La cucina di Locatelli, e gli italiani che a Londra hanno smesso di vergognarsi d’essere italiani

Il modo più sicuro per far innervosire il ceto medio complessato è, quando in partenza per New York domanda se ci sia qualche bella mostra al Moma, dire: non lo so, io al Moma ci vado per il ristorante.
Il ceto medio complessato è convinto che viaggiare apra la mente ed è anche convinto che guardare i quadri (in piedi in mezzo a centinaia di persone, mica comodamente a casa dal telefono) apra la mente, quindi va per musei. Per provare che ha fatto turismo culturale sentendosi così erede di Peggy Guggenheim e non di Anna Longhi (misteriosa è l’incapacità di riconoscersi allo specchio), il ceto medio complessato passerà poi dallo spaccio di souvenir (in analfabetese: gift shop), comprerà a una cifra immorale una sportina di stoffa per fabbricare la quale si è inquinato assai più che se si ordinasse Evian invece di bere dalla borraccia, e così dimostrerà d’avere la mente aperta. Io, invece, vado al ristorante.
Di solito, negli ultimi ventidue anni, allorché a Londra pranzo al ristorante della National Portrait Gallery: si mangia benino, ma soprattutto c’è la vista che stava dietro a Julia Roberts e Clive Owen quando lei gli portava i documenti del divorzio e lui diceva che li avrebbe firmati solo se avessero scopato un’ultima volta. Tra le reduci del sentimentalismo d’inizio secolo, c’è un codice: una dice che è andata a mangiare alla National Portrait Gallery, l’altra risponde chiedendo se le abbiano dato il tavolo di “Closer”.
Ho tradito uno dei miei film-feticcio perché proprio lì di fianco, alla National Gallery, Giorgio Locatelli ha aperto il suo bistrot, dopo aver chiuso la Locanda Locatelli per ragioni che ha spiegato in modo vago ma riconducibile a: era diventata un ristorante per ricchi.
La prima volta che ho visto Giorgio Locatelli era il 2002, il che significa che non aveva ancora quarant’anni, eppure era già un figo (gli uomini prima d’invecchiare non lo sono quasi mai). Parlava un misto d’italiano e inglese irresistibile, e appena comparve nel televisore della mia stanza d’albergo decisi che i giornali italiani dovevano occuparsi di cuochi (era un mondo più serio, non facevamo ancora finta che chi fa da mangiare avesse cose da dire).
La Locanda Locatelli era su tutti i giornali inglesi perché aveva preso una stella Michelin ma soprattutto perché lì vicino viveva Madonna, nel suo periodo londinese da moglie di Guy Ritchie, e quindi era diventato il posto all’uscita del quale i rotocalchi fotografavano i famosi. Non prendeva prenotazioni oltre i due mesi, e appena aprivano le prenotazioni per due mesi dopo i tavoli andavano esauriti, che è un’altra cosa – come le interviste ai cuochi – che adesso pare normale ma allora era fantascientifica: eravamo un mondo più serio, e decidevamo oggi dove andare a mangiare stasera.
Di quella prima conversazione con Giorgio Locatelli ricordo due dettagli. Gli dissi ma dai, non è vera questa cosa dei due mesi, non è che se stasera viene Brad Pitt non gli trovi un tavolo (avevano fotografato lì pure Brad, anche lui nel suo periodo-Ritchie). Lui mi disse che se il tavolo non ce l’aveva cosa doveva fare, chiamare un falegname a fabbricarlo?
L’altro dettaglio è che all’epoca la tv inglese era piena di Jamie Oliver, di cui Locatelli mi disse «o fai la tv o fai il ristorante», frase che mi torna in mente quasi ogni giorno ora che Locatelli mi spunta da ovunque. Fa da anni il “Masterchef” italiano, da quest’anno anche quello inglese in versione «dei famosi», va nei podcast, sta agli anni Venti come Alba Parietti stava agli anni Novanta.
Ha persino il problema della continuità estetica che un tempo avevano i divi del cinema: un mese fa si è fatto fotografare dal Times rasato a zero, e nell’ultimo mese mi saranno comparsi cento video di robe evidentemente registrate prima in cui è ancora capellone.
In quegli anni in cui piazzavo interviste del cuoco figo che fa da mangiare a Londra con l’accento lombardo a tutti i giornali per cui scrivevo, sono riuscita a non mangiare mai alla Locanda. Una volta mi ha portata in cucina e mi ha fatto assaggiare della roba che stavano preparando, ma non mi sono mai seduta a un tavolo a mangiare a scrocco, che è la principale ragione per cui quelli che fanno i giornali hanno deciso che i cuochi fossero materiale da intervista.
