Il culto di Enrico Berlinguer impedisce alla sinistra di fare i conti con sé stessa

Caro Chicco, in queste chiacchierate stiamo parlando di “come eravamo”, con molto rispetto verso il mondo da cui veniamo, che in fondo è rispetto per noi stessi e la nostra storia. Peraltro siamo entrambi consapevoli che i ricordi sono filtrati dall’evoluzione successiva delle nostre idee, e quindi, forse, tendiamo oggi ad accentuare nelle ricostruzioni gli aspetti critici o a forzare certi episodi. Insomma – perché non dircelo – anche noi possiamo restare prigionieri di alcuni dei tanti bias della memoria.
Da quello della coerenza, che ci fa adattare il passato a come la pensiamo oggi, a quello di conferma, che seleziona solo i ricordi utili a sostenere le nostre idee attuali, alle informazioni fuorvianti, quando cose apprese successivamente si infilano nei ricordi come se ci fossero sempre state, alla confabulazione, che serve a riempire i vuoti della memoria con dettagli plausibili ma falsi. E così via.
La memoria – come è noto – è sempre un racconto, e in quanto tale un illusorio specchio deformante. Ma che dire di quelli che pretendono di “bloccare” la memoria idealizzandola, trattando il passato come un moloch indistruttibile? Ancora qualche giorno fa ho sentito ripetere a Bersani una famosa frase detta da Berlinguer in un’intervista mi pare del 1982 («Sono rimasto fedele agli ideali della mia gioventù»), concetto che a sentirlo pronunciare suona nobile, accarezza gli animi, e colloca subito chi lo espone enfaticamente dalla parte giusta, dei “coerenti”, delle persone tutte d’un pezzo. Che cosa c’è di più bello che essere fedeli a qualcuno o a qualcosa?
Quando io dico che sono da sempre fedele a mia moglie, in molti (certo non tu, ah ah!!) mi dicono ehilà che bravo, e che bravi! Ma mia moglie ed io il nostro rapporto lo rinnoviamo ogni giorno, perché insieme facciamo il possibile per cambiare. Oggi siamo diversissimi da quando ci conoscemmo decenni fa, perché cerchiamo sempre di esplorare il mondo che ci circonda, siamo incuriositi e disponibili a capirlo, non ci verrebbe mai in mente di dire che quarantacinque anni orsono tutto era più bello di ora (se non per il fatto, certo non trascurabile, che le nostre schiene funzionavano meglio). Se non facessimo questo sforzo quotidiano di aggiornamento (a parte che uno dei due avrebbe mandato a quel paese l’altro, ma da mo’…), forse potremmo biologicamente sopravvivere per un po’, ma saremmo già morti, nella sostanza.
E dunque, Chicco, andiamo al punto che fa da sfondo al nostro piccolo carteggio. Restare “fedeli agli ideali” della propria gioventù è un gigantesco, orribile imbroglio. È pulsione di morte, e pigrizia intellettuale, e rinuncia al compito più alto che abbiamo come esseri pensanti, cioè quello di evolvere costantemente, non smentendo gli altri, ma piuttosto smentendo noi stessi. Che è la cosa più sorprendente, onesta e liberatoria da fare, in tante occasioni. Figuriamoci quando una storia politica – come quella di cui parliamo – è finita con inappellabili sentenze di condanna.
Ma allora perché, ancora oggi, un importante dirigente della sinistra va a prendersi applausi nelle feste dell’Unità e gira da protagonista per i talk show, ripetendo questa fesseria? Semplice. Perché quella dei presunti – presuntissimi, falsi, artefatti – ideali cui rimanere fedeli è la sola, possibile droga ideologica da distribuire al famoso “popolo della sinistra”, sempre in cerca di un suo ubi consistam e di qualche nemico da combattere. Vendendo la patacca dei “valori”, i dirigenti della sinistra si garantiscono il posto e i militanti si tengono le loro illusioni. Mentre il mondo va avanti per conto suo.

Tratto da “Siamo stati iscritti al Pci”, di Claudio Velardi e Chicco Testa, 208 pagine, 15,20 €
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