Il vero privilegio si misura dalle sciocchezze capaci di rovinarci seriamente la giornata

05 Settembre 2026 - 08:05
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Il vero privilegio si misura dalle sciocchezze capaci di rovinarci seriamente la giornata

Una quindicina d’anni fa, l’unica ragione per cui iniziai a sbirciare Instagram era un account che si chiamava White Girl Problems. A un certo punto il tizio che lo teneva si mise a vendere rosé, che per un americano è esattamente il tipo di vino che beve una ragazza ricca senza un problema al mondo, di quelle che leggono la Ferrante a bordo piscina in “White Lotus”. (In Italia l’unica persona che abbia mai incontrato cui piaceva il rosé era Francesco Guccini, cioè quanto di più dissimile dalla frivola ragazza ricca che irrideva quella pagina Instagram: che fastidio quando i cliché non combaciano).

Il fatto che i problemi dell’occidente satollo venissero definiti «da ragazza bianca» ci dice che quindici anni fa, all’insaputa dei massimogiannini, il woke non si chiamava ancora così ma era già vivo e lottava contro di noi in forma di quell’intersezionalismo per cui Michelle Obama è meno privilegiata della pallida commessa del Carrefour all’angolo – ma non è di questo che voglio parlarvi, bensì della moltiplicazione dei problemi da ragazza ricca o da occidente satollo o come diavolo volete chiamarli (gli anglofoni perlopiù usano «first world problems»: io non ho mai capito, se noialtri siamo il primo mondo e i poveri sono il terzo, quale sia il secondo; dev’essere come la business spacciata per prima sui Frecciarossa).

Ogni mattina io apro Twitter, o come si chiama ora, e guardo i primi tre o quattro post che mi compaiono. In genere sono di gente i cui gravissimi problemi sono che le mie tasse non paghino i croccantini biologici del suo Fido, o le sue vacanze studio all’estero.

Ogni mattina io mi dico che siamo proprio fortunati a vivere in un’epoca che si è liberata dei problemi essenziali e può inventarsene di immaginari, ma non solo per Brocco81 che su Twitter è indignato perché ha pagato la cena a una che poi l’ha mandato in bianco, o per Vongola75 che si percepisce abitante d’un posto competitivo perché la zia ha osato irridere i suoi due esami in sette anni d’iscrizione a Lettere. Me lo dico anche (soprattutto?) perché prima di andare su Twitter ho letto i giornali.

Martedì il Financial Times raccontava la straziante storia dello Shard Place, condominio londinese di quelli per benestanti, quei posti che hanno il concierge ventiquattr’ore su ventiquattro (in analfabetese: ventiquattrosette) e la palestra e la piscina e tutto quello che ti può servire. Solo che questo – nuovo, promettente, tutto in affitto da quando ha aperto un anno fa – vessa gli inquilini, che per il più microscopico degli appartamenti pagano 4300 sterline al mese.

Gli ospiti degli inquilini non possono usare la piscina! È richiesta una tassa iniziale di 50 sterline per usare la palestra! Hanno addirittura iniziato a far pagare il wifi! Per darmi un doppione della chiave per il tizio con cui sto da quattro mesi volevano che prendesse la residenza! Un inquilino si è lamentato, e la lettera con cui è stato sfrattato è sublime, sembra quei fidanzati che ci lasciavano per il nostro bene quand’eravamo giovani: «Ci è stata riferita la sua insoddisfazione e siamo molto dispiaciuti, ci pare che Shard Place non sia il posto giusto per lei e purtroppo non la inviteremo a restare dopo la scadenza del suo contratto annuale. Speriamo che trovi un posto più adatto ai suoi bisogni».

Per fortuna l’articolo è protetto dal vero confine di classe della modernità, un giornale il cui abbonamento costa settanta euro al mese, altrimenti sai che presa della Bastiglia su Twitter, dove ogni volta che scoprono che esistono le classi sociali trasecolano.

Mercoledì tutti i giornali inglesi, spero retribuiti dall’azienda, avevano in prima pagina il nuovo spazzolino da denti prodotto dalla Dyson. Guardavo gli strilli con scritto «Compreresti uno spazzolino da 420 sterline?» e immaginavo le foto indignate su Twitter se ci fosse stato analogo piazzamento italiano: la gente rinuncia a curarsi perché non ha i soldiiii.

