Le attività umane hanno cambiato la vegetazione negli habitat europei negli ultimi sessant’anni

Maggio 11, 2026 - 13:51
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Le attività umane hanno cambiato la vegetazione negli habitat europei negli ultimi sessant’anni

Negli ultimi sessant’anni le comunità vegetali europee sono diventate più dense e sempre più dominate da specie che prediligono suoli ricchi di azoto. È il quadro che emerge dallo studio Sixty years of plant community change in Europe indicate a shift towards nutrient-richer and denser vegetation, in pubblicazione su Science Advances, frutto del lavoro di un team internazionale di botanici ed ecologi guidato da Gabriele Midolo, dell’Università ceca di Scienze della vita di Praga.

La ricerca rappresenta una delle più ampie analisi mai condotte in Europa su questo tema: il gruppo di lavoro ha esaminato quasi 650mila rilievi di vegetazione raccolti tra il 1960 e il 2020, utilizzando 18.345 serie temporali relative ai principali habitat del continente, dalle foreste alle zone umide, dagli arbusteti alle praterie. L’obiettivo era capire come i cambiamenti nella composizione delle comunità vegetali riflettano trasformazioni ambientali di lungo periodo, legate anche all’impatto delle attività umane.

I risultati indicano un aumento tra le specie associate a condizioni più ricche di nutrienti, in particolare azoto, mentre si registra anche un lieve incremento delle specie tolleranti all’ombra. Nelle foreste, le comunità vegetali si sono spostate verso specie associate a un pH del suolo più elevato; nelle zone umide, invece, emerge un declino nel tempo delle specie dipendenti dall’umidità.

Il dato è rilevante perché mostra come i cambiamenti locali siano parte di una trasformazione continentale. L’uso intensivo di fertilizzanti, la gestione del territorio e l’abbandono di pratiche agricole tradizionali risultano fortemente correlati alla diffusione di specie che preferiscono ambienti più ombreggiati e ricchi di nutrienti. In altre parole, la vegetazione europea sta registrando nei propri equilibri interni gli effetti di decenni di pressioni antropiche.

«Quando lavoravamo alle nostre prime analisi sulla ricchezza di specie, mi chiedevo quali piante stessero diventando più comuni e quali stessero scomparendo, e più specificamente, quali condizioni ambientali preferissero queste piante», spiega Midolo. «Le piante e altri organismi sono come "sensori viventi" degli ambienti in cui viviamo, e la loro presenza nello spazio e nel tempo può dirci molto sui cambiamenti ambientali, un concetto chiamato "bioindicazione". Il nostro nuovo studio è un'applicazione diretta di questa conoscenza per ricostruire come la composizione della vegetazione sia cambiata negli ultimi sessant'anni in Europa».

Tra gli autori figura anche Gianmaria Bonari, dell’Università di Siena, che sottolinea il valore dell’enorme base dati analizzata. «Questo studio, basato sull’analisi di una enorme mole di serie temporali di dati ecologici derivanti dai database di vegetazione ha permesso di confermare come i cambiamenti che osserviamo a livello locale siano di fatto coerenti in tutto il continente europeo», osserva Bonari. E la direzione del cambiamento è tutt’altro che neutra: «La vegetazione risponde alle attività umane che alterano le condizioni naturali e che favoriscono alcune specie ma ne danneggiano altre. Sono evidenti fenomeni di eutrofizzazione degli ecosistemi che avvantaggiano le specie competitive e con maggiori esigenze di azoto, mentre sono in declino le specie legate agli ecosistemi acquatici».

L’eutrofizzazione, cioè l’arricchimento eccessivo di nutrienti negli ecosistemi, è dunque uno dei segnali più forti emersi dallo studio. Favorisce le specie più competitive, capaci di crescere rapidamente in ambienti ricchi di azoto, ma può ridurre lo spazio ecologico per piante adattate a condizioni più povere di nutrienti o più strettamente legate ad habitat umidi. Il risultato è una trasformazione progressiva della composizione delle comunità vegetali, con potenziali ricadute su biodiversità, funzionamento degli ecosistemi e servizi ecosistemici.

Lo studio ha anche un valore metodologico e politico, perché dimostra quanto la cooperazione scientifica transnazionale sia essenziale per comprendere fenomeni ambientali che superano i confini amministrativi. Alessandro Chiarucci, dell’Università di Bologna, altro autore italiano della ricerca, evidenzia che il lavoro si basa su «una collaborazione volontaria tra botanici ed ecologi di molte istituzioni in 14 paesi europei, sia Ue che non Ue». Oltre al significato ecologico dei risultati, la ricerca mostra come la scienza possa rappresentare «una modalità di collaborazione transnazionale di grandissimo valore, che riesce anche a superare le divisioni geopolitiche». Capire come si stanno modificando gli ecosistemi e quale sia l’impatto delle attività umane, conclude Chiarucci, «è di grande valore scientifico e contribuisce a rafforzare la speranza di costruire un futuro migliore, pacifico e basato sulla conoscenza».

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