Gli aeroporti groenlandesi hanno fermato il primo assalto cinese all’Artico

05 Settembre 2026 - 08:05
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Gli aeroporti groenlandesi hanno fermato il primo assalto cinese all’Artico

Nel 2018 la Cina aveva presentato un’offerta per gestire i lavori dell’aeroporto di Nuuk, oltre che di quelli di Ilulissat e Qaqortoq. Pechino, grazie al colosso statale China Communications Construction Company (CCCC), si era proposta di coprire il costo dei lavori, previsti per una cifra attorno ai 550 milioni di dollari, a una condizione: affidare le costruzioni a imprese cinesi.  L’offerta era arrivata alla fase finale della gara, selezionata dal gestore statale groenlandese Kalaallit Airports, ma il campanello d’allarme era suonato dalle parti di Copenaghen e ancor di più a Washington. Nuuk ha carta bianca sulle proprie decisioni ma deve comunque attenersi a un controllo da parte della Danimarca su questioni inerenti la sicurezza nazionale. E gli Stati Uniti ritengono la Groenlandia fondamentale per la propria sicurezza, quindi da tenere sotto il proprio ombrello. «Eppure per noi si tratta semplicemente di un investimento», assicurava nel 2018 Gao Feng, rappresentante speciale per gli Affari Artici della Repubblica Popolare Cinese nelle sale del Nordic House di Tórshavn, capitale delle isole Faroe.

(..) Il tentativo sugli aeroporti groenlandesi rientrava nella classica strategia di penetrazione attuata da Pechino in diversi Paesi del mondo. Mettere un piede dentro infrastrutture, aziende o progetti nazionali, anche critici, e poi usarli come leva, economica in primis ma anche politica. 

Sempre in Groenlandia, nel 2016, la Cina ci aveva provato con la vecchia base navale abbandonata di Gronnedal, oggetto di un’offerta di un’azienda cinese, il General Nice Group. Ma anche in quella circostanza, l’esito fu uguale: il no della Danimarca. La stessa compagnia cinese, nel 2015, si era aggiudicata la licenza per il giacimento minerario di Isua, primo ingresso di Pechino nel settore estrattivo dell’isola, ma nel 2021 dopo diverse polemiche la licenza è stata revocata da Nuuk. 

Altro caso: il progetto Kvanefjeld, nel sud della Groenlandia. Una miniera di uranio e terre rare in cui è entrata la Shenghe Resources, compagnia cinese, grazie al gancio di un’azienda con sede in Australia. Una vicenda che provocò numerose polemiche, fino al divieto giunto da Nuuk nel 2021 di bandire l’estrazione dell’uranio per questioni ambientali. E ancora: la miniera di Citronen, sito di piombo e zinco in un fiordo nel Nord dell’isola, in cui un’azienda cinese, la China Nonferrous Metal Mining Group, era riuscita a infilarsi, anche in questa circostanza tramite un accordo con un attore australiano. Gli sforzi cinesi non hanno riguardato solo i settori infrastrutturali e industriali groenlandesi. 

Dal Dragone negli ultimi anni sono arrivati simili approcci attraverso il mondo scientifico, con progetti e attività di ricerca su Artico e Groenlandia. L’isola, d’altronde, rappresenta il baricentro della strategia artica della Cina. La svolta dichiarata è arrivata nel 2018, anno in cui Pechino ha pubblcato il suo Libro Bianco, svelando le proprie ambizioni sul Grande Nord, e spingendosi a definirsi uno Stato «semi-artico», o comunque vicino all’Artico, nonostante l’ampia distanza geografica che separa la Cina dal Polo Nord. L’obiettivo di costruire una rotta nordica, la Polar Silk Road, integrativa della Belt and Road Initiative, è un progetto ormai noto. Così come è noto il motivo dietro questo disegno: la volontà di sfruttare il cambiamento climatico e il sempre più evidente scioglimento dei ghiacci per aprire nuove strade marittime per i propri mercantili. 

Una delle stime è che entro il 2065, quindi tra meno di quarant’anni, l’oceano Artico sarà navigabile nelle acque oggi considerate internazionali, quindi al largo di quelle esclusive dei Paesi rivi raschi. Con l’apertura di una rotta polare, i porti cinesi e quelli europei si avvicinerebbero, con il viaggio che potrebbe essere tagliato circa del 40 per cento. Attraversando il canale di Suez, per arrivare a Rotterdam, oggi una nave che parte da Shanghai impiega circa 45-50 giorni, senza contare possibili incidenti come quello avvenuto nel marzo del 2021 con la portacontainer Ever Given rimasta incagliata per giorni bloccando la rotta. 

Lo stesso viaggio tra l’Asia e l’Europa, passando invece per la rotta nordica e assumendo la stessa velocità di navigazione, durerebbe dal 30 al 50 per cento in meno, con una riduzione di 14-20 giorni. Tempi e costi minori, oltre al fatto che con una rotta settentrionale la Cina supererebbe il cosidetto «dilemma di Malacca», ovvero l’aggiramento dello stretto tra Indonesia e Malesia, uno di quei canali e colli di bottiglia marittimi che tuttora sono sotto il controllo degli Stati Uniti o dei loro alleati. Choke points che rappresentano gli snodi fondamentali per il commercio mondiale e che, di conseguenza, sono al centro della strategia americana per il predominio dei mari.

A essere meno noto è il fatto che l’attenzione cinese verso l’Artico non sia scaturita solamente negli ultimi anni, ma risalga – almeno in parte – a un secolo fa. Nel lontano 1925, infatti, Pechino sottoscrisse il trattato di Spitsbergen con cui si garantiva la presenza e la possibilità di accedere alle isole Svalbard, in modo da avviare attività di pesca nell’arcipelago norvegese. Andando avanti negli anni, è del 1994 l’acquisto della prima nave rompighiaccio, la Xuelong, mentre nel 2013 la Cina è entrata come membro osservatore nel Consiglio Artico, il consesso internazionale che discute delle questioni artiche.

(…) L’avanzata cinese ha aperto un dilemma di difficile soluzione per il governo di Nuuk. Le proposte e i progetti di Pechino, infatti, hanno portatosul piatto investimenti di un certo peso. Rifiutarli per mantenere quanto possibile un grado di autonomia, oppure accettarli per poter dare impulso a un’economia tutt’altro che florida? Un dubbio che di fatto è stato sgomberato dalle congiunture geopolitiche. Per quanto Nuuk abbia faticato a rifiutare certi approcci, gli interventi di Copenaghen e, ancor di più, di Washington, sono stati oltremodo convincenti.

Tratto da “Groenlandia/Nuuk” di Luca Sebastiani e Leonardo Parigi, Paesi edizioni, 152 pagine, 14,25 euro

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