Lo strano caso di mister Fisher, genio collettivo

Maggio 15, 2026 - 05:30
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Lo strano caso di mister Fisher, genio collettivo

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Courtesy of Close And Remote Collective

We are making a film about Mark Fisher «and now that you are watching, so are you» è molto di più di un semplice documentario sulla figura del teorico e critico culturale britannico prematuramente scomparso nel 2017. «È un progetto d’arte che ha un film all’interno», spiegano Simon Poulter e Sophie Mellor, artisti visuali membri del collettivo Close and Remote che hanno ideato l’opera. Nato un anno fa da una conversazione casuale  «seduti in un parco con il giornalista Tim Burrows», il documentario esplora e rievoca l’eredità di Fisher. Lo fa utilizzando una metodologia “emergente” e collettiva che aggira le logiche di quello che la filosofa Jodi Dean definirebbe “capitalismo comunicativo”, una teoria secondo cui le tecnologie di rete avrebbero sfruttato il desiderio di connessione per affossare gli ideali democratici, trasformandoli in merce. 

Contrariamente alle pratiche artistiche tradizionali, gli autori hanno utilizzato Instagram come uno spazio di ricerca pubblico e discorsivo. È servito per trovare contributori, raccogliere testimonianze di amici, lettori e studiosi di Fisher e riflettere intorno alle sue teorie, rispondendo alla sua chiamata alla collaborazione. «È una cosa piuttosto inusuale per gli artisti: normalmente non si condividono cose sul lavoro in uno spazio così grande e pubblico», spiegano gli autori, che hanno provato a riportare Instagram alle sue funzionalità originarie: condividere informazioni, idee e farsi nuovi amici. Il film è stato realizzato senza budget, basandosi interamente su relazioni di amicizia e cooperazione tra i sostenitori di Fisher. Questa modalità collaborativa si traduce in un’estetica underground, «un po’ come fosse un film punk». Sophie e Simon raccontano di aver adottato un approccio quasi forense, ripercorrendo le tracce di Fisher: «Abbiamo messo tutti i dati sul muro e abbiamo creato la storia che potevamo trovare». Il risultato è un puzzle narrativo che rifiuta la patina lucida di un prodotto commerciale, e che vede già un sequel con Alice in Wonderland FFS (For Fuck Sake).

Courtesy of Close And Remote Collective

Gli artisti lo descrivono come un documentario ottimista, dove per ottimismo non s’intende un’arbitraria speranza verso il futuro, ma un sentimento scaturito dalla relazione nata tra le persone che collaborano alla distribuzione del documentario, e i suoi spettatori. Il cuore del progetto è infatti quello di restituire agency – la capacità di agire – al pubblico, e specialmente alle generazioni più giovani che spesso interiorizzano il fallimento sistemico come una personale colpa. Nel film vengono affrontati temi cruciali come la salute mentale e la politicizzazione della depressione, che è sempre più diffusa. Citando Fisher, gli autori ribaltano la narrazione: «Non abbiamo fallito, è il sistema che ci ha deluso, ed è un’inversione di logica che pensiamo sia davvero importante, oggi». Contro la privatizzazione dello stress e l’abuso di farmaci come unica risposta alla crisi sociale, il progetto invoca il ritorno di quello che nelle sue ultime lezioni raccolte in Desiderio Postcapitalista, Fisher definisce “Public luxury”: servizi di alta qualità accessibili a tutte e tutti, come educazione libera, sanità pubblica, biblioteche e spazi comuni. 

Uno degli aspetti più rilevanti di Mark Fisher è la sua capacità di connettere generazioni diverse, dice Simon. Racconta di un ragazzo di 16 anni che si sta approcciando alla lettura della teoria critica. «Questo progetto è per lui, e per i ventenni e i trentenni a cui è stato rubato il futuro. Poi ci sono i quarantenni che hanno conosciuto il mondo prima di internet, e poi ci sono i sessantenni. Mark Fisher risuona attraverso le generazioni». We are making a film a bout Mark Fisher invita inoltre a sottrarsi dall’impasse del realismo capitalista attraverso l’immaginazione e l’azione politica: una regolazione attiva della realtà. «L’idea di speranza è  legata all’azione: non possiamo solo sperare… dobbiamo dire che tutto questo deve cambiare». Attraverso un tour che è arrivato in Italia, e che attraverserà Australia, Turchia e molti altri paesi, il progetto dimostra che il pensiero di Fisher non è un reperto del passato, un fantasma destinato tornare, o un’idea di futuro da rincorrere, ma una domanda ancora più aperta. Il documentario diventa un evento comunitario e la discussione che avviene dopo la proiezione è la vera continuazione dell’opera. Hanno fatto un film su Fisher. E ora che ne stai leggendo, lo stai girando anche tu.

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