Il flop delle Comunità energetiche rinnovabili che l’Italia non può permettersi

Nel bel mezzo di un’estate con prezzi record dell’elettricità, trainati in alto dall’ennesima guerra fossile – e dalla dipendenza italiana dall’import di gas – in corso in Medio Oriente, il Gestore dei servizi energetici (Gse) informa che le Comunità energetiche rinnovabili (Cer) stanno crescendo: nell'ambito della misura Pnrr dedicata, a Piano ormai concluso, sono state presentate 48.750 richieste, con 30.299 domande ammesse, 779 milioni di euro di contributi concessi e una potenza complessiva di 1.763,6 MW.
«Le Comunità energetiche rinnovabili mostrano che produzione da fonti rinnovabili, partecipazione e inclusione sociale possono procedere insieme. Il Gse vuole accompagnare questo percorso mettendo a disposizione competenze, strumenti e occasioni di confronto, affinché le opportunità offerte dalle Cer si traducano in progetti sostenibili, accessibili e replicabili», ha dichiarato Vito Pastore, direttore Relazioni esterne e programmazione strategica del Gse.
Peccato che la performance del Paese presentata dal Gse sia ben al di sotto di quanto inizialmente auspicato dal Governo. I fondi Pnrr avrebbero dovuto incentivare almeno 2.000 MW di Cer al 30 giugno di quest’anno, mentre il decreto Cer del Mase pota il target a fine 2027 a quota 5.000 MW. Un obiettivo ad oggi lontanissimo.
La diffusione delle Cer, tanto a livello europeo – come documenta la Corte dei conti Ue – quanto nazionale, sta incontrando più difficoltà del previsto. Pure il recente report di Legambiente Energia Condivisa: costruire comunità per un futuro 100% rinnovabile fotografa un’evoluzione positiva, ma ancora frenata da ostacoli normativi e regolatori che necessitano di essere rimossi. Ma c’è dell’altro.
«I numeri presentati dal Gse confermano che la diffusione delle Cer procede con una lentezza che non può più essere attribuita soltanto ai noti ostacoli procedurali, amministrativi o regolatori – spiega a greenreport l’esperto di settore Giuseppe Milano – Le esperienze virtuose e quelle più critiche mostrano che il vero discrimine è un altro: la capacità di costruire comunità reali, non contenitori tecnici. Dove questo accade, la Cer diventa infrastruttura sociale; dove non accade, resta un acronimo vuoto. Il problema non è solo la burocrazia: è l’autoreferenzialità di chi si improvvisa esperto senza aver mai partecipato a un’assemblea o senza saper leggere una bolletta. A questo si aggiunge la fragilità delle reti, la mancanza di flessibilità e il ritardo negli accumuli, che rendono la transizione un percorso ancora diseguale e spesso inefficiente. Per questo la sfida non è solo fare formazione, informazione e condivisione, ma affidarsi a persone preparate, credibili, appassionate, capaci di tenere insieme comunità, territorio e sistema elettrico, trasformando davvero l’energia condivisa in un bene comune».
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