Primo flop sulla legge elettorale, ma i guai di Meloni sono appena iniziati

Nella maggioranza c’è evidentemente qualcuno che vuole male a Giorgia Meloni. I voti segreti sono sempre la prova del nove di ogni governo e ieri l’esecutivo l’ha fallita. Per un solo voto: 188 no, 187 sì. Il castello è venuto giù all’improvviso come accade nelle fasi di grande nervosismo politico. Ma una botta d’immagine così forte per la presidente del Consiglio proprio non si aspettava: e le opposizioni chiedono le dimissioni, il che fa parte del gioco e dà la misura della novità politica di queste ore.
Per Meloni è il primo vero incidente parlamentare della legislatura. Eppure la presidente del Consiglio aveva lavorato per ricomporre la coalizione. Aveva fatto suonare la campanella della fine della ricreazione, convincendo Forza Italia e Lega ad accettare il compromesso sulle preferenze. Un arzigogolo tutto meloniano: capilista blindati e tre preferenze per gli altri. Un modo per salvare insieme il controllo dei partiti e un po’ di scelta degli elettori. Sembrava una mediazione destinata a reggere. Persino Roberto Vannacci, sia pure obtorto collo, aveva dato il suo assenso.
Invece qualcuno ha deciso di presentare il conto. Il messaggio politico è inequivocabile: Giorgia, non sei invincibile. Se esiste un terreno sul quale i malumori interni possono manifestarsi senza lasciare impronte, è proprio quello del voto segreto. Da ieri la presidente del Consiglio sa che nella sua maggioranza c’è chi è pronto a colpirla restando nell’ombra. La caccia ai traditori è partita.
Era stata lei, poche ore prima, a sfidare le opposizioni a rinunciare al voto segreto. «Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani», aveva detto, fingendo di dimenticare che sulle leggi elettorali il voto segreto è previsto dal regolamento parlamentare. Le opposizioni, naturalmente, hanno colto l’occasione. E hanno usato fino in fondo l’unica arma che avevano.
Il voto segreto è uno degli ultimi relitti della Prima Repubblica. L’opinione pubblica lo guarda con sospetto, come una zona grigia, infida, della democrazia parlamentare. Eppure nasce per tutelare la libertà del parlamentare dal ricatto dei gruppi e dei leader. Meloni questo lo sa benissimo. È rimasta all’opposizione per oltre un decennio e quei meccanismi li conosce uno per uno.
Adesso proverà a ribaltare la sconfitta sul piano della comunicazione. Dirà di aver tentato di restituire ai cittadini una quota di potere nella scelta dei propri rappresentanti e che tutto è stato affossato nel buio del voto segreto. È una narrazione destinata a trovare un qualche ascolto. Ma resta il fatto politico. Le opposizioni, per una volta, escono dall’Aula con una vittoria. E il calendario riserva ancora altri voti segreti, compreso quello finale. Per Giorgia Meloni, dopo quasi quattro anni di navigazione senza scosse, la traversata parlamentare è diventata improvvisamente molto più pericolosa. Quasi una tempesta.
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