“Lavitola in diretta”, il nuovo show di Ranucci principe di garantismo
Se i curatori dei palinsesti televisivi avessero un po’ di sfrontatezza, un po’ di senso della provocazione e un briciolo di ironia, e anche di autoironia, avrebbero dovuto inaugurare da giorni uno spazio tematico quotidiano dedicato alle grandi lezioni di garantismo, di rispetto dello stato di diritto e di lotta forsennata contro la cultura della gogna offerte dal caso Ranucci, in uno show formidabile facilmente sintetizzabile con l’unico titolo adatto a rappresentare degnamente il tema: Lavitola in diretta. Lavitola in diretta offre da giorni, grazie al contributo straordinario di Sigfrido Ranucci, memorabili lezioni sul necessario rispetto delle garanzie all’interno del sistema giudiziario. E in questo meraviglioso ribaltamento dei ruoli, con Ranucci dall’oggi al domani passato dall’essere il principe del tribunale del popolo all’essere il principe del foro del garantismo, il conduttore di “Report”, con passione, dedizione e abnegazione, nel nuovo format della Lavitola in diretta che ci auguriamo la Rai gli offra quanto prima, ha iniziato a muoversi come un grande accusatore di un sistema di gioco a cui spesso lui stesso si è prestato: la legittimazione della cultura dello scalpo.
L’impegno encomiabile con cui Ranucci in questi giorni si è battuto per il garantismo ha permesso di accendere una serie di luci su alcune pratiche che siamo certi che Ranucci continuerà a combattere anche quando si chiarirà la vicenda dei mandanti dell’attentato. Ranucci, lo sappiamo, nonostante l’accusa pesante nei confronti di Valter Lavitola, indagato come mandante dell’attentato a Ranucci, ha continuato a definire Lavitola un amico, ha continuato a sostenere le ragioni della sua innocenza, ha denunciato per diffamazione chi, attraverso “congetture e allusioni”, ha provato a trasformare la vittima dell’attentato nel suo possibile beneficiario. Grazie all’eroica lezione quotidiana di garantismo offerta da Ranucci, Lavitola in diretta ne avrebbe di argomenti per fare ascolti. Sappiamo che anche per Ranucci finalmente la fuga di notizie è un problema (lunedì scorso ha denunciato la rivelazione di atti coperti da segreto riguardanti le indagini sull’attentato). Sappiamo che anche per Ranucci le amicizie opache non sono prova di una colpevolezza (citofonare Lavitola). Sappiamo che seguire le indagini utilizzando l’armamentario delle allusioni, pratica che nel recente passato Ranucci ha sempre adottato con una certa coerenza, chiedere a Carlo Nordio, è da considerarsi un atto deplorevole e ora dunque, grazie a Ranucci, ce ne ricorderemo anche nel futuro. Sappiamo che anche il purissimo fronte dei giustizieri della notte considera pericolose le suggestioni se non hanno pezze d’appoggio diverse dalle semplici allusioni. Sappiamo, ancora, che criticare un magistrato che indaga, mettendone in discussione l’operato, come ha scelto di fare Ranucci scagliandosi a testa bassa contro il pm che sta indagando Lavitola come mandante dell’attentato – “Lo conosco”, dice Ranucci, “non lo farebbe mai, è un amico” – non è un atto eversivo ma è un diritto di chi vuole esercitare una libertà di critica e anche di pensiero (elemento di cui ricordarsi quando il partito di Ranucci tornerà un domani a trasformare ogni ditino alzato per commentare ed eventualmente criticare un’indagine nella prova di una torsione autoritaria del paese). Sappiamo, ancora, che violare la privacy non è un problema se a violarla è il paladino del bene (Ranucci ha rivelato una malattia del figlio di Lavitola, chissà che fine ha fatto l’ordine dei giornalisti). Sappiamo, ancora, che frequentare un pregiudicato, come Lavitola, non è un reato, semmai un peccato, e che si può essere onesti, specchiati, puri, anche se si sceglie di frequentare un impuro, perché un conto sono i peccati, un altro sono i reati, e almeno in questo caso, nel format della Lavitola in diretta, le categorie tra peccatori e criminali si possono separare. Sappiamo che avere amici massoni non è un dramma (Lavitola lo è). Sappiamo che considerare innocente fino a prova contraria un indagato è un dovere (Lavitola lo è). Sappiamo che interferire nelle indagini non è depistaggio ma è anch’esso un diritto (Lavitola e Ranucci parlano delle indagini ad alta voce da giorni, se lo avessero fatto altri chissà cosa sarebbe successo). Sappiamo che intrattenersi con un massone non è una prova di colpevolezza, non è un indizio sul tuo essere criminale, non produce fenomeni di osmosi, ma è un diritto come un altro in un paese libero dove non si può considerare un rapporto d’amicizia come possibile spia di un sistema criminale in fase embrionale. Sappiamo che una chat isolata non racconta necessariamente una relazione tra due persone. Sappiamo che la coincidenza temporale non è una prova causale: se qualcosa accade dopo che una persona ha incontrato un’altra persona non significa che il primo fatto abbia prodotto il secondo. Sappiamo che tutelare la propria reputazione non significa intimidire la stampa e sappiamo che chiedere il rispetto delle garanzie nella fase delle indagini preliminari non significa imbavagliare il diritto di cronaca, significa proteggere lo stato di diritto. Sappiamo che minacciare denunce ai giornali che giocano con le allusioni non è un attentato alla libertà di stampa ma è un atto finalizzato a proteggere la propria reputazione. E sappiamo, infine, che l’onere della prova spetta a chi accusa, non a chi si difende, e il garantismo su Lavitola è, anche se ipocrita, il manifesto del rispetto dello stato di diritto.
E’ ancora difficile farsi un’idea su cosa è davvero successo sull’asse Lavitola-Ranucci. E’ difficile capire quanto solide siano le prove contro Lavitola. E’ difficile capire le ragioni dell’attentato a Ranucci. E’ difficile capire, nella difesa di Lavitola da parte di Ranucci, dove cominci l’amicizia e dove inizi la paura che dalla rottura dell’amicizia possa nascere qualcosa di pericoloso. Ma quello che non si dovrebbe avere difficoltà a dire è che la difesa di Ranucci dell’amico Lavitola non è solo la demolizione del modello Report. E’ qualcosa di più: è un manuale improvvisato ma a suo modo efficace di resistenza alla cultura della gogna, di lotta senza quartiere contro il circo mediatico giudiziario. Se poi Ranucci volesse sapere come abbia fatto la cultura del sospetto a diventare così virale in Italia, potrebbe fare un salto su Rai Play e riguardare con attenzione se esista una qualche trasmissione che in questi anni ha fatto di tutto per far diventare le amicizie un indizio di colpevolezza, le allusioni una pratica investigativa e il tribunale del popolo lo spazio adatto per giudicare le vite degli altri e far saltare teste con metodi giacobini contro cui eroicamente da giorni combatte il nostro format preferito: Lavitola in diretta.
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