La verità sulla riforma della caccia, Malan: “Il testo del 1992 era inadeguato. Dalle opposizioni accuse folli”

Con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti, il Senato ha approvato martedì 23 giugno in prima lettura il ddl sulla caccia, a prima firma di Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, e sostenuto dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
Il testo, che ora passa all’esame della Camera, riscrive la legge 157 del 1992 per aggiornare la gestione della fauna selvatica, contenere i danni all’agricoltura e intervenire sulle specie che negli ultimi anni hanno alterato equilibri ambientali e sicurezza nei territori. Finalmente i cacciatori vengono intesi come “bioregolatori” e il loro operato come «attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi». La sinistra, ovviamente, non perde l’occasione per scatenare la polemica. Malan fa muro: «Le opposizioni hanno raccontato le cose più folli, come la possibilità di sparare sulle spiagge e in città».
Caccia: cambiano le condizioni
Per il presidente dei senatori di FdI, la riforma nasce da un dato politico e pratico: la normativa in vigore fotografa un’Italia che non esiste più. «Dal 1992 molte cose sono cambiate: l’assetto delle province, cui sono affidati vari compiti nell’ambito venatorio, i cacciatori sono passati da oltre 1.100.000 a circa 300mila, alcune specie hanno proliferato», spiega in un’intervista al Giornale. Il punto non è soltanto la riduzione drastica dei praticanti, ma la crescita incontrollata di alcune popolazioni animali e l’insufficienza degli strumenti attuali.
Il caso centrale è quello dei cinghiali. Malan ricorda che sono aumentati «di cinque o sei volte» e che oggi provocano «gravi danni all’agricoltura», «entrano nelle città» e alimentano rischi sanitari «diffondendo la peste suina africana», con effetti diretti sul settore suinicolo. Non più una questione confinata alle campagne, dunque, ma un problema che arriva a toccare anche la sicurezza pubblica.
Selezione, non via libera
Il ddl interviene rendendo più efficace la caccia di selezione. Solo in questo ambito viene consentito l’uso di strumenti ottici di precisione, presentati dalla maggioranza come un mezzo per rendere gli interventi più mirati e meno casuali. La stessa logica riguarda oca selvatica e piccione, sui quali sarà possibile agire quando assumano carattere infestante.
La cornice, insiste Malan, non sarà affidata alla discrezionalità generica. «Tutta l’attività venatoria sarà regolata sulla base di dati scientifici e concreti relativi delle singole aree, proprio a questo fine».
La stretta sul bracconaggio
Il capitolo meno emerso nel dibattito, secondo Malan, riguarda l’inasprimento delle sanzioni. «Il drastico aumento delle sanzioni per il bracconaggio e in generale per chi viola le norme sulla caccia» è l’aspetto che il capogruppo considera decisivo e ancora poco compreso.
È qui che il centrodestra ribalta la lettura delle opposizioni. Il ddl, nella versione approvata dal Senato, non cancella i limiti ma ridefinisce poteri, controlli e responsabilità dentro una normativa aggiornata. «Proprio il contrario di quel via libera a qualunque cosa di cui parlano le opposizioni», afferma Malan. La partita si sposta ora alla Camera, dove il testo dovrà affrontare il secondo passaggio parlamentare. Ma la linea è già fissata: riportare la gestione della fauna selvatica dentro un quadro più aderente ai numeri di oggi e meno legato agli equilibri di trent’anni fa.
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