La complicazione delle elezioni, e lo stile influencer della politica italiana

27 Maggio 2026 - 04:51
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La complicazione delle elezioni, e lo stile influencer della politica italiana

Lunedì pomeriggio ho scritto a un’amica per commentare un qualche succulento pettegolezzo che mi aveva raggiunta in un qualche desolante aeroporto. L’amica, di mestiere, scrive di politica italiana, e quindi mi ha risposto dopo qualche minuto dicendomi che non poteva parlare, essendo «nei guai per le amministrative».

Mi sono chiesta «quali amministrative?» ma la curiosità era così poca che neppure sono andata su Google, e ho quindi scoperto solo ieri, dai giornali ai quali mi ostino a essere abbonata e che ogni tanto (raramente) apro, che c’erano state le elezioni a Venezia.

E che Elly Schlein aveva fatto un comizio incitando l’elettorato a mandare a casa la Meloni, e che la Meloni poi aveva vinto, e che Massimo Cacciari diceva che suo nipote avrebbe preso più voti del candidato del Pd, e bla bla bla.

E qui veniamo al punto in cui a vendervisi come politologa è una che vi ha appena detto che neppure sapeva ci fossero in Italia delle elezioni in questo periodo. Non è colpa mia se le cose si capiscono meglio dall’esterno.

Prima, un po’ di contesto: le circostanze che hanno fatto di me una politologa. In queste settimane sono andata in giro come una disperata a promuovere il mio derelitto nuovo romanzo: come se, in un mondo in cui i video di due minuti ci affatichiamo se ci tocca guardarli fino in fondo, avesse senso scrivere libri.

Sono andata ovunque, nei programmi popolari e nei podcast, a presentare il libro ai lettori e ai non lettori, e persino nei talk-show politici. Lasciate che v’illustri come funziona l’andare ospite nei talk-show politici, un’attività che non svolgevo da vent’anni o giù di lì.

Ti chiama – direttamente o, come in questo caso, per mezzo della sfortunata cui tocca fare da intermediaria tra te e la televisione – un autore televisivo, il quale ti dice che gli argomenti della puntata saranno questo e questo e quest’altro. È un elenco che ti viene in genere fatto il giorno prima, e quindi ha valore provvisorio: metti che nella notte Donald Trump annunci che vuol fare della Groenlandia la sua sala da ping pong, o Vincenzo De Luca faccia un video in cui parla in milanese.

Una di queste volte, una di queste telefonate, uno di questi giri di messaggi arriva a me con l’opzione «si parlerà del campo largo» (che, ho scoperto ieri, il Corriere scrive maiuscolo, non ho capito se perché è un marchio depositato o per distinguerlo dai campi da coltivare e renderci vieppiù chiaro che la politica non è mica un lavoro vero).

Quella sera vado a cena con un po’ di amici, ai quali chiedo: ma io domani a questi che gli dico del campo largo? Gli amici mi guardano come avessi annunciato che intendo imparare a giocare a golf. Poi il giorno dopo non ricordo cosa sia successo, forse De Luca ha vinto le elezioni in Groenlandia, ma insomma del campo largo non si è parlato. E a me è rimasta inespressa l’analisi politica che avevo articolato a cena, e che continua a sembrarmi adeguata – anche dopo questo rondò veneziano, specialmente dopo questo rondò veneziano.

La sera della mia cena, mentre cominciava questa promozione che mi sembra stia durando da sei anni e non è neanche un mese, il centrosinistra non aveva ancora smaltito la sbronza del referendum sulla giustizia. Sbronza che li aveva illusi di poter vincere cose, cose che non fossero quel referendum lì. Eppure tutti, chiunque osservasse anche distrattamente la politica italiana, sapevano (sapevamo) che Elly Schlein non avrebbe vinto neanche delle elezioni alle quali si fosse presentata solo Elly Schlein. Come facevamo a saperlo?

La mia risposta, che i miei commensali non hanno acclamato quanto avrebbero dovuto come l’unica analisi politica seria mai svoltasi a una cena, era: sì o no. Perché gli italiani erano andati a votare a un referendum sulla magistratura di cui non fregava nientissimo a nessuno? A prescindere da come avessero poi votato: perché si erano incomodati a cercare in un cassetto la tessera elettorale ed erano usciti di casa?

Perché, come tutte le grandi popolarità, anche quella di Giorgia Meloni è soggetta a grandi impopolarità. Se hai un elettorato, un pubblico, o nel lessico delle psicologhe dell’internet «una fan base», avrai anche dei detrattori. I detrattori ci terranno a dirti che ti detestano almeno quanto gli ammiratori ci tengono a farti sentire il loro sostegno – probabilmente di più.

Un referendum in cui devi dire solo «sì» o «no» è perfetto per questo giochino, ma è anche perfetto per la soglia di attenzione di gente la cui idea di consenso è pigiare like e la cui idea di dissenso è scrivere nei commenti «vergogna, puntesclamativo».

Ma, hanno obiettato i miei commensali, la sinistra questa cosa la sa già, la usa già: trasforma già ogni elezione in un referendum pro o contro Meloni, e non è neanche sola. In generale, i referendum vengono già da prima della Meloni usati non come indagine sul tema del quesito referendario (di cui non frega mai nientissimo a nessuno) ma come sondaggi sulla popolarità del governo. E le elezioni pure: ogni tornata amministrativa è «non hai eletto il sindaco che volevi, quindi il governo deve andare a casa».

Certo, ma con le elezioni non funziona. Perché le elezioni sono una inutile complicazione. Devi scegliere un partito, a volte anche una preferenza, sapere se il voto a Tizio vale anche per Caio perché c’è il campo largo o se invece Tizio a questo giro toglie voti a Caio: le elezioni hanno un grado di difficoltà novecentesco, di quell’epoca in cui guardavamo i film, leggevamo i romanzi, non avevamo ancora lo sviluppo cognitivo d’una pianta grassa.

Chiaro che la gente ci vada controvoglia, a questi rituali complicati, adesso che siamo tutti dottorandi e dottorati, e Lupita Nyong’o, che ha un master in belle arti alla facoltà di teatro di Yale, ha detto che prima di interpretare Elena di Troia lei quest’“Odissea” non l’aveva proprio mai sentita nominare: adesso, che siamo l’umanità più stupida, più ignorante, più pigra mai passata su questo pianeta, tu non puoi pretendere che io legga i programmi elettorali, sappia cosa pensano Tizia o Caia dei diversi temi, decida tra più di due opzioni.

Adesso, in un’economia dell’attenzione che mi sfianca di decisioni, che pretende ch’io appena sveglia scelga se aprire prima TikTok o Instagram, e il barista mi chiede con che miscela voglio fatto il caffè, e Amazon vuole sapere se a questo detersivo che sto comprando mi voglio abbonare ricevendolo ogni mese con lo sconto del 10, e all’ora di pranzo ho già dovuto fare centoventi stremanti scelte, adesso non potete chiedermi un impegno civile superiore a: sì o no.

Quando arriveranno delle schede elettorali che accettino l’egemonia meloniana e prendano atto della stanchezza collettiva, forse finalmente Elly Schlein vincerà. Quando la scheda non ti chiederà che partito tu voglia nella giunta comunale o in parlamento, ma solo: a te la Meloni ti like o ti dislike?

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