Brutte notizie per gli amanti del caffè: a causa della crisi climatica le rese potrebbero calare del 35% in Sudamerica e del 21% in Africa

Il caffè è una delle merci agricole più amate e commercializzate al mondo, ma il suo futuro è fortemente minacciato dal riscaldamento globale. Un recente studio guidato dal ricercatore Raniero Della Peruta del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) – premiato con il terzo posto all’Agrometeorology Paper Award 2026 “Giampiero Maracchi” – ha gettato nuova luce su come i cambiamenti climatici stiano già influenzando e ancor più influenzeranno in futuro le rese della varietà Arabica su scala continentale. Attraverso modelli di simulazione avanzati, gli esperti hanno analizzato i rischi climatici futuri e valutato il potenziale di alcune pratiche agricole per correre ai ripari.
I risultati emersi dal report dipingono un quadro piuttosto preoccupante per i prossimi decenni: la produttività complessiva del caffè è destinata a diminuire sensibilmente, anche qualora si dovessero verificare gli scenari climatici più ottimistici. Entrando nel dettaglio delle proiezioni geografiche, lo studio stima che le rese potenziali potrebbero subire un crollo compreso tra il 23% e il 35% in America Latina, mentre l’Africa potrebbe registrare una contrazione tra il 16% e il 21%. Questa asimmetria dipende fortemente dalle caratteristiche del territorio e dai diversi livelli di riscaldamento previsti per le due macro-regioni.
Un aspetto particolarmente interessante della ricerca riguarda l’impatto differenziato del clima in base all’altitudine delle piantagioni. Il calo della produzione colpirà in modo netto le zone di pianura e di bassa quota, dove le temperature dell’aria stanno già raggiungendo la soglia massima di tolleranza per la pianta. Al contrario, ad altitudini superiori agli 800 metri sopra il livello del mare, i modelli prevedono un incremento delle rese. Questo fenomeno potrebbe innescare una vera e propria migrazione delle coltivazioni verso l'alto, spingendo i produttori a cercare terreni più freschi in montagna.
Tuttavia, segnalano i ricercatori, un simile spostamento geografico non è privo di conseguenze: la ricollocazione delle piantagioni ad alta quota solleva infatti enormi preoccupazioni per l’ambiente, poiché potrebbe comportare la deforestazione di aree incontaminate, alterare l’uso del suolo e minacciare seriamente la conservazione della biodiversità locale e la stabilità degli ecosistemi montani.
Fortunatamente, lo studio non si limita a lanciare l’allarme, ma esplora anche possibili strategie di adattamento per mitigare questi impatti. Tra le soluzioni agronomiche analizzate, una delle più efficaci si è rivelata la gestione dell’ombra. Incrementare del 50% la densità degli alberi da ombra all’interno delle piantagioni rispetto alla media attuale si è dimostrato un ottimo sistema per schermare le piante dal calore eccessivo, migliorando la produttività in diversi siti e contrastando gli effetti del cambiamento climatico. Gli esperti sottolineano però che non esiste una soluzione universale: sarà fondamentale investire in ulteriore ricerca per sviluppare strategie di gestione specifiche e su misura per ogni singolo territorio.
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