Le nuove minacce a basso costo riducono il vantaggio geografico degli Stati Uniti

05 Settembre 2026 - 08:05
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Le nuove minacce a basso costo riducono il vantaggio geografico degli Stati Uniti

Per gran parte dell’ultimo secolo gli Stati Uniti hanno potuto combattere guerre lontano da casa contando su un privilegio raro: il loro territorio rimaneva fuori dal campo di battaglia. L’Atlantico e il Pacifico imponevano a qualsiasi avversario distanze enormi. A nord c’era il Canada, alleato nella NATO e partner nella difesa dello spazio aereo continentale. A sud, la netta superiorità americana e la stabilità dei rapporti con il Messico rendevano remota una minaccia militare lungo il confine. Quella protezione non fu mai assoluta. Durante la seconda guerra mondiale, i sommergibili tedeschi affondarono navi davanti alla costa orientale. L’attacco giapponese a Pearl Harbor mostrò che neppure il Pacifico era impenetrabile. La svolta arrivò con i missili balistici intercontinentali sovietici: una testata lanciata dall’URSS poteva raggiungere il territorio americano in circa trenta minuti. Gli oceani persero così gran parte del loro valore difensivo. La sicurezza degli Stati Uniti passò alla deterrenza nucleare, fondata sulla certezza di una rappresaglia devastante.

Quel vantaggio geografico acquistò ancora più valore con la rete di alleanze costruita dopo il 1945. La NATO spostò il perimetro della sicurezza americana in Europa, mentre le basi nel Pacifico permettevano a Washington di contenere i suoi avversari a migliaia di chilometri dalla costa occidentale. Il territorio continentale diventò così la retrovia protetta della potenza americana, con una base industriale abbastanza grande da sostenere guerre lunghe senza subirne direttamente la distruzione.

Quando Al Qaeda colpì l’11 settembre 2001, lo fece sfruttando dall’interno il sistema civile americano. Washington reagì costruendo un apparato concentrato sulla minaccia terroristica. Nacque il Department of Homeland Security. L’FBI estese la collaborazione con le polizie locali e le agenzie d’intelligence cominciarono a scambiarsi informazioni rimaste fino ad allora nei rispettivi archivi. L’obiettivo era individuare una rete clandestina prima che riuscisse a organizzare un attentato.

Secondo Seth G. Jones, presidente del dipartimento Difesa e Sicurezza del Center for Strategic and International Studies e studioso della competizione militare tra grandi potenze, quell’apparato non corrisponde più alla minaccia principale. Su Foreign Affairs, Jones sostiene che gli Stati Uniti stiano perdendo il vantaggio della distanza più rapidamente di quanto riescano a costruire nuove difese. Oggi un attacco può partire da migliaia di chilometri di distanza oppure essere preparato sul territorio americano, sfruttando componenti commerciali e normali reti di trasporto.

Russia e Cina potrebbero in teoria già colpire gli Stati Uniti con missili intercontinentali. La Corea del Nord ha sviluppato a sua volta vettori con una gittata sufficiente a raggiungere il continente. Pechino lavora inoltre su armi ipersoniche e sistemi orbitali concepiti per eludere le rotte sorvegliate dai radar americani. Più difficile da intercettare è spesso il missile da crociera, che vola vicino al suolo e può nascondersi dietro il profilo del terreno. La rete statunitense è troppo rada per seguirne l’avvicinamento e proteggere un territorio così vasto. Gli intercettori disponibili, osserva Jones, sono pochi rispetto al numero dei potenziali bersagli e hanno costi elevati. Le guerre recenti hanno inoltre ridotto le scorte di alcuni sistemi. Aumentare la produzione attenuerebbe il problema, senza risolvere la sproporzione di fondo: difendere in modo continuo un paese grande quanto gli Stati Uniti richiede molte più risorse di quelle necessarie per aprire un varco.

