Lavoro precario e degrado ambientale sono le due facce del capitalismo votato alla crescita illimitata

03 Luglio 2026 - 16:07
0
Lavoro precario e degrado ambientale sono le due facce del capitalismo votato alla crescita illimitata

Operiamo in un universo capitalistico, nel quale si evidenziano e convivono due problemi: elevati livelli di degrado ambientale – di cui il cambiamento climatico è la manifestazione più evidente – e una drammatica questione sociale, rappresentata da intere generazioni condannate ad un futuro senza prospettive di lavoro, se non precario. La sfida dei prossimi anni sarà come far fronte e risolvere contemporaneamente questi due problemi. Se la sinistra vorrà sconfiggere le ricette della destra, che rischiano di portare il mondo alla guerra e alla catastrofe ambientale, dovrà saper introdurre profonde innovazioni e molte discontinuità nella propria cultura politica ed economica, soprattutto mettere in discussione la sua subalternità al dogma dell’eterna crescita economica. Se non si esce dalla cultura della crescita illimitata non è possibile contrastare con efficacia il consumismo diffuso e alienante, o più semplicemente la precarizzazione del lavoro.

Quali sono le cause strutturali che determinano in questa fase storica la perdita di peso del lavoro e la costante riduzione dei suoi diritti e tutele?

Si potrebbe sintetizzare la profonda mutazione tecnologica, economica e sociale avvenuta in un concetto: si produce sempre più ricchezza, avendo sempre meno bisogno di lavoro. Ma cosa, oggi, rende ricca una società? Come vent’anni fa il possesso di materie prime, da estrarre, trasportare e trasformare, con molti sforzi e tanta energia? No. La ricchezza di un paese è sempre più legata alla sua capacità di produrre e trasportare informazioni, con poco lavoro e meno fatica. È in atto un evidente disaccoppiamento fra crescita ed occupazione. In poche parole il tasso di crescita economica conta sempre meno per creare lavoro in quanto la produttività necessaria a conseguire quella crescita finisce per distruggere più lavoro di quanto l’espansione sia capace di crearne.

Sta declinando un intero assetto economico, quello post-keynesiano. Non è più razionale né possibile continuare a perseguire una logica di crescita che assegni alle merci e all’industria la funzione che ha avuto nel passato, in particolare dal punto di vista delle capacità occupazionali che esse offrono. Perseguire un rilancio di un assetto economico di questo genere è destinato a produrre sempre meno benessere, tanto lavoro precario, con conseguente impoverimento della vita, ed infine una sistematica distruzione dell’ambiente.

Siamo cioè nel vivo di una fase post industriale dove si comprano e vendono più servizi e meno merci, e tra queste quelle a maggior contenuto tecnologico e di informazione. Altrettanto inefficace per creare lavoro è la tradizionale politica delle grandi opere pubbliche infrastrutturali. Alta è la tentazione di usare il territorio, come la sola valvola di sviluppo. Ma questa logica alla lunga produce solo un grande sperpero di risorse. Ci si chiede in quale girone infernale sia sprofondata la coscienza civile di una società che nega risorse alla tutela del benessere collettivo, all’educazione ed apprendimento, alla salute pubblica, per inseguire una crescita da tempo senza benessere reale. Con quale serietà gli economisti, di destra e di sinistra, liberisti o marxisti, ci ammoniscono e spronano a correre, ignorando che siamo nel pieno della scarsità delle risorse e in una fase acuta di cambiamenti climatici che ridisegnano l’abitabilità del pianeta? E allora chiediamoci dove sono le risorse per mettere al lavoro donne e uomini, manovali, esperti, qualificati professionisti, tecnici specializzati, necessari per progettare, sorvegliare, restaurare, ricostruire, scoprire, valorizzare, il vero valore aggiunto di questo paese che è il suo territorio, le acque, l’aria, le sue città.

Pensiamo all’abbaglio di tanti “economisti della riva sinistra” che chiamano produttiva (pertanto con inderogabili esigenze economiche) un’industria che fabbrica televisioni o cromature per parafanghi o cemento di mafia e di seconde case e chiamano invece velleitaria, astratta, utopistica un’industria della contemplazione attiva, del godimento che non consuma ciò che gode. Un’efficace lotta per il lavoro e contro la sua precarizzazione, implica progettare e lottare per uno scenario economico che rende massimo il benessere collettivo in termini di massimo risultato di uso delle risorse rinnovabili e minimo consumo di quelle non rinnovabili.

In altre parole deve farsi strada uno sviluppo immateriale, una ricchezza non fatta di cemento, asfalto, plastiche, ma servizi informazione, produzioni limitate in peso, ma alte in valore. In un’economia di questo genere saranno sempre più i bisogni collettivi inevasi di ambiente, salute, cultura, il fulcro di una nuova espansione e di nuove opportunità di lavoro, come lo furono i beni di consumo privato nel secolo scorso.

È giunto il tempo di presentare, come sinistre, un vero e proprio piano del lavoro basato sul soddisfacimento dei bisogni collettivi oggi inevasi. Di esempi se ne possono fare tanti. Pensiamo solo a quanto lavoro stabile e duraturo potrebbe venire dalla lotta ai cambiamenti climatici, cioè da quel modello energetico distribuito, basato sull’uso delle fonti rinnovabili e sull’organizzazione nella società del risparmio di energia. Ed ancora, pensiamo a quante donne e uomini possono essere messe al lavoro per mettere in sicurezza, da frane e alluvioni, il nostro territorio.

Basterebbe destinare le risorse, oggi investite per risarcire i danni o per opere inutili, in interventi di prevenzione e presidio territoriale: serve un servizio di polizia idraulica, quello meteo climatico e preannuncio piena, quello di all’erta rapido, nei quali far lavorare a tempo indeterminato, analisti, geologi, biologi, forestali, guardie parco, controllori, certificatori, organizzatori delle banche dati, naturalisti, cartografi, agricoltori, operai. Infine pensiamo alla manutenzione e rigenerazione delle nostre città, ridisegnandole in primo luogo per i bisogni delle donne. Anche qui è possibile mettere al lavoro centinaia di migliaia di persone a tempo indeterminato, per sorvegliare, progettare, ricostruire le nostre città, ripulendole dai rifiuti, organizzando un servizio idrico e di depurazione, pubblico ed efficiente, interventi diffusi per mettere in sicurezza e dare qualità al nostro abitare e lavorare a cominciare con la riqualificazione energetica degli edifici, imponendo una diversa attenzione verso il clima,  l’orientamento e il grado di esposizione alle fonti primarie di energia quali il sole e il vento.  

Gran parte di queste figure professionali necessarie non vengono formate, né a scuola né dall’attuale formazione. Sulle tematiche ambientali è necessario rilanciare una nuova idea di formazione, basata su una mentalità sistemica, capace di cogliere le relazioni. Formare la “professione ambiente” non può risolversi in una riverniciatura di vecchi profili, servono figure che sappiano muoversi con familiarità tra i concetti di sistema, di complessità, di limite.  È solo il principio di un ragionamento, spero utile ad uscire dall’insopportabile chiacchiericcio sul programma con cui sfidare le destre.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Eventi e News

Eventi e News in Italia

Commenti (0)

User