La battaglia della Uefa contro Infantino nasce anche dalla paura di perdere potere

Gianni Infantino è arrivato alla Fifa nel 2016 per riportare il calcio alla normalità dopo la gestione torbida di Sepp Blatter. Dieci anni dopo deve difendersi dall’accusa di avere accentuato un tratto antico della Fifa, trasformando la presidenza della più importante organizzazione sportiva del mondo in un centro di potere personale capace di trattare con governi, corteggiare capi di Stato e muovere miliardi quasi come una piccola organizzazione internazionale.
Da qualche mese la battaglia sul suo futuro sta uscendo sempre di più dai confini del calcio. Il 2 settembre le federazioni di Danimarca, Finlandia e Svezia hanno scritto al commissario europeo allo sport Glenn Micallef chiedendo un incontro a Bruxelles sulla governance della Fifa. Vogliono discutere di trasparenza, processi decisionali e del modo in cui vengono prese scelte capaci di condizionare il futuro commerciale del calcio mondiale. È l’ultimo sviluppo di una crisi che in poche settimane è passata dalle stanze della Fifa ai tribunali americani e ora potrebbe arrivare nelle istituzioni europee. Da Zurigo la risposta è stata durissima: la Fifa ha accusato Uefa di condurre una smear campaign. Il Congresso del marzo 2027 è diventato l’orizzonte della resa dei conti.
A farla esplodere è stato Fifa Forward Enterprise (FFE), il progetto che avrebbe aperto ai capitali privati parte degli interessi commerciali legati ai Mondiali e alle altre competizioni Fifa, attraverso una società valutata intorno ai venti miliardi di dollari. Come investitore di riferimento, Infantino aveva scelto Thrive Capital, fondata da Josh Kushner, fratello di Jared, il genero di Donald Trump. Le cinquantacinque federazioni Uefa hanno contestato il modo in cui l’operazione era stata portata avanti e minacciato di non partecipare più alle competizioni Fifa. Infantino ha ritirato il progetto, ma ormai lo scontro ha assunto una portata più ampia e mette in discussione la sua leadership. La Uefa vuole una revisione indipendente e punta a ridimensionare i poteri della presidenza.
Il tema oggi riguarda quanto potere si sia concentrato intorno al presidente e quanto il suo ruolo abbia finito per superare quello di un dirigente sportivo. La Fifa, del resto, è una creatura ibrida. Governa lo sport più seguito del pianeta, distribuisce miliardi a 211 associazioni nazionali, assegna eventi capaci di generare investimenti giganteschi e tratta direttamente con i governi. Infantino ha sfruttato fino in fondo questa natura, quasi esasperandola.
Il rapporto con Donald Trump ne è l’esempio più evidente. Nel dicembre 2025, durante il sorteggio del Mondiale a Washington, Infantino gli ha consegnato il primo Fifa Peace Prize, un riconoscimento creato dalla Fifa poche settimane prima. Una collaborazione stretta con la Casa Bianca era inevitabile, visto che gli Stati Uniti erano il principale Paese organizzatore del Mondiale 2026. Infantino ha scelto però una vicinanza assai più personale, arrivando nel febbraio scorso a partecipare alla prima riunione del Board of Peace promosso da Trump.
Il rapporto con il presidente degli Stati Uniti è però soltanto la manifestazione più vistosa di una diplomazia che Infantino pratica da anni. Dopo il Mondiale russo del 2018, Vladimir Putin gli conferì l’Ordine dell’Amicizia. Quattro anni più tardi, alla vigilia del Mondiale in Qatar, Infantino rispose alle polemiche sui diritti umani con una difesa durissima del Paese ospitante e un attacco all’ipocrisia occidentale. Poi è arrivata l’Arabia Saudita, destinata a ospitare il Mondiale del 2034 e diventata uno dei centri della nuova economia sportiva globale.
Sarebbe semplicistico dedurne una simpatia ideologica per i regimi autoritari. C’è però una ricorrenza difficile da ignorare. Infantino sembra trovarsi particolarmente a proprio agio nei sistemi in cui il potere è verticale, riconoscibile, concentrato. Governi che usano lo sport come strumento di politica estera trovano nella Fifa un interlocutore potentissimo; lui trova leader capaci di mobilitare rapidamente capitali, infrastrutture e apparati statali. È un mondo in cui è chi decide lo fa senza troppi vincoli e il rapporto personale può contare più delle procedure.
È quasi il contrario della cultura politica europea. La diplomazia dell’Unione è lenta perché il potere è disperso tra istituzioni e ventisette governi, con interessi divergenti. Ma quella lentezza non è soltanto una debolezza. È anche il prodotto di un sistema democratico in cui il potere deve negoziare e accettare dei limiti.
Infantino sembra preferire la logica opposta: individuare chi decide e costruire con lui un rapporto diretto, evitando ostacoli e rallentamenti. Lo stesso schema si ritrova dentro la Fifa, dove il potere tende a salire verso l’alto, la mediazione istituzionale viene percepita come un freno e gli spazi di condivisione sono diventati sempre di meno. Con Trump questa inclinazione ha trovato il suo interlocutore ideale. Ora però questa concezione del potere rischia di ritorcersi contro di lui.
La Uefa ha certamente i suoi interessi. L’espansione delle competizioni Fifa invade il calendario e il mercato su cui si fonda la potenza del calcio europeo, e una Fifa meno trasparente e più autonoma non piace a Nyon. Ma gli interessi europei non cancellano i problemi di governance e la spregiudicatezza nelle politiche commerciali sollevati dall’associazione europea.
Pur essendo l’organizzazione più potente, i numeri della Uefa potrebbero però non bastare. La Fifa conta 211 associazioni nazionali e ciascuna pesa allo stesso modo nel Congresso. L’Europa concentra una parte enorme della ricchezza del calcio mondiale, ma dispone soltanto di cinquantacinque federazioni. Infantino ha trasformato questa sproporzione in una delle basi della propria politica. Può presentarsi come il presidente che ha cercato di riequilibrare un calcio eurocentrico, aumentando le risorse destinate allo sviluppo e allargando l’accesso alle competizioni mondiali. È una narrazione interessata, ma politicamente efficace, perché sposta la partita dal terreno della trasparenza a quello della rappresentanza globale.
Il comitato esecutivo della Confederazione africana, che riunisce cinquantaquattro federazioni, ha già confermato il proprio sostegno a Infantino. Per batterlo alle elezioni del 2027, servirà qualcuno capace di sottrargli voti in Africa, Asia e America Latina, e non sarà semplice. È qui che la crisi aperta da FFE diventa una questione politica. Infantino non è mai stato così contestato, ma la sua forza non dipende soltanto dal controllo della Fifa. Dipende dalla rete di rapporti costruita negli anni con federazioni, governi e continenti che non vogliono rinunciare alle maggiori ricchezze garantite in questi anni.
Per questo il passaggio a Bruxelles è importante ma non decisivo. L’Europa può aumentare la pressione sulla governance della Fifa, imporre nuove domande sulla trasparenza e rendere più difficile per Infantino governare come ha fatto finora. Ma per cambiare il presidente serviranno i voti.
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