Il cibo è uno strumento di soft power e diplomazia

L’inchino era stato studiato. Sei volte, tra ingresso e uscita, con la precisione un po’ teatrale che accompagna le credenziali diplomatiche davanti a un sovrano. Inigo Lambertini, allora ambasciatore d’Italia a Londra, si trovava davanti a re Carlo III nel dicembre 2022, in una di quelle occasioni in cui tutto sembra già scritto: abiti formali, regole, distanze, formule. Poi il re, conclusa la parte ufficiale, cominciò a parlare. Non di dossier, non di trattati, non di equilibri internazionali. «Lo sa, ambasciatore, che io nella vita ho due grandi passioni: l’ambiente e il cibo italiano», racconta Lambertini. Da lì, la conversazione prese una piega meno cerimoniale e molto più interessante.
Carlo III citò il chilometro zero, Carlo Petrini, la capacità italiana di custodire ecosistemi diversi senza appiattirli in una produzione uniforme, fino alla serie “Stanley Tucci’s Searching for Italy”. Lambertini ricorda di aver detto sottovoce alla moglie che, se il re d’Inghilterra gli stava spiegando perché il cibo italiano fosse il migliore al mondo, metà del mandato era già fatto. Battuta riuscita, certo. Ma anche fotografia precisa di un potere spesso trattato con troppa leggerezza: quello di un Paese che, quando entra in una stanza attraverso il cibo, arriva prima delle sue dichiarazioni ufficiali.
L’intervista di Gastronomika dedicata al cibo diplomatico, condotta da Anna Prandoni con Gabriele Carrer, partiva proprio da qui: da un tema facile da ridurre a cartolina e molto più serio di quanto sembri. Perché il rischio, quando si parla di cucina italiana all’estero, è sempre quello di scivolare nella solita autocompiacenza nazionale: la pasta che mette tutti d’accordo, la pizza che consola il mondo, il vino che scioglie le tensioni. Una specie di patriottismo da tovaglia bianca, rassicurante e un po’ molesto, soprattutto quando pretende di spiegare la diplomazia con la superiorità del pranzo della domenica.

Lambertini, invece, sposta subito il discorso su un piano più concreto. Il cibo, in diplomazia, è uno strumento perché agisce dove la parola ufficiale arriva più tardi. «Il cibo è ovviamente occasione di convivio, è occasione di scambio di idee e quindi spesso e volentieri attorno a cene di Stato alcune cose vengono addolcite», dice. Non decide da solo una crisi internazionale, e per fortuna nessuno dovrebbe crederlo. Ma cambia la temperatura di una stanza. Prepara il terreno, misura le distanze, smussa gli angoli.
La Francia lo ha capito prima di altri, basti pensare al peso storico del menu francese nelle cene ufficiali di Buckingham Palace. Il Giappone lo coltiva con disciplina, anche attraverso la formazione di giovani cuochi nelle ambasciate. L’Italia lo possiede quasi naturalmente, ma proprio per questo rischia di gestirlo con meno metodo. Come se bastasse avere un repertorio formidabile per saperlo usare bene.
La parola decisiva, nel racconto di Lambertini, è “aspettativa”. «Giusto o sbagliato che sia, ci si aspetta che se tu vai a mangiare all’ambasciata d’Italia, mangi bene». Sembra un privilegio; in realtà è una responsabilità. Perché mangiare bene, in quel contesto, non significa semplicemente servire cibo italiano. A Londra, ricordava Lambertini, il gusto degli ospiti non coincide sempre con l’idea italiana di cucina italiana. Serve creatività, adattamento, conoscenza. Serve sapere quando valorizzare un ingrediente, quando evitare un riferimento storico scomodo, quando non trasformare l’identità in rigidità.
Il protocollo gastronomico è una macchina di precisione. Lambertini, che prima di Londra è stato anche capo del cerimoniale diplomatico della Repubblica, lo racconta con consapevolezza: «Una visita di Stato comincia molto prima della cena, tra missioni preparatorie, restrizioni alimentari, sensibilità religiose, rapporti politici, gerarchie, tempi, possibili imprevisti. Non si offre carne di maiale a un sultano del Qatar. Non si mette in tavola un piatto carico di allusioni storiche davanti a chi potrebbe leggerlo come un incidente diplomatico». Il menu, spiega, è una delle cose più complesse da negoziare durante una visita ufficiale. Altro che dettaglio di servizio: lì dentro si decide quale immagine di un Paese viene consegnata all’ospite.

