Le spie russe spiano, pure a Roma

15 Luglio 2026 - 12:15
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Le spie russe spiano, pure a Roma

«Queste erano due spie che corrompevano e quindi in Italia non ci possono stare», ha dichiarato giovedì Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, commentando la decisione di espellere «due addetti militari dell’ambasciata della Federazione Russa in Italia, responsabili delle attività di spionaggio emerse nell’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma».

Si tratta di Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, funzionari dell’intelligence militare russa (Gru) accreditati come diplomatici in Italia, che ricevevano informazioni da Gavino Raoul Piras, sardo, 59 anni, fino al 2012 funzionario dell’intelligence italiana – prima al Servizio informazioni e sicurezza militare (Sismi) e poi all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) – e già sottoufficiale dell’Arma dei Carabinieri, arrestato martedì e ora ai domiciliari. Anche un altro ex funzionario dei servizi italiani è stato arrestato: Vincenzo Di Pasquale, anche lui 59 anni, originario di Matera, fino al 2013 funzionario dell’Aisi. I due, in pensione dal 2013 e dal 2012, sono accusati, a vario titolo, di spionaggio di notizie di cui è vietata la divulgazione, rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a sistemi informatici. Venerdì, davanti al gip di Roma nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia, hanno sostenuto di non aver fornito informazioni riservate.

Gli altri indagati, a piede libero, sono quattro militari che sarebbero state le fonti di Piras, unico a parlare direttamente con i russi: Davide Piantanida, foggiano di 46 anni, Gianluca Nardella, foggiano di 47 anni, Giuseppe Tempesta, barese di 55 anni, Sergio Romeo, messinese di 57 anni, Antonio Guerra, barese di 69 anni.

Nomi, progetti e dossier privati venivano passati, per qualche migliaio di euro, dagli ex funzionari dell’intelligence italiana ai russi. Le informazioni maggiori riguardano gli armamenti, come per esempio lo sviluppo del sistema missilistico Samp/t, progetto in collaborazione tra Italia, Francia e Danimarca, che, a detta di Piras al suo interlocutore russo, sarebbe arrivato «a breve». Poi ancora l’interesse italiano per il carro armato russo T-90 Vladimir, lo sviluppo di un sottomarino senza pilota costruito da Leonardo, la fornitura di tre sistemi d’arma a Kyjiv e la destinazione alla Bulgaria del sistema difensivo Michelangelo Dome. Altre informazioni sensibili riguardavano nomi, cognomi e foto di funzionari dei servizi italiani impegnati nel controspionaggio; compresa la dipendente dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) che, secondo quanto gli avrebbe riferito Di Pasquale, si dedicava a controllare le mosse di Astakhov. «Arrivando addirittura a proporre all’officer russo una controsorveglianza» su di lei, accusa la giudice.

Ecco dieci osservazioni sulla vicenda.

Prima: ci si è concentrati tanto sull’attività di spionaggio russa, tirando in ballo cose come la «guerra ibrida» (perfino le «armi ibride», qualsiasi cosa questa definizione significhi) ma dimenticando che l’intelligence è uno degli strumenti tradizionali del confronto tra Stati, e che in un caso simile poco c’entrano le campagne ibride che includono minacce e strumenti come propaganda, coercizione economica, attacchi informatici e sabotaggi. Al contrario, il principale problema per la sicurezza nazionale derivante da questo caso riguarda l’infedeltà di funzionari italiani che giurano fedeltà alla Repubblica.

Seconda: parliamo della Russia. Il Gru continua a collezionare figuracce. Piras era stato già beccato nel 2023 – e ci torneremo su questo dettaglio. Allora era stato silenziosamente allontanato un funzionario del Gru, il colonnello Damir Ravilevich Kurmashov, dichiarato «persona non gradita». Ma nonostante questo, Piras è tornato in azione su spinta russa, a dimostrazione di una certa sciatteria dell’intelligence militare di Mosca già dimostrata con una lista della spesa sfacciatamente ecumenica. A proposito di Piras, la giudice Rosamaria De Lellis che ha ordinato la misura cautelare per lui e per Di Pasquale, scrive nell’ordinanza di un’«allarmante reiterazione delle condotte illecite» come «espressione di una personalità trasgressiva, evidentemente incapace di valutare la gravità di quanto posto in essere».

