Il tè cresce anche sulle Alpi

27 Maggio 2026 - 04:51
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Il tè cresce anche sulle Alpi

Per decenni il tè è stato raccontato in Europa come un prodotto inevitabilmente lontano. Cina, Giappone, India, Sri Lanka. Geografie precise, quasi immutabili, che sembravano definire non soltanto la provenienza della bevanda ma anche i limiti stessi della sua coltivazione. Oggi qualcosa sta cambiando.

Negli ultimi anni diverse realtà europee hanno iniziato a sperimentare la coltivazione della Camellia sinensis, la pianta del tè, in territori considerati fino a poco tempo fa inadatti. Non si tratta ancora di una produzione industriale capace di competere con i grandi paesi asiatici, ma di un fenomeno agricolo interessante perché racconta insieme clima, paesaggio e trasformazione culturale del consumo.

Anche l’Italia sta entrando in questo scenario. Succede in Val d’Ossola, nel nord del Piemonte al confine con la Svizzera, dove il microclima influenzato dal fiume Toce e dalla protezione delle montagne ha permesso la nascita di una delle più estese coltivazioni europee di tè.

Il progetto nasce dall’incontro tra La Via del Tè, storica azienda fiorentina che dagli anni Sessanta ha contribuito alla diffusione della cultura del tè in Italia, e La Compagnia del Lago Maggiore della famiglia Zacchera, già attiva nella coltivazione di camelie ornamentali. Oggi a Premosello crescono oltre 25 mila piante, molte ottenute da semi provenienti da Rize, area turca affacciata sul Mar Nero storicamente vocata alla produzione di tè.

La questione interessante non riguarda soltanto la possibilità tecnica di coltivare questa pianta in Italia. Riguarda soprattutto il tentativo di costruire un’identità territoriale del tè, concetto che in Europa appartiene più facilmente al vino o all’olio che a una bevanda percepita per lungo tempo come standardizzata e anonima.

Negli ultimi anni il mercato occidentale ha iniziato infatti a guardare il tè con occhi diversi. L’attenzione si è spostata dalla semplice bevanda da consumo quotidiano all’origine delle foglie, alle tecniche di lavorazione, ai raccolti stagionali e al ruolo del Tea Maker. Un processo simile a quello già avvenuto nel caffè specialty, dove varietà botaniche, altitudine e lavorazioni sono diventate parte integrante del racconto.

Nel caso ossolano tutto resta volutamente artigianale. La raccolta viene effettuata a mano, selezionando germogli e foglie giovani. Non vengono utilizzati prodotti di sintesi e ogni lavorazione viene adattata alle caratteristiche del raccolto annuale. Una scelta che rende la produzione limitata ma che permette di leggere meglio le differenze climatiche e vegetative di ogni stagione.

I raccolti primavera 2026 mostrano bene questa doppia direzione. Da una parte c’è Assolo, tè verde essenziale ottenuto dalle prime foglie e dalle gemme più tenere della pianta, lavorato per preservare il carattere vegetale e la pulizia aromatica del raccolto alpino. Dall’altra Aria, miscela che utilizza la stessa base verde aggiungendo petali di rosa, calendula e aromi naturali, in una costruzione più interpretativa che territoriale.

Sono prodotti ancora di nicchia, sia nei volumi sia nel prezzo, e probabilmente troppo piccoli per parlare già di una vera filiera nazionale. Ma il loro valore sta altrove. Più che sostituire i grandi tè asiatici, esperienze come questa iniziano a porre una domanda diversa: può esistere un tè europeo capace di raccontare il proprio paesaggio senza imitare quello degli altri?

Per ora la risposta è ancora in costruzione. Ma il fatto stesso che la domanda esista racconta quanto il tè stia cambiando natura, passando da prodotto coloniale globalizzato a possibile espressione agricola locale.

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