SpaceX si quota, e il duello Musk-Altman continua a Wall Street

22 Maggio 2026 - 04:47
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SpaceX si quota, e il duello Musk-Altman continua a Wall Street

La prima mossa, come spesso è accaduto in passato da PayPal a Tesla, l’ha fatta Elon Musk. SpaceX ha depositato il prospetto per quotarsi il 12 giugno al Nasdaq, l’indice tecnologico di Wall Street: avrà il ticker SPCX e punta a raccogliere fino a ottanta miliardi di dollari, con una valutazione di almeno 1750. Al termine dell’operazione sarà la più grande Ipo della storia, tre volte quella di Aramco, la compagnia petrolifera saudita, conclusa ormai sette anni fa. 

Sono bastate ventiquattrore per imprimere un’accelerazione improvvisa alla competizione globale sull’intelligenza artificiale, spostando la contesa dalla raccolta di capitale privato alla mobilitazione di massa del risparmio pubblico. Questo perché, mentre si cominciava a dibattere sui conti di SpaceX, Wall Street Journal e Bloomberg confermavano l’indiscrezione secondo cui OpenAI potrebbe già questa settimana depositare in via riservata il proprio prospetto, per poi quotarsi a settembre. Senza dimenticare che anche Anthropic corre verso la Borsa, dove conta di arrivare a ottobre, forte di una valutazione non trascurabile di novecento miliardi di dollari. Stavolta, cioè, non si è trattato dell’ennesimo modello linguistico in grado stravolgere la griglia di partenza (sebbene le novità annunciate a San Francisco da Google qualcosa muteranno), ma della conferma che gli sviluppi futuri sono legati alla sostenibilità economica, ai debiti che si riuscirà a sostenere in attesa della profittabilità. 

Insomma, per usare un’altra metafora di sapore sportivo, sarà una maratona, arrivare in fondo sulle proprie gambe sarà la prima delle difficoltà e, soprattutto, siamo solo ai primi chilometri. Tre aziende in lotta per raccogliere nel giro di pochi mesi oltre duecento miliardi di dollari sui mercati. Tutte in perdita, tutte aggrappate alla scommessa che l’IA valga l’intera economia a stelle e strisce.

I numeri di SpaceX, gli unici al momento davvero conosciuti, hanno suscitato negli analisti più di un dubbio. La società ha registrato 18,7 miliardi di dollari di ricavi nel 2025 e 4,7 miliardi nel primo trimestre 2026, con perdite nette di tredici miliardi di dollari, dal 2023 ad oggi. Cifre enormi, imputabili principalmente a xAI, l’intelligenza artificiale di Musk (quella del chatbot Grok), che l’uomo più ricco del mondo ha inglobato nella start up aerospaziale che dovrebbe fare i soldi con le navicelle Starship e al momento li fa solo con i satelliti di Starlink. 

La scommessa sull’IA è smisurata: SpaceX stima il proprio mercato potenziale in 28.500 miliardi di dollari, in pratica il Pil degli Stati Uniti. Musk quota ma non pare voler cedere potere: controlla l’ottantacinque per cento dei diritti di voto, una struttura che lo rende di fatto inamovibile e ha previsto per sé una retribuzione che potrebbe arrivare a mille miliardi di dollari, sebbene legata al raggiungimento di improbabili obiettivi, come quello della  colonizzazione di Marte. Comunque sia, le banche americane si sono mobilitate e le loro commissioni potrebbero raggiungere il miliardo di dollari. SpaceX si è affidata a Goldman Sachs e Morgan Stanley (ma nel prospetto informativo il pool di collocatore si estende a ventitre istituti). 

Sono gli stessi “padroni del denaro”, Goldman Sachs e Morgan Stanley, a cui si è affidata OpenAI con un timing che solo ai più ingenui può apparire casuale. Fino a pochi giorni fa, Musk e Altman battagliavano in tribunale, col primo determinato a sostenere che l’altro avesse tradito lo scopo filantropico, con cui insieme avevano fondato OpenAI, per arricchirsi. I giudici hanno tagliato corto stabilendo che i termini per avanzare richieste fossero trascorsi, Musk ha annunciato ricorso ed è facile prevedere che la contesa continuerà. 

È Wall Street, in questo caso, il modo per continuare la guerra con altri mezzi, anche perché i fondamentali di OpenAI mostrano una crescita rapida ma perdite strutturali e anche per la start up di ChatGPT il mercato dei risparmiatori diventa ossigeno puro. A febbraio OpenAI ha raccolto il massimo dei finanziamenti privati possibili: centoventidue miliardi di dollari, di cui cinquanta da Amazon, trenta ciascuno da Nvidia e SoftBank, ma le perdite previste per il solo 2026 ammontano a quattordici miliardi, con un fabbisogno stimato di oltre duecentosette entro il 2030.

Alla finestra, ancora per poco, resta Anthropic: il terzo incomodo con i conti migliori. Gli investitori la valutano ottocento miliardi di dollari, più del doppio rispetto al febbraio scorso. Anche la start up di San Francisco guidata dai fratelli Amodei sembrerebbe essersi rivolta ai soliti noti – Goldman Sachs, JPMorgan e Morgan Stanley – per prepararsi a raccogliere sessanta miliardi con la quotazione al Nasdaq. La traiettoria dei ricavi è tra le più rapide mai registrate, sono passati dai nove miliardi di fine 2025 ai circa trenta raggiunti a fine aprile. Merito di Claude che in poco tempo si è fatto preferire a ChatGPT, tanto che oggi lo utilizzano otto delle dieci più grandi aziende al mondo per capitalizzazione. 

La struttura dell’azionariato presenta, però, espone Anthropic a interventi dell’antitrust post-quotazione: Google ne possiede il quattordici per cento e Amazon è il secondo investitore per importanza. La società, cioè, per svilupparsi si è già legata mani e piedi a qualcuno più grande e grosso di lei. In tutto ciò, attenti proprio a Google. 

Nelle ore in cui Musk annunciava la quotazione, Google lanciava Gemini Spark, «agente IA personale disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro», capace di eseguire compiti in autonomia, integrando la sua intelligenza artificiale in un ecosistema di prodotti e servizi, che sono già parte costante nella nostra vita: l’email (con 1,8 miliardi di utenti), le mappe, gli strumenti di scrittura, le piattaforme di videochiamata, il sistema operativa che fa funzionare il settanta per cento degli smartphone mondiali… 

È nel modello di business la differenza strutturale rispetto ai concorrenti. Google non ha bisogno di raccogliere i miliardi a Wall Street, perché genera già utili miliardari. Tra i tre freschi litiganti dell’intelligenza artificiale, a godere potrebbe essere il vecchio navigante della web-economy.

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