Terza: e qui non possiamo non parlare della «lista della spesa» ritrovata a casa di Piras. Una lista strana, quasi assurda, perché spazia dai sistemi d’arma alla strategia politica, dalla pianificazione militare alle operazioni di intelligence, e via spiando. Questo significa che o Piras era a capo di una rete portentosa o che vendeva materiale di scarsa qualità. Rispetto ai russi, invece, se vale la prima ipotesi allora si giustifica la ripresa dei rapporti con Piras dopo il 2023 (e un eventuale monitoraggio italiano per individuare tutta la sua rete); se vale la seconda, si confermano le loro difficoltà.

Quarta: veniamo all’Italia. La rete è stata scoperta poco più di un anno fa, dopo la segnalazione dell’Aisi, con un’operazione di controspionaggio da parte dell’intelligence italiana, che si è poi avvalsa delle indagini del Ros dei Carabinieri. E che cos’è successo nel 2023? Non è chiaro. Che cos’è accaduto nei 12 anni precedenti, fatti di segreti militari venduti, una rete tra Carabinieri e alti ufficiali in servizio alla Difesa, l’intelligence militare infiltrata, così come la Direzione nazionale armamenti, le due agenzie d’intelligence violate? Perché Piras è andato in pensione così giovane? Domande senza risposte, almeno per ora.

Quinta: dunque, perché la questione è stata resa pubblica? Probabilmente perché la rete si era allargata troppo e non era possibile contenerla o «girare» i traditori. Ci sarebbe stata anche un’altra possibilità: passare a Piras informazioni «inquinate», ma che sia accaduto o meno, difficilmente lo sapremo e non cambia molto ai fini della pubblicità del caso. Più probabilmente serviva un segnale politico in vista del vertice Nato e dopo le tensioni con il presidente statunitense Donald Trump. Un po’ come accaduto nel 2021 con il capitano di fregata Walter Biot, che vendeva segreti militari all’intelligence russa prima di venire arrestato in flagranza di reato (a maggio la Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per il capitano di fregata della marina già condannato a 29 anni dal tribunale militare nel 2024).

Sesta: a proposito di segnali politici, la pubblicità del caso si spiega anche con una volontà di mandare messaggi sul piano interno a partiti e leader particolarmente sensibili alle posizioni russe?

Settima: torniamo alla «lista della spesa». Il contenuto dovrebbe spingere a rafforzare il rapporto pubblico-privato, sia per condividere con aziende, istituzioni e altri soggetti «attenzionati» quanto emerso sia per favorire e strutturare percorsi virtuosi tra intelligence e industria.

Ottava: da quanto emerge dalle indagini, molte informazioni possono essere state pescate su database; ma tante altre no, soltanto da contatti interni. Se così fosse, ci sarebbe molto da scavare anche internamente.

Nona: infine, anche questa volta nel dibattito pubblico italiano sono stati utilizzati i termini sbagliati. Non sono tutti «agenti». Piras è un ex funzionario dell’intelligence che secondo l’accusa è diventato, in quanto è stato reclutato da un funzionario dell’intelligence russa, un agente russo.

Decima: la vicenda si è conclusa con l’espulsione dei due funzionari dell’ambasciata russa, a cui il governo russo ha deciso di rispondere secondo reciprocità, espellendo due addetti militari italiani a Mosca. Tutto normale, come da copione e da prassi. L’importante è che non si pensi che «queste erano due spie che corrompevano e quindi in Italia non ci possono stare» e che gli altri, compresi quelli che prenderanno il posto di Gorbachev e Astakhov, siano in Italia in vacanza. Citando una vignetta di Altan: «Le spie spiano»; «Robe da pazzi».

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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