Certo, l’arsenale nucleare americano continua a scoraggiare un attacco su vasta scala, perché chi lo lanciasse rischierebbe una risposta devastante. Secondo Jones, il pericolo maggiore viene invece da operazioni più limitate, abbastanza gravi da causare danni ma studiate per non provocare una reazione nucleare. L’Ucraina ha colpito basi russe e impianti energetici senza provocare una risposta atomica da Mosca. Israele, pur disponendo di una netta superiorità militare ed essendo considerato una potenza nucleare, ha continuato a subire attacchi con razzi e droni. Un avversario può quindi tentare di infliggere danni circoscritti, calcolando che Washington non risponderà a ogni attacco convenzionale con un’escalation nucleare.

La perdita del vantaggio geografico diventa più evidente quando si confronta il costo di un attacco con quello necessario a impedirlo. Per distruggere un bombardiere americano, fino a pochi anni fa, un avversario avrebbe dovuto raggiungere una base protetta da radar e difese aeree. Oggi può tentare la stessa operazione con piccoli droni portati in prossimità dell’obiettivo a bordo di un camion.

La tecnologia necessaria è in larga parte civile. Motori elettrici, telecamere e sistemi di navigazione vengono prodotti su scala industriale per il mercato commerciale. I componenti possono entrare negli Stati Uniti attraverso canali ordinari, senza attirare l’attenzione riservata alle armi. Una volta assemblato, il velivolo può seguire una rotta programmata in anticipo. Il disturbo delle frequenze radio perde efficacia quando il drone non ha bisogno di ricevere istruzioni continue dal suo operatore.

L’operazione ucraina Spider’s Web ha mostrato quanto possa essere vulnerabile una potenza militare quando concentra mezzi costosi in installazioni pensate per respingere un attacco proveniente dall’esterno. Nel giugno del 2025, droni nascosti in strutture di legno trasportate da camion furono portati vicino a diverse basi russe. I tetti vennero aperti poco prima del lancio. Gli apparecchi raggiunsero in pochi minuti bombardieri strategici parcheggiati all’aperto, alcuni dei quali risalivano all’epoca sovietica e non potevano essere sostituiti facilmente.

I radar russi non ebbero il tempo di costruire una traccia utile. Sorvegliavano lo spazio aereo in cerca di minacce in avvicinamento; i droni erano già dentro il perimetro che quelle difese avrebbero dovuto proteggere. Il successo ucraino ha dato forma a uno scenario che fino ad allora apparteneva soprattutto alle esercitazioni. La profondità territoriale serve poco quando l’arma viaggia nascosta insieme al traffico commerciale e viene attivata vicino al bersaglio.

Per Jones, le basi americane presentano una vulnerabilità simile. Molti velivoli di grande valore restano visibili dall’esterno e le immagini satellitari commerciali consentono di seguirne gli spostamenti. Le strade intorno alle installazioni sono aperte. Magazzini e parcheggi offrono luoghi dai quali osservare l’attività militare senza necessariamente violare il perimetro. Un’operazione ostile potrebbe sfruttare la normalità del paesaggio americano, dove la presenza di un furgone o di un container raramente basta a provocare un controllo.

Questa minaccia pone anche un problema di scala. Proteggere una singola base è possibile, almeno in teoria. Bisogna installare sensori capaci di individuare oggetti piccoli e lenti, poi collegarli a un sistema di risposta. Difendere nello stesso modo tutte le installazioni militari richiede un investimento più ampio. Se la protezione viene estesa alle centrali elettriche e ai porti, il numero dei siti cresce rapidamente. Aeroporti e grandi eventi pubblici aggiungono un altro livello di esposizione.

Sul terreno digitale, la distanza è scomparsa da tempo. Le operazioni attribuite dalle autorità americane a Volt Typhoon hanno alimentato il sospetto che la Cina stia preparando accessi da utilizzare durante una futura crisi. Il gruppo ha preso di mira reti che servono l’energia e le comunicazioni. Gli investigatori hanno trovato attività anche nei sistemi legati ai trasporti. Il metodo consiste spesso nell’usare credenziali valide e dispositivi già presenti nelle reti, così da confondersi con il traffico ordinario.

La dipendenza delle forze armate dalle infrastrutture civili rende difficile separare la difesa nazionale dalla sicurezza economica. Una base può avere sistemi informatici protetti e ricevere comunque energia da una società locale con standard meno rigorosi. I materiali destinati al Pacifico attraversano terminal commerciali. Molte comunicazioni utilizzano reti private. L’avversario può cercare il punto più debole lungo questa catena, invece di affrontare direttamente le protezioni del Pentagono.

