Netanyahu ha consegnato Israele agli estremisti, e ora ne paga il conto

Maggio 20, 2026 - 05:43
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Netanyahu ha consegnato Israele agli estremisti, e ora ne paga il conto

Benjamin Netanyahu si gioca il tutto per tutto in questi giorni nel difficile tentativo di tenere unita la sua traballante coalizione in vista delle imminenti elezioni d’autunno. Il punto di rottura non sono ora i coloni suprematisti, razzisti e violenti della Cisgiordania, protetti e anzi incitati all’odio antiarabo dai ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, né il futuro di Gaza, e men che meno gli Accordi di Abramo, la pace e la collaborazione con il mondo arabo.

La coalizione di governo è invece lacerata dalla legge che di fatto, con trucchi lessicali, garantisce il mantenimento dell’esenzione dal servizio militare a circa sessantasettemila giovani haredim, ebrei ultraortodossi. Questo, in contrasto con diverse sentenze della Corte Suprema che intimano di fare cessare questa disparità di doveri tra i cittadini. La legge in votazione alla Knesset, che invece proroga il privilegio, è stata imposta dai due partiti religiosi alleati di Netanyahu, lo Shas e l’United Torah Judaism, che hanno quattordici seggi. Questi, sommati ai tredici seggi di Ben Gvir e Smotrich, arrivano a poco meno della metà dei seggi della coalizione di governo: una dimostrazione evidente della scelta compiuta da Netanyahu nel 2022 di portare nell’esecutivo, con un peso determinante, partiti non solo di estrema destra, ma soprattutto estranei o addirittura contrari, come appunto i partiti religiosi, ai principi e alla storia del sionismo.

Pronto a tutto pur di restare al potere, Netanyahu rischia però ora di pagare un prezzo pesante in termini di consenso dell’opinione pubblica israeliana per aver favorito in tutti i modi i privilegi di questi suoi alleati di governo. Dopo tre anni di guerra, con decine di migliaia di uomini fino a quarantacinque anni e donne fino a quaranta impegnati in operazioni belliche come riservisti accanto ai militari di leva (con 1.152 militari morti e 18.500 feriti), il privilegio dell’esenzione dal servizio militare degli haredim appare infatti intollerabile a molti. E questo riguarda anche una larga parte degli elettori di Netanyahu. Inoltre, ormai si succedono gli allarmi dei vertici militari, peraltro tutti nominati da Netanyahu, per l’insufficiente numero di riservisti impegnati sui tanti fronti di guerra e quindi per ribadire la necessità urgente di arruolare i giovani haredim esentati.

Ma non c’è solo questo in discussione. Grazie a un altro privilegio, ben quattrocento milioni di dollari della fiscalità generale vengono infatti versati agli haredim esentati per permettere loro di non lavorare, di non produrre nulla e di passare la vita a studiare nelle yeshivot. Il tutto, per di più, a favore di un comparto della popolazione che non condivide affatto gli ideali e i principi del sionismo, quando non è apertamente antisionista.

Una vicenda tipica di Israele. Questi privilegi furono infatti decisi da David Ben Gurion, laico e socialista, all’atto della fondazione dello Stato nel 1948. Le sue motivazioni erano duplici: innanzitutto allora gli haredim erano pochissimi, appena quattrocento. In secondo luogo, Ben Gurion riteneva, giustamente, che Israele non dovesse interrompere la millenaria tradizione degli studi biblici e della Torah. Poi, però, negli anni gli haredim, che hanno un altissimo tasso di natalità anche per ragioni legate alla loro cultura religiosa, sono cresciuti enormemente di numero e – dato fondamentale – i loro leader parlamentari hanno saputo negoziare il mantenimento dei propri privilegi non solo con i governi di destra, più omogenei ideologicamente, ma anche con quelli laburisti e della sinistra laica. Persino Yitzhak Rabin, Shimon Peres ed Ehud Barak hanno accettato questi compromessi per mantenere le loro risicate maggioranze alla Knesset.

Dunque, nella campagna elettorale che è già iniziata, due temi sono in prima fila: la piena luce sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre, che Netanyahu non vuole assolutamente venga fatta, sostenendo di non avere responsabilità personali come premier e che le colpe siano tutte e solo dei militari; e l’esenzione dal servizio militare degli ultraortodossi.

Nei fatti, due temi che spingono una parte significativa dei vertici militari israeliani, per la prima volta nella storia del Paese, a schierarsi contro il governo e a favore dell’opposizione, compresi molti generali ideologicamente affini al Likud, a partire dal comandante dell’Idf Eyal Zamir.

Il tutto in un clima di enorme stanchezza e di crescente sfiducia nei confronti di Netanyahu, perché è sempre più evidente che la sua promessa di mettere in sicurezza Israele non è stata mantenuta. Il fronte libanese è ancora aperto, a Gaza Hamas non disarma e la tensione con l’Iran resta alta.

Un segnale del clima elettorale incerto e dei timori di Netanyahu è l’atteggiamento della stampa governativa, in particolare del più diffuso quotidiano, Israel Hayom, la cui proprietaria, la miliardaria Miriam Adelson, ha finanziato Donald Trump con non meno di cento milioni di dollari. Da sempre schierato con Netanyahu, negli ultimi tempi il giornale ospita invece commenti molto duri sul suo conto, come quello che nei giorni scorsi lo ha accusato apertamente di non essere affatto quel “mister sicurezza” che aveva promesso agli elettori, perché nessun premier israeliano ha autorizzato un numero così elevato di scarcerazioni di detenuti palestinesi.

Indicativo dell’indebolimento della coalizione di governo è infine il braccio di ferro tra lo stesso Netanyahu e i due partiti religiosi. Questi manovrano i regolamenti parlamentari per arrivare a votare a metà settembre, in coincidenza con importanti festività religiose, così da aumentare l’affluenza del proprio elettorato. Il premier, invece, punta ad arrivare fino all’ultimo giorno del mandato formale, il 27 ottobre, per tentare di recuperare consenso.

Infine, le previsioni. L’ultimo sondaggio pubblicato da Ma’ariv il 17 maggio indica una vittoria di misura con sessantuno seggi (su centoventi) per l’attuale blocco di opposizione, quarantanove seggi per la coalizione di governo di Netanyahu e dieci seggi per i due partiti arabi.

In questo contesto, è indicativo che Netanyahu, sempre più schierato sulle posizioni della destra più radicale, a differenza del suo stesso passato, abbia impostato in questi giorni gran parte della sua campagna elettorale sulla diffidenza nei confronti della popolazione araba di Israele. Sostiene infatti che l’attuale opposizione dovrà allearsi con i partiti arabi per ottenere la maggioranza e che questo segnerebbe una catastrofe per gli ebrei israeliani.

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