«Il patentino antifascista è un vulnus alla libertà di pensiero. E lo dico da antifascista». Parla Peter Gomez

12 Luglio 2026 - 12:50
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«Il patentino antifascista è un vulnus alla libertà di pensiero. E lo dico da antifascista». Parla Peter Gomez

Peter Gomez

L’Associazione Italiana Editori ha rinunciato alla dichiarazione di adesione ai valori antifascisti inizialmente prevista per partecipare a “Più libri più liberi”. Una decisione arrivata dopo le critiche di alcune importanti case editrici, non solo identitarie. Anche la SEIF, la società editoriale che controlla, tra l’altro, Il Fatto Quotidiano e la casa editrice Paper First, ha manifestato la propria netta contrarietà all’iniziativa, arrivando ad annunciare che non avrebbe partecipato alla manifestazione. Ne abbiamo parlato con Peter Gomez, direttore del Fatto Quotidiano online e del mensile FQ MillenniuM.

Direttore, è stata una vittoria o una sconfitta?

«Resta certamente un vulnus alla libertà di parola e alla libertà di pensiero. Premetto una cosa: io ho una pessima opinione del fascismo come ideologia e come regime. Mi considero antifascista e sono certamente a favore della Costituzione. Proprio per questo ritengo profondamente sbagliata l’idea che a un privato cittadino possa essere impedito l’accesso a una manifestazione culturale per ciò che pensa. Anzi, per me è un’idea assolutamente fascista».

Lei sostiene che in democrazia deve essere tutelata anche la libertà di avere idee sgradite. È questo il punto?

«In democrazia uno può essere a favore del papa-re, degli ayatollah o di chi vuole. Per quanto riguarda il fascismo, il nostro ordinamento è chiaro: vengono punite l’apologia del fascismo e la ricostituzione del partito fascista. Ma non si può punire qualcuno per ciò che pensa nel proprio intimo. Se si accetta questo principio, si apre la strada a qualsiasi forma di censura».

Con quali conseguenze?

«Domani potrebbe cambiare il governo e lo stesso meccanismo potrebbe essere usato contro i comunisti, gli animalisti, i filo-israeliani, i filo-palestinesi, i filo-Putin o chiunque altro. Ciò che distingue una democrazia da un regime totalitario è proprio la libertà di pensiero, naturalmente nel rispetto delle leggi che si dà un Parlamento».

Non tutti, evidentemente, la pensano così.

«Molti amici mi hanno criticato, ma su questo punto io sono molto fermo. Marinetti e Pirandello sono stati fascisti, ma che facciamo, non stampiamo più i loro testi? Questa cosa mi fa paura. Nessuno può entrare nella testa delle persone per dire cosa devono pensare».

Il Fatto Quotidiano e la SEIF si sono opposti al cosiddetto “patentino antifascista” senza tentennamenti. Qual è, secondo voi, la posta in gioco?

«Siamo contrari ai cosiddetti reati d’opinione: si tratta di una battaglia che combattiamo da sempre proprio perché riteniamo che la libertà di espressione sia uno dei cardini delle democrazie. È una posizione difficile da sostenere. Quando difendi davvero la libertà di parola finisci per dover difendere anche il diritto di esprimersi di persone con cui non condividi assolutamente nulla, magari persone che detesti. Vale quella frase attribuita a Voltaire: “Non condivido una parola di ciò che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”».

Un principio scomodo.

«Certamente, ma è il fondamento della libertà».

Negli ultimi anni sembra che il tema dell’antifascismo mobiliti sempre meno, anche quando viene proposto da chi si dichiara sinceramente antifascista. Perché?

«Una parte della sinistra, non tutta, ha utilizzato il richiamo all’antifascismo perché era a corto di argomenti. È successo spesso che l’avversario venisse presentato come un pericolo fascista. Naturalmente questo non significa che non esistano gruppi neofascisti o che non vadano denunciati. Esistono, ma rappresentano una minoranza».

