La resistenza ucraina vive anche nei pianti nascosti dei suoi soldati

27 Maggio 2026 - 04:51
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La resistenza ucraina vive anche nei pianti nascosti dei suoi soldati

Di momenti di debolezza me ne sono capitati sin da subito, e me ne capitano ancora. Il primo giorno, nello scantinato pieno di brande di un’enorme caserma, mi misi a piangere. Mi aiutò un altro soldato, un ragazzino. Avrà avuto diciannove o vent’anni. Con la pelle olivastra, riccio, molto bello. Mi si avvicinò e mi offrì una coperta, gesto che mi colpì tantissimo: in una situazione così c’era qualcuno che a differenza mia aveva anche la forza di pensare agli altri. Poi scoprii che era un seminarista greco-cattolico. C’era una questione che non gli dava pace.

Mi guardò perplesso e imbarazzato e mi chiese: «Ma secondo lei se in guerra mi toccherà uccidere qualcuno, poi potrò comunque diventare sacerdote?» E io, da ateo, ci tenni a spiegargli che non soltanto sarebbe diventato un sacerdote, ma che meritava di fare il papa, perché si era appena comportato come un santo alle prime armi. Mi asciugai le lacrime ed ero molto triste perché avevo appena lasciato la mia famiglia, ma in quel momento mi sembrò che ci fosse un bagliore di luce, in quel seminterrato quasi buio. Visto che poi non mi ritrovai subito in situazioni di reale pericolo, la cosa più pesante fu la separazioneda mia moglie e dai miei figli.

Soprattutto dai miei figli. Me li ero sempre portati al petto con la fascia quand’erano piccoli, fino al Ventiquattro avevo potuto abbracciarli e baciarli quanto volevo. Forse anche troppo. Le prime due o tre settimane dopo che mi ero arruolato erano ancora in Ucraina, almeno. Ma Putin continuava a minacciare di usare armi nucleari e nessuno sapeva dove. Tutte le notti avevo incubi orribili. Tutte le notti, in un modo o nell’altro, c’erano dei bambini che morivano. A volte era mio fratello più piccolo, da bambino. Altre volte cadevano dei gattini dalla finestra.

Oppure c’erano dei carri armati che investivano la nostra cagnolina. Gli incubi finirono appena Oksana e i bambini andarono all’estero. Ma adesso sono tormentato da bei sogni: invece di cercare di scappare da situazioni terribili, sogno di abbracciarli, i miei figli, ed è tutto bello, piacevole, c’è il sole, ed è lì che cominci a pensare che sia troppo bello per essere vero. Sogni di dire ai tuoi bambini: «Speriamo che non sia un sogno!» E a quel punto loro cominciano a dissolversi tra le tue braccia. Cerchi di afferrarli, di sollevarli, di stringerli, di sentirli con le tue mani ma non c’è niente da fare, si stanno volatilizzando.

E così ti svegli in lacrime. Non ci sono più. E tu sei lì su qualche cazzo di vagone con quella cazzo di divisa addosso e con quel cazzo di fucile in mano. E l’incubo è la realtà. Ti giri dall’altra parte e cerchi di fare in modo che nessuno senta quanto stai piangendo.

Il momento peggiore è la mattina, quando ti svegli dopo un bel sogno e davanti a te c’è subito la guerra. Poi vai a fumare una sigaretta (ho cominciato a fumare dopo due settimane). Barzellette spinte, humor nero, prese per il culo dei russi… Piano piano ti passa. È quel senso di fratellanza e di partecipazione che ti tiene in vita. Sei parte di qualcosa di più grande, e sei chiaramente dalla parte dei buoni. Senti che è qualcosa di grande, ma non vedi l’ora che questo cazzo di qualcosa di grande finisca quanto prima. Poi ho cominciato a dire spesso agli altri «ti voglio bene», indipendentemente dal loro genere. La cosa più importante si è rivelata la possibilità di rimanere in contatto. Menomale che almeno viviamo nell’era delle videochiamate.

In tutte le stazioni, in tutti i corridoi delle caserme e in tutti gli scantinati dei rifugi ci sono splitter con dentro infilati altri splitter con attaccati tutti i telefoni che ci possono stare. Perdere la carica del telefono è peggio che perdere il mitra o i documenti. Il giorno del compleanno del grande – ne faceva dieci, ma era a mille chilometri di distanza, e non sapevo se e quando l’avrei mai rivisto – disegnai una torta con la scritta «10» su un foglio A4, ci aggiunsi un «ti voglio bene» e mi feci fare una foto col disegno in mano. «Dai, Artem, almeno un sorriso però fallo!» mi disse il soldato che mi stava facendo la foto. Non ce la facevo. Sentivo che se ci avessi provato sarei venuto come “Hide the Pain Harold”, quello dei meme.

Passai tutto il giorno a stringere i denti, sperando che non mi vedesse nessuno, ma non andò molto bene. «Artem, non vai a mangiare?» mi chiese il sergente. Feci di no con la testa e mi allontanai, borbottando qualcosa tipo: «Non ho fame». Poi uscii in cortile, tra gli alberi con le prime foglie e i fiori che sbocciavano. Il sergente, con i piedi piatti e il mitra in mano, mi tallonava: «Ma è successo qualcosa? È morto qualcuno?» La mia vita, è morta, pensai. E mi misi a piangere. Lui, un duro col mitra in mano, mi abbracciò. «Lo sai, vero, che qui siamo messi tutti così?».

Tratto da “La gente normale non va in giro armata” di Artem Chapeye, traduzione di Alessandro Achilli, Altrecose, 132 pagine, 17,50 €

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