L’Aquila, la rappresentanza studentesca si confronta con l’intelligenza artificiale
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A L’Aquila, Capitale della Cultura 2026, il 4 settembre le Consulte Provinciali Studentesche di Abruzzo e Liguria hanno aperto, insieme a DiCultHer e agli Uffici Scolastici Regionali, un confronto su una questione destinata a diventare sempre più centrale nella scuola: che cosa significa rappresentare gli altri nell’età dell’intelligenza artificiale? La giornata non ha cercato una risposta definitiva e non ha proposto un modello già pronto. Ha messo piuttosto in movimento un percorso, partendo da una convinzione precisa. Ovvero: prima di interrogarsi su ciò che l’IA può fare per la rappresentanza, occorre capire che cosa significhi davvero rappresentare, chi viene ascoltato e chi rischia di rimanere fuori.
Il tema non è secondario. Le Consulte Provinciali Studentesche sono organismi istituzionali di partecipazione: il regolamento nazionale prevede due rappresentanti degli studenti per ciascun istituto o scuola secondaria superiore e attribuisce alle Consulte una funzione di raccordo e partecipazione alla vita scolastica. In un contesto nel quale gli strumenti digitali stanno modificando il modo in cui si raccolgono informazioni, si interpretano dati e si prendono decisioni, la domanda sulla qualità della rappresentanza assume quindi una dimensione nuova.
Dall’ascolto alla decisione: il senso della rappresentanza
La mattina, a Palazzo Spaventa, il lavoro condotto da Carmine Marinucci, Silvia Mazzeo e Giovanni Piscolla è stato costruito secondo una progressione precisa: ascoltare, comprendere, rappresentare, decidere, verificare. L’intelligenza artificiale è stata introdotta soltanto dopo aver affrontato i temi dell’ascolto, della pluralità e della responsabilità, evitando così di trasformare la tecnologia nel punto di partenza della riflessione.
Le risposte raccolte durante le attività non hanno la pretesa di rappresentare statisticamente l’opinione degli studenti italiani e non possono essere considerate un’indagine generalizzabile. Sono, piuttosto, tracce di pensiero emerse in quello specifico contesto. Tra i partecipanti che hanno risposto, quasi la metà ha individuato nel “portare la voce degli altri” il primo compito del rappresentante, mentre altre risposte hanno richiamato l’ascolto, la restituzione e la capacità di costruire mediazioni. È emersa con particolare evidenza anche l’attenzione verso chi partecipa meno, parla poco o rischia di rimanere ai margini.
È proprio qui che la rappresentanza sembra assumere un significato più ampio rispetto alla semplice delega. Essere eletti non significa automaticamente conoscere ciò che pensa una comunità. Significa, piuttosto, assumersi il compito di costruire le condizioni perché quella comunità possa esprimersi, essere ascoltata e ritrovare nelle decisioni una restituzione del percorso compiuto.
Un passaggio della giornata ha reso particolarmente evidente il problema. Ovvero: davanti a uno scenario nel quale il 72% degli studenti sostiene una proposta e il 28% è contrario, il dato numerico non è stato considerato sufficiente per decidere. La discussione si è spostata sulle modalità con cui quella percentuale è stata costruita: chi ha risposto, chi non ha partecipato, come è stata formulata la domanda e quali ragioni si nascondono dietro le risposte.
La distinzione è cruciale anche nel rapporto con l’intelligenza artificiale. Un dato può essere elaborato rapidamente, confrontato con altri dati e utilizzato per individuare ricorrenze, ma non racconta necessariamente le motivazioni delle persone. La tecnologia può aiutare a organizzare l’informazione; non elimina la necessità di interpretarla.