Sempre quindici anni fa, quando ancora guardavo i talk-show e quando ancora usavamo i social per comunicare e non per visitare lo zoo di vetro, se il martedì tornavo tardi chiedevo su Facebook se fosse già andato in onda «i poveri che sono poveri»: Floris aveva a ogni puntata un servizio su qualcuno che non ce la faceva ad arrivare a fine mese comprando il tonno di marca, era costretto a mangiare quello del discount. A volte nello stesso servizio c’erano anche i ricchi che sono ricchi, con qualche inviato al Billionaire o posti simili. Chissà se i talk c’informano ancora ogni settimana che esistono le classi sociali, di sicuro su Twitter sono pronti a trasecolarne.

Quel che i polemisti dilettanti non sanno è che niente dice «benessere economico» come certe preoccupazioni gratuite. Lunedì, le mie chat in entrata avevano tutte uno screenshot simile. Era la schermata di Wordle, il giochino del New York Times che tutti i privilegiati che conosco fanno religiosamente appena svegli (alcuni addirittura a mezzanotte e un minuto, appena arriva sulla app: stanno svegli fino a tardi apposta), la cui soluzione era «mound». Abbiamo perso tutti, avendole provate tutte – hound, pound, sound – tranne quella. (Io ho riperso con lo stesso meccanismo d’aver indovinato quattro lettere giovedì: hoist, moist, foist – chi ci pensa a «joist», dai, su, siamo seri, è una truffa).

Eravamo tutti di malumore, perché sì, leggiamo abbastanza i giornali da sapere che la gente è sempre più povera, gli stipendi italiani sono sempre più inadeguati, la sanità è sempre più al collasso per non parlare della scuola, il mondo è pieno di guerre e il principale dei capi occidentali è un pazzo furioso, e uno di questi giorni l’intelligenza artificiale si annoierà e per svagarsi farà partire missili nucleari a casaccio e insomma ci separa un amen dalla fine di tutto; leggiamo tutto, sappiamo tutto, e in pubblico siamo pieni di contrizioni per i mali del mondo, ma nascostamente ce ne fottiamo di tutto, tranne che delle stronzate: eravamo di malumore perché non avevamo indovinato «mound».

Poiché sono della scuola di Gassman in “La terrazza” («Privilegiati depressi, guardali: fanno pure più schifo dei privilegiati contenti»), ho infierito inviando ai miei amici sconfitti da «mound» un articolo del Times: intervistavano Marc Reicher, un evidente sadico che aveva deciso che Wordle era troppo facile, e aveva inventato Don’t Wordle. Stesso schema, ma lo scopo del gioco è sbagliare la parola.

In Wordle hai sei tentativi per indovinare una parola, in Don’t Wordle devi sbagliarla fino alla fine: se la sesta è quella giusta, perdi. Naturalmente va al contrario del solito: è sempre giusta la seconda o giù di lì. Caro Cocciante, non sono sicura che non ci sia mai una ragione perché un amore debba finire, ma sono abbastanza certa che non ci sia una spiegazione di come diavolo sia possibile che Don’t Wordle sia più difficile di Wordle.

Ricopio un messaggio arrivatomi da una povera vittima alla quale ho mandato il link, e che ora ha due diversi giochini sui quali farsi venire il nervoso: «Nel Wordle vero ci metto quattro tentativi con gli aiuti. Con questo, a caso al secondo avevo già quattro lettere giuste. Ma vaffanculo».

(Due giochini sono comunque meno della perdita di tempo mia, che non comincio la giornata se oltre a Wordle non ho fatto, del New York Times, Spelling Bee, Connections, Strands, Pips, e i tre Sudoku; faccio anche tre Sudoku del Times di Londra, perché sennò cosa pago gli abbonamenti ai giornali a fare).

Se mi ricordassi il nome di quel tizio di White Girl Problems gli scriverei per chiedergli una definizione per lo stato avanzato della borghesia italiana a me nota. Gente per cui, mentre il mondo cade a pezzi, il lunedì mattina il problema più grave era non aver indovinato «mound» a Wordle, e il lunedì sera aver scoperto l’esistenza del malefico Don’t Wordle.

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