Il WiFi può diventare uno strumento di identificazione anche a telefono spento

25 Maggio 2026 - 15:32
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Il WiFi può diventare uno strumento di identificazione anche a telefono spento

Una normale rete WiFi può bastare per riconoscere una persona, anche se non porta con sé uno smartphone o se il telefono è spento. È quanto emerge da uno studio del Karlsruhe Institute of Technology, che mostra come i segnali radio del WiFi possano essere usati, con l’aiuto del machine learning, per riconoscere chi si trova nell’area coperta dal segnale, se il sistema ha già appreso il suo profilo radio, con una precisione quasi perfetta.

La ricerca arriva da un gruppo del KASTEL, l’Institute of Information Security and Dependability del KIT, e tocca una questione di privacy tutt’altro che teorica. Il WiFi è ormai presente in case, uffici, ristoranti, aeroporti e spazi pubblici: proprio questa diffusione può trasformarlo in uno strumento di osservazione difficile da percepire. Non servono telecamere, microfoni o apparati visibili, perché il sistema sfrutta la comunicazione radio tra un router e i dispositivi collegati.

Il principio richiamato dai ricercatori somiglia, almeno come idea generale, a quello di una fotocamera. Cambia però il mezzo utilizzato: non la luce, ma le onde radio. Osservando il modo in cui questi segnali si propagano e rimbalzano sulle superfici e sui corpi, è possibile ricostruire una sorta di immagine radio dell’area coperta dal WiFi. Il sistema non riconosce volti o lineamenti: lavora sulle variazioni prodotte dalla presenza umana nel campo radio.

COME FUNZIONA

La persona identificata non deve avere con sé alcun dispositivo connesso. Secondo i ricercatori, basta che altri apparati nelle vicinanze stiano comunicando tramite WiFi: per questo, spegnere il telefono non basta a sottrarsi al rilevamento, perché il sistema può sfruttare il traffico generato da quei dispositivi.

Rispetto ad altre tecniche basate sul WiFi, questo metodo non richiede hardware speciale. Alcune soluzioni usate in passato si affidavano ai dati CSI, informazioni che descrivono come cambia un segnale radio quando incontra pareti, mobili o persone. Qui, invece, i ricercatori sfruttano dati già prodotti nello scambio tra router e dispositivi collegati.

La tecnica sfrutta la cosiddetta beamforming feedback information, o BFI. In parole semplici, si tratta di informazioni di ritorno che i dispositivi inviano regolarmente al router per aiutarlo a orientare meglio il segnale WiFi. Secondo il gruppo di ricerca, viaggiano senza cifratura e possono quindi essere lette da chi intercetta il segnale nell’area coperta. Una volta raccolte, permettono di ottenere più prospettive radio di una persona e di usarle per il riconoscimento attraverso modelli di machine learning.


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