitazione probatoria». Ma soprattutto Nordio invita Melillo a dimostrare con numeri precisi in quanti e quali casi gli inquirenti hanno dovuto rinunciare a usare i nastri. 

Nel frattempo, l’opposizione – con l’eccezione di Matteo Renzi, da sempre critico verso gli eccessi delle intercettazioni e su posizioni garantiste, e del Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin – cavalca la denuncia di Melillo. Il Movimento 5 Stelle e Alleanza verdi e sinistra attaccano duramente; la senatrice Vincenza Rando (responsabile legalità della segreteria nazionale del Partito democratico) sostiene che «indebolire lo strumento delle intercettazioni significa indebolire la lotta alle mafie e al terrorismo».

Melillo dal canto suo, nonostante siano passati tre anni dal varo della riforma, non ha chiarito su quali dati reali abbia lanciato un allarme sui suoi effetti oltremodo gravi. 

È l’ennesimo esempio di una magistratura che scambia la sua voce autorevole con il potere legislativo, facendo politica sotto le spoglie della lotta alla criminalità sulla base di segnalazioni che non sa o non vuole documentare, confondendo la sua funzione giurisdizionale con quella legislativa.

Quando la magistratura scambia la sua voce autorevole con il potere legislativo, il conflitto tra i poteri dello Stato diventa evidente, con grave danno per il prestigio di chi ha il dovere non solo di essere imparziale ma anche di apparire tale, come indicato anche dalla Corte costituzionale con le sentenze 100 del 1981 e 224 del 2009.

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