La sinistra può ancora perdere delle elezioni già vinte

26 Maggio 2026 - 07:51
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La sinistra può ancora perdere delle elezioni già vinte

Difficilmente la vittoria del centrodestra a Venezia, città che peraltro già governava, basterà a cambiare il clima e le previsioni su un governo che dal referendum sulla giustizia, voto nazionale di ben altro peso, è uscito indebolito e confuso, collezionando inciampi, figuracce e scontri interni di imprevista virulenza, anche dentro lo stesso consiglio dei ministri. Ma è anche vero che il referendum sulla giustizia non era stato certo un’iniziativa di Elly Schlein. Il referendum appoggiato con convinzione dalla segretaria del Pd, e meritatamente straperso, era stato semmai quello sull’articolo 18, promosso dalla Cgil di Maurizio Landini.

Altrettanto lungimirante, cioè pochissimo, si è rivelata dunque la scelta di caricare il voto di Venezia di un valore nazionale, facendone un referendum sul governo, dopo non aver fatto assolutamente niente, all’indomani del referendum immeritatamente vinto, per dare all’elettorato almeno la prova di esistenza in vita di una possibile coalizione di centrosinistra capace di candidarsi credibilmente alla guida del paese.

Questa è la principale responsabilità di Schlein, prima ancora dell’imperdonabile ingenuità di andare a chiudere la campagna elettorale di Andrea Martella a Venezia chiedendo agli elettori di «mandare a casa Meloni». Un capolavoro su cui il ritorno di Vincenzo De Luca a Salerno per il suo quinto mandato, più due da presidente della Campania, senza il simbolo del Pd pur avendo ottenuto anche la guida del Pd campano per il figlio Piero, mette l’ultima ciliegina.

Alle nove e mezza di sera, Giorgia Meloni va a cercare su X il post con l’articolo di Repubblica che riportava le bellicose dichiarazioni della leader del Pd da Venezia, per chiosare con la sua abituale gravitas: «A posto». Del resto, c’è una ragione se dal giorno dopo la vittoria di Schlein alle primarie Meloni ha fatto tutto il possibile per legittimarla, riconoscerla e consolidarla nel ruolo di leader dell’opposizione, e ancora oggi, secondo una strategia già felicemente sperimentata con Enrico Letta, punta a ottenerne la connivenza sull’ennesimo intervento distorsivo sulla legge elettorale.

Dai tempi di Achille Occhetto (1994) a quelli di Piero Fassino (2006) e poi di Pier Luigi Bersani (2013), la storia dei leader della sinistra prematuramente convinti di stravincere e arrivati spompati al traguardo delle elezioni (finite rispettivamente con una sconfitta epocale, un’indimenticabile vittoria di Pirro e un’ancor più celebre «non vittoria») è la storia stessa della grande illusione maggioritaria, presidenzialista e populista-antipolitica della sinistra italiana di questi trent’anni disgraziati, che abbiamo stupidamente chiamato Seconda Repubblica. La noiosa macchina da guerra di Elly Schlein promette già di rinverdirne i fasti.

Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema

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