La colpa principale, per questa mia lacuna, ce l’ha A., con cui la mia amica L. in quegli anni si fidanzò. Eravamo a Londra in contemporanea, e io riuscii a farmi trovare un tavolo alla Locanda (probabilmente servì un falegname, perché parlai con un collaboratore di Locatelli un giorno chiedendo se mi trovava un tavolo per il giorno dopo, che equivaleva a chiedere un miracolo).
Senonché, quando dissi che ero riuscita a prenotare, A. – ceto medio complessato in purezza – disse: ma mica vorremo fare gli italiani che vengono a Londra per mangiare italiano? Quella sera andammo in un thailandese dove tutto era piccantissimo, e io che non mangio il piccante spesi ottanta sterline per un piatto di riso bianco, e non ebbi mai più il coraggio di chiedere alla Locanda di trovarmi un tavolo.
Mentre eravamo davanti al riso bianco, A. disse: ah, ma era quel ristorante di cui ho letto sul giornale? Ma dice che è impossibile trovare un tavolo. Ci vollero tutte le mie risorse diplomatiche per non sgozzarlo (mi disincentivarono le bacchette non sufficientemente taglienti). L., evidentemente meno feticista di ristoranti di quanto lo sia io, poi A. se l’è sposato e ci ha fatto pure una figlia.
Quindi, sono andata al bistrot della National Gallery, pronta finalmente a mangiare i piatti di Locatelli ora che è un divo della televisione. Credo di avervi già raccontato di Teresa, la cui lezione non era evidentemente stata appresa dai miei vicini di tavolo al bistrot.
Teresa era di Madrid, eravamo nello stesso college a Canterbury nel 1987. Parlava italiano benissimo. Le chiesi se l’avesse studiato. Mi disse che a scuola non aveva imparato niente, «poi l’anno scorso sono stata due mesi a Londra e ho imparato l’italiano». Quarant’anni fa, a Londra erano già tutti italiani: figuriamoci oggi, che siamo tutti Anna Longhi a overturistare vacanze intelligenti. Figuriamoci oggi che gli italiani non hanno i complessi di A. e vengono a Londra a mangiare il tiramisù.
Al tavolo a fianco c’è una coppia clandestina. O forse non ancora: lavorano insieme, lei gli parla male del fidanzato, lui le parla male della moglie, hanno un tono complice, lei gli legge i commenti che ha ricevuto a una storia di Instagram e lui la ascolta con una pazienza che solo una promessa d’accesso alle mutande può fornire.
Lavorano in quella che a Milano chiamano hospitality, non mi è chiaro se alberghi o ristoranti, ma mi è chiaro che lei vuole la testa di qualcuno ma finge di non volerla: gli racconta con tono finto svagato che questo tizio le ha risposto male, e lui subito – uomo vero, capufficio virile, maschio alfa – le dice che doveva dirglielo subito, che l’avrebbe cacciato a calci.
Mi viene in mente quella mia amica proprietaria di alberghi che ogni volta deve spiegare al direttore inglese che ha piazzato in un albergo in Sardegna che no, non importa quanto quel barista o quel facchino siano seghe a fare il loro lavoro, in Italia non li puoi licenziare con la disinvoltura alla quale sei abituato altrove. Neanche per far colpo sulle ragazze.
Purtroppo sono arrivata tardi e non so che vino abbiano preso i due piccioncini, mi sono persa l’occasione di vedere se lui, che fa il gran gesto di pagarle il pranzo come quella che usa non fosse una carta aziendale, abbia messo in conto spese il Cervaro della Sala a 35 sterline a bicchiere.
La mia recensione gastronomica (so che ci tenete) è: raccomando caldamente ai turisti della ristorazione la burrata coi pomodorini perché il tocco locatelliano di aggiungerci l’albicocca grigliata ha del genio.
Raccomando altresì di portarsi, come avevo fatto io, un libro in inglese. Il mio era “Life of M” di Rachel Cusk, la cui ipnotica bruttezza è stata utile per convincere i vicini di tavolo che non capissi l’italiano e indurli a parlare dei fatti loro come fossero stati soli.
A un certo punto lei, che aveva instagrammato il letto sfatto dell’albergo, dice a lui che le amiche le avevano fatto battute, «sapendo della mia carenza di cazzo». Poi aggiunge: meno male che questa non capisce, t’immagini?
Sono tentata di rassicurarla, capisco ma non condanno, siamo tutti complici, noi con l’inglese broccolino in una città che se la batte con Parigi e Roma per improduttività, noi alle tre e mezza ancora seduti a tavola.
Sono tentata ma non voglio spezzare l’incantesimo, lascio che continui a fingere che quelle tre ore che si stanno concludendo con un lento degustare il tiramisù di Locatelli siano un pranzo di lavoro, fingo di leggere la Cusk mentre lei, senza mettersi a ridere, gli dice che sono più efficienti, loro due piccioncini, di quelli della sede londinese: «Noi come team italiano abbiamo l’impronta lavoratrice».
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