Insulti a Salvini al Pride, l’attivista le spara grosse ma all’annuncio di querela si pente e piagnucola: tutto falso, chiedo scusa. Colpa del caldo e dello Spritz

Il post Pride di Milano rivela il solito scempio dei soliti noti, eppure indignazione e sorpresa non accennano ad acquietarsi, anzi. E non solo per quanto emerge sul fronte della cronaca (non solo politica) dell’evento, ma anche per le sue successive “involuzioni”: a partire dal caso del prof pro-Pal che scippa lo scudo a una agente. Per finire con il caso degli insulti a sfondo sessuale (e non solo) a Salvini da un attivista agguerrito prima, pentito poi. O almeno così sembrerebbe. Ma procediamo con ordine…
Insulti a Salvini al Pride di Milano (e non solo)
Non bastava il prof pro-Pal delle scuole medie – un professionista pagato dallo Stato per insegnare ai ragazzi anche il rispetto della legge – pronto a prendere a calci un poliziotto – scrive Il Giornale in edicola oggi – per poi impossessarsi del suo scudo e sventolarlo come un trofeo di guerra che l’agente ha denunciato ma che le toghe milanesi hanno graziato archiviando il caso… No, nel profluvio di insulti e fake news, piagnistei e accuse, sempre dal quotidiano milanese, ora spunta anche il caso del performer e art director che, secondo quanto denunciato sempre Il Giornale, microfono in pugno (alzato?) ha pensato bene di trasformare la sfilata Lgbt in un palcoscenico di fango e diffamazione contro Matteo Salvini.
Il performer militante ne spara di ogni contro il leader leghista
Stando a quanto ricostruito dal quotidiano diretto da Cerno, infatti, altoparlante in funzione, il giovane avrebbe lanciato bordate pesantissime contro il ministro leghista, salvo poi fare retromarcia sui social imputando al caldo il suo delirio e invocando l’attenuante climatica. Accuse indicibili e del tutto inventate sulla vita privata del leader del Carroccio, tirando in ballo persino Umberto Bossi e sfidando il numero uno del Mit con spavalderia: «Aspetto che mi smentisca, sono qui». Una sfrontatezza solo apparente, da salotto radical-chic, ma durata il tempo di un clic. Tanto che, quando Salvini ha risposto via social con un secchissimo «ci vediamo in tribunale», il coraggio dell’attivista è evaporato.
Ma evocato lo spettro del tribunale fa retromarcia (con figuraccia)
Salvini, infatti, scrive Il Giornale nella sua denuncia della vicenda, «ha risposto annunciando battaglia legale: “Ci vediamo in tribunale amico mio”. Ed è a quel punto che il coraggio da palcoscenico si è sciolto più rapidamente di un cubetto di ghiaccio sotto il sole milanese». Nel giro di poche ore, il fiero militante si sarebbe insomma trasformato in un utente social contrito e pentito, pronto a esortare il leader leghista al perdono: «Chiedo scusa, ho detto cose senza senso che non corrispondono alla verità. La colpa è del caldo, della stanchezza e dello Spritz a 40 gradi». Che retromarcia: prima si lancia la provocazione più becera dal carrozzone del Pride. Poi, non appena si profila all’orizzonte lo spettro del tribunale, ci si scioglie in un piagnucolio pronto per il web, dando la colpa al caldo e – se non bastasse – anche allo Spritz…
Insulti a Salvini al Pride, il solito cortocircuito rosso
Comunque, al netto di passi falsi e figuracce, invettive gratuite e ripensamenti, resta sullo sfondo più lampante che mai, il colossale cortocircuito progressista. Quello che si innesca puntualmente in manifestazioni nate per chiedere rispetto e inclusione, pronte però all’avvio del corteo a trasformarsi in zone franche dove l’insulto e l’uso dell’allusione sessuale come dileggio pubblico. E l’aggressività – sia fisica che verbale – diventano “legittimi”. Persino applauditi: purché il bersaglio nel mirino sia il “nemico” politico. La volgarità viene spacciata per irriverenza artistica. E la calunnia si veste con i colori dell’arcobaleno nella speranza di ottenere un’immunità morale (e chissà, magari anche giudiziaria nel caso servisse)… Quando la realtà busserà alla porta?
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