L’intelligenza artificiale può aiutare, ma non sostituire il giudizio
Quando l’IA è entrata direttamente nella riflessione, ragazze e ragazzi ne hanno riconosciuto soprattutto le potenzialità operative. Ovvero organizzare grandi quantità di informazioni, individuare ricorrenze, sintetizzare contenuti, formulare alternative. Allo stesso tempo hanno individuato un confine netto rispetto alle decisioni che non dovrebbero essere delegate alla macchina: stabilire le priorità di una comunità, assumere la responsabilità delle conseguenze, esercitare ascolto e giudizio.
È una prospettiva che trova un riscontro significativo anche nelle indicazioni internazionali. UNESCO, nella propria Guidance for Generative AI in Education and Research, sostiene un approccio centrato sull’essere umano. E richiama esplicitamente la necessità di tutelare agency, inclusione, pluralità e diversità culturale e linguistica nell’impiego dell’IA in ambito educativo. Anche la Commissione europea, nel quadro dell’AI Act, considera la formazione alla conoscenza dell’intelligenza artificiale un elemento essenziale. E mantiene il principio della supervisione umana nei contesti in cui i sistemi possono incidere su diritti e interessi fondamentali.
AI come strumento di evoluzione da utilizzare con attenzione
La riflessione maturata a L’Aquila si colloca dunque dentro una questione più ampia. Ovvero come utilizzare l’IA per aumentare le capacità umane senza trasformare l’efficienza tecnologica in una delega del pensiero. La domanda riguarda tanto la scuola quanto la cittadinanza. Se un algoritmo può sintetizzare centinaia di risposte in pochi secondi, resta comunque necessario stabilire che cosa chiedere, come interpretare il risultato, quali voci considerare mancanti e quale decisione assumere.
Nel pomeriggio, al Polo scolastico di Colle Sapone, questa impostazione è diventata laboratorio. La consegna era volutamente semplice. Ovvero non progettare un progetto con l’IA, ma progettare una Consulta che funzioni meglio e utilizzare la tecnologia soltanto quando può essere realmente utile. I gruppi hanno così lavorato su problemi concreti di rappresentanza. Questo immaginando modalità di ascolto e cercando di distinguere le voci visibili da quelle più difficili da intercettare. Non c’era una classifica: l’obiettivo era mettere in comune idee, criteri e possibili soluzioni.
È un’impostazione coerente con la direzione indicata anche dalla Commissione europea. Nel marzo 2026 infatti l’UE ha aggiornato le proprie linee guida per sostenere gli insegnanti nell’uso etico dell’IA e dei dati nell’educazione, collegando alfabetizzazione digitale, pensiero critico e uso responsabile delle tecnologie.
La Consulta deve essere riconosciuta dalla comunità
Tra gli elementi emersi durante la mattinata, uno riguarda un aspetto apparentemente meno tecnologico ma decisivo: la necessità di far conoscere meglio il ruolo delle Consulte. Non soltanto agli studenti eletti, ma anche ai candidati non eletti e, più in generale, all’intera comunità scolastica.
È un punto che cambia prospettiva. Il problema della rappresentanza non riguarda esclusivamente ciò che fanno i rappresentanti, ma anche la relazione che riescono a costruire con le persone che rappresentano. Una Consulta può essere formalmente istituita e, tuttavia, restare distante dalla vita quotidiana della scuola se gli studenti non ne conoscono funzioni, possibilità e strumenti di partecipazione.
Far conoscere una Consulta, dunque, non significa soltanto comunicarne l’esistenza. Significa permettere agli studenti di sapere a chi rivolgersi, quali questioni possono essere portate all’attenzione dei rappresentanti, come vengono raccolte le istanze e quale percorso compiono prima di arrivare a una decisione. Significa anche restituire alla comunità ciò che è stato ascoltato.
È un principio che trova un punto di contatto con la stessa natura della rappresentanza democratica: pronunciare la voce non diventa automaticamente decisione. La voce attraversa un processo fatto di ascolto, selezione, interpretazione, confronto e responsabilità. L’intelligenza artificiale può intervenire in alcuni passaggi, ma non può rendere superfluo quel processo umano.
