L’America nuda e cruda nel libro scanzonato di Dell’Arti

30 Maggio 2026 - 06:31
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"L’Inghilterra, al tempo della prima regina Elisabetta, non era poi questa gran cosa. Possedeva sé stessa, il Galles e l’Irlanda”. Inizia così L’America nuda e cruda, la formidabile storia in forma di cronaca di Giorgio Dell’Arti, in uscita in Italia per Garzanti. Accurata e scanzonata, seria e mai seriosa, ha il tono colloquiale di chi si rivolge a una persona in grado di cogliere al volo ogni riferimento: “Inglesi e francesi spiegarono a Wilson che non poteva decidere tutto di testa sua, e Wilson rispondeva agitando questi quattordici punti, una vera rottura di palle”.

In un viaggio lungo 560 pagine Dell’Arti racconta i momenti fondamentali di una storia in cui la gloria si intreccia con l’infamia, e nella quale persino la corruzione può divenire strumento di progresso, come comprese Lincoln quando comprò il voto di alcuni deputati per far approvare il XIII emendamento della Costituzione che abolì la schiavitù. Oggi fa impressione leggere che un presidente americano sia stato accolto a Parigi da una folla osannante con le scritte “Vive Wilson” e “Wilson le juste”, mentre non appare cambiato il rapporto tra finanza, politica e giustizia: se Mark Hannah sosteneva: “In politica servono due cose. La prima sono i soldi, la seconda non me la ricordo”, è raggelante il racconto dei giudici corrotti da Heinze e Rockefeller, in conflitto per questioni petrolifere. Dell’Arti non cede mai al moralismo: “Era il paese di Bengodi. Tutti erano ricchi, tutti erano pieni di debiti, tutti vedevano con gioia che sarebbero stati sempre più ricchi e sempre più pieni di debiti. I debiti non avevano importanza, Wall Street cresceva sempre”, scrive, e ricorda che quando nacquero le baraccopoli soprannominate Hooverville era un modo di farsi “beffe delle cazzate del presidente degli Stati Uniti, Herbert Hoover, il quale a ogni occasione annunciava che le difficoltà erano temporanee, e ‘la prosperità è dietro l’angolo’, e ‘l’economia è su basi solide’. Cazzate”. Dell’altro Hoover, Edgar J., potentissimo capo dell’Fbi, racconta che era un “omosessuale represso, quindi ferocissimo persecutore di omosessuali, coppia fissa tutta la vita col braccio destro Clyde Tolson, chiaramente suo marito, sempre insieme a pranzo e a cena, poi Tolson erede universale dei suoi beni”. Teneva sotto scacco gli inquilini della Casa Bianca e “viveva con la mamma svizzero-tedesca”, la quale gli “aveva spiegato che il mondo era sporco e (…) lo teneva a bacchetta, ed Edgar in pubblico esaltava i valori della famiglia”.

E’ un viaggio esente da pregiudizi, quello al quale ci invita Dell’Arti, che riconosce la grandezza in politica estera di Richard Nixon e sottolinea come il Partito repubblicano sia stato ripetutamente più progressista di quello democratico, lungo un racconto che genera riflessi illuminanti sulla situazione attuale: il populista Huey Long promise di “tassare il cento per cento dei redditi sopra il milione di dollari, di garantire a ogni famiglia duemilacinquecento dollari annui e un premio iniziale di cinquemila dollari per comprare casa, radio e automobile”, mentre Franklyn Delano Roosevelt, che sconfisse le sirene dell’ideologia comunista con il New Deal, fu il primo a essere attento ai forgotten men ai quali si rivolge oggi Trump. “Soldi pubblici, soldi pubblici, soldi pubblici”, sintetizza Dell’Arti.

La verità nuda e cruda non può ignorare i momenti cupi, a partire dal genocidio dei nativi, l’abominio della schiavitù e quel tradimento delle libertà garantite dal primo emendamento della Costituzione passato alla storia come Maccartismo. Tra Hamilton e Jefferson Dell’Arti predilige il primo, ma ricorda che fu quest’ultimo a porre la ricerca della felicità tra i diritti inalienabili nella Dichiarazione d’Indipendenza. I momenti di ipocrisia di politici di ogni colore sono raccontati con un distacco che rifiuta il cinismo: quando Wilson cerca di ottenere il mandato per “prendersi un pezzo di medio oriente” e “insegnare a quei poveri selvaggi i princìpi della democrazia” commenta: “Vedi quante parole ci volevano, nel 1919, per definire una colonia”. Le descrizioni fisiche sono il contraltare delle psicologie: la “magrissima” Ruth Hanna McCormick è stata una delle prime donne a sedere in Parlamento, e John Pierpont Morgan, complessato per il naso deforme, “era uno squalo, ma anche un uomo malinconico”. In questo mondo nuovo gli elementi privati hanno una valenza imprescindibile nell’evoluzione della storia politica: Judith Campbell, amante di John Fitzgerald Kennedy, andava a letto anche con il capomafia Sam Giancana ed era il microfono della criminalità dentro la Casa Bianca.

Quando ritirò il Nobel, Faulkner disse: “Non ci sono più i problemi dello spirito” e “stiamo barattando la nostra libertà con il benessere materiale”: impossibile non pensarci quando Dell’Arti racconta l’ascesa “di una classe nuova di bellimbusti che non facevano un cazzo e arricchivano comprando azioni di società che non producevano niente, ma il cui valore in Borsa cresceva sempre perché tutti le compravano sicuri che il loro valore sarebbe cresciuto sempre. I cosiddetti “yuppies”. Erano gli anni dell’Aids, termine mai pronunciato da Ronald Reagan, dell’ingresso della Coca Cola in Russia insieme al primo McDonald’s: “La Pepsi”, spiega Dell’Arti, “liquidò la sua posizione cedendo bibite in cambio di diciassette sottomarini, un incrociatore, una fregata e un cacciatorpediniere della marina sovietica. Per un breve momento, la Pepsi ebbe la sesta flotta militare più grande al mondo. Poi vendette tutto come rottami”. E’ a dir poco inquietante l’analisi del rapporto tra Putin e Trump, come la ricostruzione dell’utilizzazione di Cambridge Analytica e dei dark post che hanno ribaltato i risultati del 2016: sembrerebbe un finale pieno di angoscia, ma viene in soccorso la risposta di Zhou Enlai a Henry Kissinger quando gli chiese cosa pensasse della Rivoluzione francese: “È troppo presto per dirlo”.

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