La proposta di Jones parte dalle installazioni che un avversario avrebbe maggiore interesse a colpire nelle prime ore di un conflitto. Le basi dei bombardieri dovrebbero essere protette con più attenzione. Lo stesso vale per i siti che custodiscono armi nucleari. Gli aerei non possono restare concentrati in piazzali visibili e privi di ripari, come accadeva nelle basi russe raggiunte da Spider’s Web. Disperderli riduce il numero di mezzi che un singolo attacco può mettere fuori uso.

La protezione attiva richiederebbe sistemi diversi a seconda della minaccia. Patriot e THAAD sono progettati per missili sofisticati e hanno munizioni costose. Contro piccoli droni servono sensori capaci di seguirli a bassa quota e armi con un costo d’impiego inferiore. Jones cita i laser ad alta energia e i sistemi a microonde, che possono danneggiare l’elettronica senza consumare un intercettore per ogni bersaglio.

Golden Dome dovrebbe collegare queste capacità attraverso una rete comune. Il programma promosso dall’amministrazione Trump prevede nuovi sensori spaziali e una maggiore integrazione con quelli già esistenti. L’ambizione dichiarata è individuare missili balistici e armi ipersoniche lungo diverse fasi della traiettoria. Una parte dell’architettura servirebbe anche a coordinare la risposta contro minacce a quota più bassa.

Jones invita a cominciare dall’integrazione di ciò che le forze armate possiedono già. Gli Stati Uniti dispongono di satelliti per l’allerta missilistica e di radar distribuiti in diverse regioni. Questi sistemi non sempre comunicano abbastanza rapidamente fra loro. Prima di sviluppare tecnologie ancora sperimentali, sostiene, il Pentagono dovrebbe collegare i sensori disponibili e verificare in esercitazioni realistiche quanto tempo occorra per identificare un bersaglio e assegnarlo a un’unità di difesa.

Il lato istituzionale è più intricato. I comandanti delle basi non hanno sempre l’autorità necessaria per neutralizzare un drone che vola nelle vicinanze. Le competenze cambiano a seconda del luogo e del tipo di infrastruttura. Le forze dell’ordine locali possono individuare l’apparecchio, mentre l’intervento attivo resta soggetto a limiti federali. Nel tempo necessario a chiarire chi possa agire, il drone può aver già completato la missione.

Su Foreign Affairs, Jones propone anche qualcosa, dopo aver tanto criticato: chiede regole più ampie e un addestramento comune. Propone anche un centro nazionale che raccolga le informazioni sulle operazioni straniere nel paese, sul modello creato dopo l’11 settembre per il terrorismo. Le strutture locali nate in quell’epoca dovrebbero dedicare più personale alle minacce statali. Un’attività sospetta vicino a una base può sembrare irrilevante a una polizia municipale; assume un significato diverso se episodi simili sono stati osservati intorno ad altre installazioni.

Il problema è serio, ma non preoccupante nel breve periodo perché se è vero è diminuito il costo necessario per provocare danni circoscritti, non è detto che accada per forza. Gli avversari degli Stati Uniti, che siano Russia, Cina, Iran o Corea del Nord, prima di colpire valueranno attentamente l’eventuale rappresaglia americana o anche solo la possibilità di essere scoperti mentre pianificano un attacco.  Ma è anche vero che Golden Dome non può risolvere da solo tutti i problemi.  L’amministrazione Trump lo presenta come uno scudo esteso al territorio nazionale, con un costo ufficiale salito nel marzo del 2026 a circa 185 miliardi di dollari, Nessuna architettura conosciuta può garantire una copertura uniforme contro arsenali numerosi. Un avversario può usare esche oppure aumentare i lanci fino a consumare gli intercettori. 

Sull’Atlantic Council, Ankit Panda suggerisce perciò di concentrare le difese in alcune Golden Zones, proteggendo i centri di comando e i siti necessari alla rappresaglia nucleare. Sarebbe una soluzione più credibile, però con una conseguenza politica scomoda: scegliere quali aree lasciare esposte.

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