L’episodio della cena di Stato con Xi Jinping dice molto. Nel salone delle feste, con il menu già costruito e la sequenza delle portate avviata, il capo del cerimoniale cinese si avvicina a Lambertini: «Il presidente appare stanco, manca ancora una portata, poi il dessert. Si può portare tutto insieme?». In pochi secondi, una cena studiata per settimane deve cambiare ritmo. La diplomazia, in quel momento, non sta in una dichiarazione congiunta. Sta nella capacità di togliere una portata senza far percepire lo strappo. Di salvare la forma proprio perché si è capito che la forma, in certi casi, è sostanza.
La frase arriva infatti poco dopo, ed è il centro politico dell’intervista: «La forma è sostanza». Non come formula da cerimoniale, ma come criterio di lettura. Una tavola ufficiale non è mai soltanto una tavola. È un luogo in cui ogni gesto può essere accolto come attenzione o letto come disattenzione. La scelta di un vino, l’assenza di un ingrediente, il ritmo del servizio, la durata di una portata, il riferimento implicito a un territorio: tutto parla. Anche quando nessuno pronuncia una parola.
L’intervento di Marco Pratolongo, direttore del Rosa Grand di Milano, allarga il campo dall’ambasciata all’hotel. Il suo albergo, proprio dietro al Duomo, vive ogni giorno una diplomazia meno ufficiale ma non meno delicata: clienti internazionali, culture diverse, aspettative talvolta incompatibili, una città che deve restare riconoscibile senza diventare provinciale. Pratolongo usa un’immagine efficace: «L’albergo è un po’ come un’ambasciata temporanea». Non perché scimmiotti il cerimoniale di Stato, ma perché accoglie persone che arrivano da altrove e chiede al cibo di fare da mediazione.
Nel suo racconto, l’ospitalità non coincide con l’effetto speciale o con un gesto plateale, non è il vassoio che vuole essere fotografato: «Il cibo è diplomatico quando non lo si concepisce solo come servizio, ma come ascolto», dice Pratolongo. Ascolto significa cambiare un ingrediente, spostare un orario, correggere una mise en place senza trasformare la richiesta in eccezione rumorosa. Significa valorizzare il locale senza irrigidirlo, essere milanesi e internazionali nello stesso gesto, evitare che l’identità diventi un muro apparecchiato bene.
La parola chiave, per Pratolongo, è naturalezza: «Far sì che accada con naturalezza ogni cosa». La frase sembra semplice, ma dentro c’è tutto il lavoro che l’ospite non deve vedere: briefing, schede cliente, preparazione, attenzione preventiva. In fondo è la stessa logica della buona diplomazia: evitare l’imbarazzo prima che si manifesti. L’ospitalità riuscita non chiede applausi. Lavora perché l’altro non si senta fuori posto.

Il punto più interessante del confronto sta nella continuità tra questi due mondi. Da una parte la cena di Stato, con i suoi codici e i suoi rischi. Dall’altra l’albergo, con la diplomazia quotidiana del servizio. In mezzo, la cultura gastronomica come repertorio di segni: ingredienti, storie, tempi, posture, memoria, capacità di ricevere. L’Italia dispone di un capitale raro perché il suo cibo è già comprensibile prima di essere spiegato. Lambertini cita un linguista di Cambridge secondo cui, tra le lingue più parlate al mondo, “pizza” sarebbe una delle parole meno bisognose di traduzione. È una battuta? Anche. Ma una battuta che contiene un dato culturale enorme: alcune parole italiane sono entrate nel lessico globale non come marchi, ma come forme di desiderio condiviso.
Il problema, allora, non è convincere il mondo che il cibo italiano conti. Il mondo lo sa già. Il problema è decidere che cosa farne. Perché la notorietà, da sola, non basta; anzi può diventare una trappola. Se tutto è già conosciuto, tutto rischia di essere consumato in superficie. Pizza, pasta, tiramisù, espresso: parole universali, certo, ma anche parole esposte alla banalizzazione più rapida. La diplomazia gastronomica comincia quando queste parole smettono di essere souvenir e tornano a essere relazione. Quando non servono a dire «guardate quanto siamo bravi», ma a creare un terreno comune senza cancellare le differenze.
Il richiamo finale al tema del festival, «È ora!», porta il discorso proprio lì. Per Pratolongo è ora di valorizzare con più forza la capacità italiana di ospitare, di unire ingredienti e attenzione, territorio e apertura internazionale. Per Lambertini le ragioni dell’ottimismo esistono già, e non sono astratte. Ricorda Expo Milano 2015: un’esposizione riuscita perché il tema era perfettamente allineato al Paese che la ospitava. Nutrire il pianeta, in Italia, non era uno slogan appeso a un padiglione. Era una competenza riconoscibile, una lingua che il mondo era disposto ad ascoltare.
Lambertini racconta che, alle Nazioni Unite, durante una delle sue ultime sessioni, disse che in una ipotetica Onu del cibo l’Italia sarebbe «il primo membro permanente del Consiglio di sicurezza». Applaudirono 193 Stati. Non capita spesso, alla diplomazia italiana, di avere una lingua così universale. Sarebbe un peccato usarla solo per servire un buon pranzo.
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