La Spagna campione del mondo è un atto di ribellione
Bruxelles – C’è ancora chi è capace di indignarsi, c’è ancora qualcuno capace di fare opposizione al sistema, di ‘smarcarsi’, verrebbe da dire. Perché si parla di calcio, di una coppa del mondo che ha forse nell’epilogo il momento di maggior peso e valore. Gianni Infantino e Donald Trump fischiati dal pubblico sugli spalti al momento del loro ingresso in campo per la premiazione è l’atto di ribellione contro il potere che caratterizza questi mondiali destinati a passare alla storia più per i giochi di potere che per il gioco del calcio. Gianni Infantino, presidente della FIFA finito sul banco degli imputati per avere permesso la revoca di una squalifica di un calciatore statunitensi dopo telefonata di Donald Trump, presidente di uno dei Paesi organizzatori di questo mondiale che ha lasciato spazio ad altri protagonisti.
Sugli spalti i tanti spettatori che hanno detto ‘no’ al modello Trump e al modello Infantino, una censura per l’America di oggi e la FIFA di domani (perché, che ci si creda o no, Infantino cerca una rielezione). E poi Rodri, capitano della Spagna neo-campione del mondo, che invita Trump a farsi da parte nel momento delle foto di rito. È questo un momento di alta intensità, dall’alto carico politico. Il messaggio del gesto è: “In foto con noi non ti vogliamo”, interpretabile anche “non ti vogliamo” e basta. È anche la netta presa di distanze dall’Argentina finalista sconfitta: quattro anni fa fece il giro del mondo la foto dell’idolo dell’albi-celeste, Leo Messi, festeggiare con la veste tipica del mondo arabo donata dall’emiro del Qatar. Un’immagine dal potente potere simbolico, quello della conquista della competizione da parte del mondo arabo.
“Fifa cede alle pressioni di Israele e non agisce contro club degli insediamenti illegali”
La Spagna di Rodri non si piega ai potenti, non si presta ai loro giochi. Al contrario li invita a stare al loro posto, facendoli accomodare ai margini di una competizione che dovrebbe vederli spettatori, sistemati in tribuna d’onore su più comodi seggiolini, certo, e quanto più lontano possibile dalla luce dei riflettori. Nel gesto del capitano delle furie rosse c’è anche lo schiaffo di un Paese restituito a chi quello stesso Paese lo aveva insultato scagliandosi contro il suo capo di governo.
Nel calcio, mai veramente soltanto gioco del football – a proposito, è estate, e allora per il mare una lettura interessante che ci sentiamo di consigliare è, tanto per restare in tema, ‘Il calcio è potere‘ di Luca Pisapia – la vittoria della Spagna sull’Argentina si tramuta in uno schiaffo al modello Milei. Del resto i giocatori argentini, già dalla precedente edizione dei mondiali, si sono dimostrati fallosi, rudi, spigolosi, irrispettosi di tutto e tutti, arroganti e prepotenti (per dovere di cronaca e di obiettività, va detto, anche lo spagnolo Cucurella si è costruito una discreta fama di provocatore e anti-sportivo). Una perfetta rappresentazione del ‘piglio’ dell’attuale classe dirigente argentina che, a forza di dirle e darle, alla fine si è ritrovata a prenderle.
C’è una parte di mondo e di società che ancora si oppone al mondo dalle tendenze generalizzate della contemporaneità, e la coppa del mondo di Canada, Stati Uniti e Messico ha messo in mostra non solo i mali dei giorni nostri ma pure la presenza degli anticorpi: ci sono ancora argini e margini contro i prepotenti e gli arrivisti. C’è anche un altro aspetto, su cui vale la pena soffermarsi: il mito della razza. In tempi di nostalgie e rigurgiti, la Spagna vince schierando dal primo minuto Lamine Yamal – madre guineiana e padre marocchino – e Aymeric Laporte – francese naturalizzato spagnolo – e facendo subentrare Nico Williams – nato da genitori ghanesi. Gli oriundi hanno fatto anche cose buone. Ora chi lo spiega a una certa parte politica?
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