Il fascino segreto della propaganda

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Tra le mura di un enorme complesso di Pyongyang che ricorda un campus universitario con tanto di mense, saune e campi sportivi, ogni giorno migliaia di artisti plasmano la memoria collettiva di un’intera nazione. E non solo. Il Mansudae Art Studio non è semplicemente una fabbrica d’arte statalizzata: è una macchina per produrre identità. Solo chi lavora qui è autorizzato a ritrarre i membri della dinastia Kim e ogni statua dei leader, dipinto ufficiale, persino ogni spilla appuntata sul petto dei cittadini nordcoreano esce da questi studi.
Fra queste mura, giorno dopo giorno uno dei regimi più oppressivi al mondo celebra la lotta per la libertà e forgia la sua ideologia nel tentativo di cementarla in patria ed esportarla all’estero. Il Mansudae Overseas Projects usa artisti, ingegneri e operai per portare il socialismo reale coreano e la filosofia Juche sull’autosufficienza fuori dai confini, soprattutto in Africa. Anche l’Occidente un tempo ha bussato alla sua porta. All’inizio del millennio, la Germania ha commissionato al Mansudae la ricostruzione della Fontana delle Fiabe di Francoforte, opera dei primi del ’900 andata persa durante la Seconda guerra mondiale.

La scelta era caduta sui nordcoreani poiché esperti di arte realista, scevri da influenze contemporanee e capaci di ricostruire l’opera partendo dalle sole foto rimaste. Dopo la ripresa dei test nucleari di Pyongyang, però, l’Europa ha approvato sanzioni che hanno colpito anche l’esportazione della sua arte. Mansudae continua a fare affari con l’Africa, dove ha creato monumenti in almeno otto paesi, fra cui Namibia, Zimbabwe e Senegal. Il risultato sono strani ibridi culturali. In Senegal, per esempio, all’indomani dell’inaugurazione nel 2010 della Renaissance Africaine, una statua in rame e bronzo di 52 metri costata 27 milioni di dollari, ci sono state proteste perché i protagonisti, un uomo che stringe fra le braccia una donna e un bimbo, rispondevano a un’estetica troppo asiatica, poco africana. In Zimbabwe le critiche si sono concentrate sul fatto che la Corea del Nord fosse responsabile dell’addestramento delle squadre della morte, che anni prima avevano trucidato i sostenitori del leader celebrato nel monumento, Joshua Nkomo.
L’uso dell’arte per fare propaganda non è un’esclusiva nordcoreana, d’altronde. La tradizione europea è piena di monumenti costruiti per veicolare messaggi: dall’Arco del Trionfo di Parigi, che commemora le guerre napoleoniche al più recente, Luftbrückendenkmal che celebra il ponte aereo su Berlino, proponendo l’immagine degli alleati come protettori della libertà contro il blocco sovietico. Certamente, nel cosiddetto mondo occidentale non esistono più studi artistici alle dirette dipendenze dello Stato con la potenza del Mansudae. Ma un’eccezione si profila con la discussa costruzione del cosiddetto “Arco di Trump”, il più alto al mondo, che dovrebbe sorgere vicino all’Arlington Memorial Bridge. Chissà se, in una riedizione della spregiudicata diplomazia verso Pyongyang abbozzata nel primo mandato, il presidente non finirà per affidare l’opera proprio alla fabbrica dei Kim.

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