L’anno nero dei big del lusso in Borsa: in fumo 350 miliardi di dollari di capitalizzazione
Trecentocinquanta miliardi di dollari. È il valore di mercato che le prime dieci aziende del lusso quotate hanno perso quest’anno a causa della crisi del settore. La stima arriva dall’agenzia Reuters e conferma il trend di difficoltà del segmento alto di gamma. Ieri Lvmh ha pubblicato la trimestrale che ha messo nero su bianco come sia proprio il segmento Fashion & Leather Goods quello che sta patendo maggiormente la crisi dei consumi. Nelle prossime settimane sarà poi la volta degli altri principali gruppi del settore quotati per i quali, comunque, non si prevedono trend di crescita fatta eccezione per la voce relativa alla gioielleria. Il quadro, dunque, è sfidante a causa della debolezza della Cina e, in misura minore, per un possibile rallentamento del boom degli Stati Uniti.
Tornando ai dati di Reuters e ai valori di Borsa, da inizio anno sono appunto andati in fumo complessivamente 350 miliardi di dollari (300 miliardi di euro) di capitalizzazione di mercato per i big dell’alto di gamma. Secondo l’agenzia i quattro grandi gruppi europei, Lvmh, Hermès, Kering e Richemont ,hanno visto la loro capitalizzazione di mercato combinata quasi dimezzarsi rispetto ai livelli raggiunti intorno al 2024.
Lvmh, in particolare, ha visto le sue azioni crollare del 40% quest’anno, sottoperformando rispetto ai suoi concorrenti nel settore del lusso. Un crollo che ha anche ridotto il patrimonio azionario di Bernard Arnault, presidente e amministratore delegato del gruppo francese e uno degli uomini più ricchi del mondo, passando da una stima di 278 miliardi di dollari nel 2025 a 171 miliardi previsti quest’anno. Il crollo delle azioni aveva già portato un mese fa circa al sorpasso in Borsa da parte di L’Oréal che ha detronizzato il colosso francese diventando la società con la maggiore capitalizzazione di borsa. Allora il valore in Borsa di Lvmh era di 202 miliardi di euro, ora limato ulteriormente a 190 miliardi di euro, al di sotto L’Oréal che invece superava i 203 miliardi di euro a metà settembre.
Le azioni di Hermès hanno perso il 38% sul listino azionario francese da inizio anno, quelle di Kering il 30 per cento. Nel caso di Kering incide anche l’imponente piano di rilancio dell’intero gruppo mentre per Hermès il calo è da attribuirsi, oltre all’incognita della Cina, anche ad altri due fattori. Il primo sono i multipli elevati con cui il titolo ha avviato l’anno rispetto ai competitor, il che si è tradotto in un taglio dei rating da parte delle grandi banche d’affari non appena la crescita delle vendite ha mostrato i primi segnali di normalizzazione. Il secondo è il timore di una perdita di esclusività: alcuni analisti hanno evidenziato che la forte espansione della scala produttiva della maison, specialmente per gli accessori minori e la pelletteria non soggetta a quote, rischia di ridurne nel lungo termine la percezione di “scarsità assoluta”, rendendo il modello di business più ciclico e vulnerabile alle recessioni.
Diverso il caso del gruppo Richemont: il titolo registra una variazione contenuta, oscillando tra il -0,6% e il -1,1% da inizio anno, per una capitalizzazione di mercato a ottobre pari a circa 101,89 miliardi di franchi svizzeri (circa 108 miliardi di euro). La migliore tenuta del gruppo rispetto ai concorrenti della moda è legata principalmente alla sua forte specializzazione nella gioielleria di alta gamma, un comparto che finora ha risentito meno della contrazione dei consumi globali e della frenata economica in Cina rispetto all’abbigliamento e alla pelletteria.
Allargando lo sguardo ad altri gruppi del lusso non citati nello studio di Reuters ma quotati in Borsa, Gruppo Prada ha visto il titolo oscillare tra il -15% e il -17% da inizio anno, evidenziando dunque un calo più contenuto. Il Q3, secondo gli analisti, potrebbe però mostrare qualche difficoltà anche per questo gruppo, cresciuto grazie alla forte domanda di Miu Miu, che potrebbe ora vedere per la prima volta un’inversione di tendenza e chiudere in negativo a causa della minore esposizione agli Stati Uniti.
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