L’eroico salvataggio nel cuore di Parigi e l’ombra del sospetto che minaccia di distruggere una famiglia

09 Luglio 2026 - 05:40
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L’eroico salvataggio nel cuore di Parigi e l’ombra del sospetto che minaccia di distruggere una famiglia

 A qualche metro di distanza dalla porta d’ingresso, Jean intravide le scale, le raggiunse e, con il cappotto sulla testa, cominciò a salire. Spintonato dagli ultimi inquilini che scendevano i gradini di fretta, dovette stringersi alla parete. Scosso da quel lontano urlo di donna, si era precipitato nell’edificio ma, appena giunto al pianerottolo del primo piano, quell’iniziativa gli parve tanto vana quanto pericolosa, c’erano buone probabilità di lasciarci la pelle. 

Era davvero quello il suo posto? Fu colto da un urgente bisogno di fuggire e di mettersi al riparo, tanto impellente quanto lo era stato l’impulso di entrare. Stava per rinunciare e tornare sui suoi passi, quando sentì di nuovo quell’urlo. Era lo stesso? Questo veniva dall’alto. Sul pianerottolo una porta era caduta a terra, come se fosse stata sfondata da un ariete. La corrente era saltata. In che direzione doveva andare? Il fuoco attorno a lui creava un frastuono terribile, ma il grido gli giunse di nuovo, simile a un singhiozzo di dolore. Era una follia trovarsi lì… La soglia dell’appartamento sventrato su cui si trovava era già una vera e propria fornace, il fuoco avanzava a una velocità allucinante. Proseguì. 

All’improvviso una parte del soffitto crollò, ebbe giusto il tempo di scansarsi e il contenuto dell’appartamento al piano superiore si schiantò a qualche metro da lui. Jean pensava al pericolo, ma era in preda a una strana eccitazione, una sensazione nuova che non aveva mai provato prima. Dal punto in cui si trovava, l’urlo che l’aveva attirato si sentiva ancora. Era diventato un ruggito, un verso disperato, da ghiacciarti il sangue nelle vene. Era come se qualcuno si stesse dibattendo furiosamente contro una bestia feroce. Guidato da quella voce disumana, si tirò ulteriormente il cappotto sulla testa, scavalcò a fatica alcuni mobili sfasciati, dovette curvarsi ancora per passare lungo un tramezzo in fiamme che scricchiolava minacciando di crollare e riguadagnò le scale con il fiato corto. 

Più saliva, più il calore si intensificava. In quel punto i gradini arroventati iniziavano già a consumarsi, di lì a poco si sarebbero incendiati, avrebbe avuto la possibilità di ridiscendere? A una certa distanza scorse uno squarcio nel pavimento e rimase pietrificato dalla visione improvvisa del corpo di un adolescente incastrato sotto un’enorme stufa di metallo ammaccata che doveva provenire dal piano superiore. Si avvicinò e, benché avesse la vista offuscata dal calore che si sprigionava, non ebbe bisogno di verificare che il ragazzo fosse morto, gli occhi gli erano esplosi. 

Jean provò un dolore immenso. Faceva sempre più fatica a respirare, si asciugava le lacrime, il sudore nel risvolto della manica. Decise di fare marcia indietro, il calore era diventato insopportabile. Qua emergeva la mano di un uomo. Jean rimase colpito dall’anello. Là, vicino a un lavandino conficcato di traverso nel pavimento, il corpo smembrato di una donna, il braccio tranciato che giaceva a due metri da lei lasciava intravedere il candore di un osso, come ripulito, che spuntava dalla guaina sanguinolenta dei muscoli recisi. Jean dovette reprimere un conato di vomito. Tese l’orecchio. Il grido si era zittito. Adesso sentiva solo i sonori crepitii delle fiamme che presto l’avrebbero avvolto se non si fosse deciso ad abbandonare quel luogo. Non ne ebbe il tempo, una trave sopra di lui cedette di colpo. Ebbe l’istinto di alzare le braccia per proteggersi, però lo colpì al petto e si abbatté su di lui. 

Quando riprese conoscenza era steso a terra con quella pesantissima trave sul ventre. Sarebbe bruciato vivo. E all’improvviso tutto si fermò. Immobilizzato, faticava a respirare sotto il peso della trave, ma era come se l’incendio si fosse allontanato. Spento. Come se adesso fosse solo con se stesso e potesse pensare con tranquillità a ciò che era stata la sua esistenza. Per questo aveva provato quella strana eccitazione, era entrato lì per farla finita. La sua presenza all’interno di quell’edificio in procinto di crollare non era un evento fortuito, era un punto d’arrivo. Perché in fin dei conti cos’era stata la sua vita? Un fiasco, nient’altro che un fiasco. Una sensazione di sollievo gli riempì il petto, quasi una gioia. Rivide il cortile della scuola dove era stato “Bouboule”, il bambino che correva più lentamente degli altri, che arrivava sempre ultimo. 

François, che spesso doveva difenderlo, tornava a casa con un occhio nero, di cattivo umore. Poi l’istituto in cui suo padre aveva comprato il diploma che lui non sarebbe stato in grado di ottenere, l’insegna del “Saponificio Pelletier” a cui avevano aggiunto “… & Figlio”, cosa che faceva ridere tutti. Catapultato alla direzione dell’azienda, Jean non sapeva mai che scelta fare, che decisione prendere, le sue rare iniziative erano state catastrofiche. Barricato nel suo ufficio, si torceva le braccia, si grattava a sangue, passava le notti a torturarsi con la voglia di morire. Di fronte all’imminenza del fallimento, era stato costretto a fuggire come un ladro, a partire per Parigi con Geneviève che aveva appena sposato, per diventare un anonimo rappresentante di commercio. 

Quei ricordi gli stringevano il cuore. Chi di noi non rammenta i momenti difficili e amari, i dolori della propria infanzia? La trave era sempre più pesante, persino respirare lo opprimeva, impossibile deglutire, le braccia incastrate gli impedivano qualsiasi movimento. Chiuse gli occhi e gli apparve una giovane donna, poi un’altra, volti su volti, una sfilata da incubo. Avevano tutte più o meno la stessa età, tutte avevano incrociato la sua strada nel momento sbagliato. Quanti rimorsi…

Le belle promesse, Cover

© Calmann-Lévy, 2026
© 2026 Mondadori Libri

Tratto da “Le belle promesse”, di Pierre Lemaitre, Mondadori, 2026, 23€, 408 pagine

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