Talvolta lei si è detto critico anche su un certo uso dei diritti civili. C’è un nesso tra le due posture?

«Attenzione, condivido pienamente le battaglie sui diritti civili, ma talvolta sono state utilizzate dalla sinistra perché, quando è stata al governo, non è stata in grado di affrontare i temi sociali. Davanti a ciò, l’antifascismo è spesso tornato utile per ricompattarsi. Questo perché l’Italia ha vissuto l’esperienza del regime senza mai fare davvero i conti con il fascismo stesso».

Intende una volta finita la guerra o anche dopo?

«In Germania la sconfitta del nazismo ha prodotto una vera cesura; in Italia molto meno. Gran parte della burocrazia dello Stato rimase la stessa. Il primo presidente della Corte costituzionale era stato presidente del Tribunale della Razza. È un dato storico. E poi c’è un altro elemento…».

Quale?

«Siamo un Paese profondamente conformista. Churchill ironizzava dicendo che gli italiani erano milioni di fascisti prima della guerra e milioni di antifascisti dopo la guerra. Al di là dell’iperbole, il problema è che quella stagione non è mai stata davvero elaborata».

Ma per una Repubblica non è importante, a un certo punto, trovare anche un terreno di pacificazione nazionale?

«Lo è, certamente. Però prima bisogna aver fatto davvero i conti con la propria storia. Se quella elaborazione non c’è stata, è difficile costruire una pacificazione autentica. Parlando del fascismo storico, ci riferiamo a un’epoca che appartiene ormai al passato e io non metto in discussione la buona fede di chi fa antifascismo militante, impegnandosi personalmente, mettendoci la faccia. Li apprezzo, anzi. Ma non credo che il pericolo che stiamo vivendo oggi sia il ritorno del fascismo».

Lei, dunque, non è uno di quelli che vede un pericolo fascista nel nostro Paese?

«Vedo un governo certamente di destra. Anzi, per come la vedo io, un governo di destra democristiana…».

Destra democristiana? Non crede che qualcuno potrebbe dissentire?

(Sorride). «Può darsi. Qualcuno del governo potrebbe anche arrabbiarsi perché lo definisco democristiano. Molti dei propositi annunciati in campagna elettorale, fortunatamente dal mio punto di vista, non sono stati realizzati. Ci sono stati provvedimenti che considero chiaramente di destra, penso ad alcuni decreti sulla sicurezza, ma il fascismo è un’altra cosa. Molti Paesi democratici adottano politiche analoghe senza per questo cessare di essere democrazie».

Tornando al nostro argomento. L’anno scorso, paradossalmente, le polemiche hanno trasformato lo stand di Passaggio al Bosco in uno dei più visitati della fiera. Come se lo spiega?

«È l’effetto che spesso produce la censura. Più si cerca di isolare qualcuno, più cresce la curiosità nei suoi confronti. Vale un po’ come in politica: più si demonizza una persona o una realtà, più aumenta l’interesse del pubblico. Alla fine, il risultato ottenuto è spesso l’opposto di quello che ci si proponeva».

Tra poche settimane debutterà di sabato sera su Rai 3 con L’Elefante. Sarà un programma innovativo o conformista?

«Posso dire una cosa: non sarà una trasmissione conformista, perché non credo di esserlo mai stato nella mia vita. Saranno gli spettatori a dire se sarà bella, brutta o se avrà successo. Con la bella squadra che mi ha messo a disposizione la Rai, stiamo lavorando per costruire un programma che metta insieme l’alto e il basso: notizie, cultura e memoria, anche attraverso il patrimonio delle Teche Rai. Abbiamo tanti buoni propositi. Ma, come saprà, la via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni».

Ma perché proprio L’Elefante?

«Perché in ogni discussione c’è sempre un elefante nella stanza: qualcosa di così enorme che nessuno vede e di cui non si parla. Se riusciremo a portarlo al centro del dibattito, avremo raggiunto il nostro obiettivo».

Sempre che non si rompano i cristalli?

«Ovviamente».

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