L’allarme russo di Tajani perde credibilità se l’establishment legittima Vannacci a Cernobbio

04 Settembre 2026 - 08:15
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L’allarme russo di Tajani perde credibilità se l’establishment legittima Vannacci a Cernobbio

Antonio Tajani teme che la Russia possa interferire nelle elezioni italiane. Matteo Salvini teme invece l’«ansia antirussa». A Cernobbio, prudentemente, hanno invitato Vannacci. Ognuno affronta il problema con gli strumenti che possiede: chi lancia l’allarme, chi se la prende con l’allarme, chi prepara l’accredito. Il ministro degli Esteri ha detto una cosa seria: Mosca potrebbe tentare di condizionare il voto. Bisogna intervenire in anticipo. Bene. Sarebbe interessante capire se l’anticipo comprenda anche il tempo necessario a convincere l’altro vicepresidente del Consiglio che il problema è l’ingerenza, non l’ansia di chi la denuncia. Ma non pretendiamo tutto subito.

Intanto il Forum Ambrosetti offre a Roberto Vannacci un confronto con Mario Monti sul progetto europeo, fra integrazione e sovranità. Vannacci è di certo il più autorevole interprete della posizione italiana sull’Europa, come ci dicono gli influenti borghesi di Cernobbio. Carlo Calenda ha annunciato che non parteciperà: contesta il trattamento riservato al generale, distinto da quello degli altri leader dell’opposizione. Gli organizzatori negano favoritismi e rivendicano il confronto con idee lontane dalle proprie. È una risposta, ma non è convincente.

Vannacci ha pieno diritto di parlare. Nessuno propone di togliergli il microfono, tanto meno il seggio. Non lo pensa neppure la Procura militare, che ha aperto un’inchiesta solo sulla compatibilità fra l’uniforme e l’attivismo politico. Ma la libertà d’espressione non comprende il diritto alla consacrazione da parte dell’establishment economico. Invitare in quella forma un leader politico di estrema destra filoputiniana non è un gesto senza significato politico soltanto perché si svolge fra persone ben vestite.

Un confronto serrato può mettere a nudo il sovranismo. Una passerella può renderlo rispettabile. La differenza la fanno le domande, le contestazioni, la disponibilità a guastare l’atmosfera. Ma non è questo che ci si aspetta dal professor Monti: personalità, grazie al cielo, ben diversa da quella dell’autore di “Il mondo al contrario” e di un programma politico che ci riporta all’età premoderna. Il messaggio che arriva da Cernobbio è elementare: appena raccogli abbastanza consensi, le idee che ieri scandalizzavano diventano interessanti prospettive da discutere davanti agli investitori.

Non occorre sostenere che Vannacci prenda ordini dal Cremlino. Bastano le sue posizioni filorusse per sollevare una questione politica. Se prendiamo sul serio l’allarme di Tajani, dobbiamo forse domandarci quale vantaggio il Cremlino possa sperare di trarre dall’accettazione sociale di chi ne sostiene le ragioni. Senza confondere le opinioni con i reati. E senza usare l’assenza di un reato per sospendere il giudizio sulle opinioni.

Qui viene la domanda alla sinistra. Perché Elly Schlein e Giuseppe Conte, annunciati fra i partecipanti, non seguono l’esempio di Calenda? Ritengono più utile esserci e contestare con la vivacità e la compostezza che contraddistinguono l’una e l’altro? Lo dicano e, soprattutto, lo facciano. Si può dissentire dal boicottaggio. È più difficile rivendicare il confronto e poi limitarsi a svolgere il proprio bell’intervento, lasciando agli organizzatori la soddisfazione di avere accomodato tutti. L’antifascismo, se è una discriminante politica e non una ricorrenza, dovrebbe aiutare a scegliere anche quando farlo costa una poltrona in sala.

Dalla Norvegia arriva intanto una lezione di fermezza istituzionale. Le autorità hanno sequestrato una nave russa su ordine di un tribunale, nell’ambito dell’azione di Naftogaz volta a ottenere il risarcimento per i beni espropriati in Crimea. Non una rappresaglia del governo: un provvedimento giudiziario eseguito. Mosca ha protestato, parlando di pirateria. Oslo ha distinto la controversia dalle esigenze delle persone a bordo, offrendo assistenza per il rientro. Non sono vicende equivalenti. Il principio che le collega, però, è semplice: ciascuno deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Un tribunale applica il diritto. Un ministro dà seguito a un allarme. Un partito decide quali operazioni politiche sia disposto ad avallare con la propria presenza. La Norvegia non ha dichiarato guerra alla Russia. Ha evitato di dichiarare il diritto internazionale facoltativo.

Agli organizzatori di Cernobbio si deve chiedere di ricordare che si può essere – se ci tengono tanto – ospitali senza essere accomodanti. Ai leader del Campo Largo un atto politico che non contraddica il tanto vociare sull’antifascismo. E di non ripetere la favola del bambino che gridava: «Al lupo! Al lupo!» Per le pecore finì molto male.

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