Dopo L’Aquila, la domanda diventa “ecologia della rappresentanza”
È proprio da qui che nasce l’idea, ancora volutamente aperta, di una possibile “ecologia della rappresentanza”. Carmine Marinucci, Giovanni Piscolla e Silvia Mazzeo, nell’intervista realizzata dopo l’incontro, hanno sottolineato da prospettive diverse la necessità di non trasformare troppo rapidamente quanto emerso in conclusioni definitive.
Per Silvia Mazzeo, il dato più significativo è stata la capacità degli studenti di riportare continuamente la discussione alla domanda su chi viene effettivamente rappresentato. Il passaggio sul 72% favorevole a una proposta, in particolare, ha mostrato quanto sia importante distinguere tra voce, informazione, conoscenza e decisione. Per Giovanni Piscolla, invece, la rappresentanza non può esaurirsi nell’elezione. Una Consulta acquista valore quando costruisce condizioni di ascolto anche per chi non dispone naturalmente di spazi o strumenti per farsi sentire. Carmine Marinucci ha collegato questa riflessione alla prospettiva dell’“ecologia dell’intelligenza”, intendendola come attenzione agli ambienti cognitivi, culturali, relazionali e tecnologici nei quali oggi si incontrano intelligenza umana e artificiale.
Il punto comune può essere sintetizzato così: l’IA può analizzare, proporre e sintetizzare; il rappresentante deve ancora interpretare, decidere e verificare. Non si tratta di contrapporre l’umano alla macchina, ma di stabilire quali responsabilità non devono essere cedute alla tecnologia.
“La tecnologia può aumentare la capacità di ascoltare. La democrazia chiede di decidere che cosa fare di ciò che abbiamo ascoltato”, è la sintesi che emerge dalle parole dei tre interlocutori. Una frase che restituisce il senso dell’esperienza dell’Aquila più di qualsiasi soluzione definitiva.
La stessa UNESCO insiste sulla necessità di un approccio umano-centrico all’intelligenza artificiale nell’educazione. Mentre il quadro europeo sull’AI punta sulla diffusione dell’alfabetizzazione all’IA e sulla capacità di comprenderne rischi, limiti e condizioni d’uso. La questione, quindi, non è soltanto imparare a utilizzare nuovi strumenti, ma educare alla capacità di giudicare quando utilizzarli e quando, invece, lasciarli fuori.
Un primo passo per le Consulte di Abruzzo e Liguria
La giornata di L’Aquila si è conclusa senza una soluzione e, probabilmente, è proprio questo uno dei suoi elementi più interessanti. L’obiettivo non era produrre una formula definitiva sulla rappresentanza nell’era dell’intelligenza artificiale, ma mettere a fuoco le domande da cui partire.
Il percorso aperto dalle Consulte di Abruzzo e Liguria insieme a DiCultHer pone al centro una questione che riguarda l’intera scuola: come costruire una partecipazione capace di tenere insieme pluralità, ascolto, tecnologia e responsabilità? E, soprattutto, come fare in modo che l’intelligenza artificiale amplifichi la possibilità di ascoltare senza trasformarsi in un sostituto del giudizio?
La risposta non può arrivare soltanto dagli strumenti tecnologici. Dovrà passare dalla qualità delle relazioni, dalla capacità delle Consulte di dialogare con le comunità scolastiche e dalla disponibilità delle istituzioni a costruire percorsi insieme agli studenti, non semplicemente per gli studenti.
Per questo L’Aquila può essere considerata davvero un primo passo. Non perché abbia già indicato una strada definitiva, ma perché ha aperto uno spazio nel quale la rappresentanza studentesca può interrogarsi sul proprio futuro prima che siano gli algoritmi a farlo al suo posto. Ora il compito sarà raccogliere le esperienze, ascoltare ciò che è emerso e, soprattutto, prestare attenzione alle voci che ancora non sono riuscite a entrare nella discussione. È forse da lì che dovrà ripartire il prossimo confronto.
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