L’Europa propone nuova tasse per crescere, non è la strada giusta

La Commissione europea ha proposto, per il periodo 2028-34, un bilancio in decisa crescita: le risorse gestite da Bruxelles dovrebbero aumentare dall’un per cento all’1,26 per cento del reddito nazionale lordo dell’Ue. Durante il primo esame della proposta, il Parlamento Ue ha rilanciato: alzare l’asticella almeno all’1,27 per cento al netto delle spese necessarie al rimborso del debito contratto per Next Generation EU. Per raggiungere questo risultato, la Commissione chiede – e il Parlamento approva – nuove entrate proprie, dando vita a forme di tassazione europea. In particolare, ci sono in ballo quattro nuovi balzelli: un’imposta sulle grandi imprese (Core), un contributo determinato sulla base della quota dei rifiuti elettronici non raccolti, una compartecipazione al gettito delle accise sul tabacco e una parte del gettito dei certificati di emissione generati attraverso i due meccanismi esistenti (Ets, sulle emissioni interne, e Cbam, sulle importazioni) e su quello che potrebbe entrare in vigore l’anno prossimo (Ets2, sulle emissioni nei settori dell’edilizia e dei trasporti).
Un nuovo studio di Epicenter analizza nel dettaglio le proposte di nuovi tributi. Da un’analisi approfondita è evidente che, per raggiungere gli obiettivi europei, non c’è alcun bisogno di rimpinguare il bilancio: l’un per cento del reddito nazionale lordo, cioè grossomodo la dimensione del budget attuale, è più che sufficiente. Gran parte delle spese aggiuntive, infatti, o non sono necessarie (nel senso che si riferiscono a obiettivi che possono essere raggiunti dal mercato) o possono essere meglio effettuate a livello degli Stati membri. Ma c’è un altro aspetto: al di là delle caratteristiche dei balzelli europei proposti, spesso distorsivi, l’effetto diretto della nuova proposta – se accolta – sarebbe di aumentare la pressione fiscale a livello europeo. Non c’è alcuna clausola di invarianza sulle entrate; non è previsto alcun meccanismo in forza del quale alle maggiori risorse attribuite alle istituzioni europee dovrebbe corrispondere una riduzione del prelievo (e della spesa) a livello nazionale.
L’Europa è già ai vertici della classifica globale sulla spesa pubblica (e, conseguentemente, di quelle sul debito e sulla pressione fiscale). Nel 2023, tolti alcuni Paesi piccolissimi (come Kiribati e le isole Marshall) o in guerra (Ucraina), la Francia era il Paese al mondo con la maggiore spesa pubblica, il cinquantasette per cento del Pil, seguita da altri Stati membri dell’Ue: la Finlandia (56,6%), il Belgio (54,6%) e l’Italia (53,8%). Anche andando avanti, si trovano praticamente tutti i Paesi europei, che detengono senza dubbio questo poco invidiabile primato. Siamo sicuri che sia la strada da seguire per crescere?
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