Il 7 ottobre poteva essere peggio, così Israele ha smesso di aspettare

09 Luglio 2026 - 05:40
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A Tel Aviv, anche nei giorni di festa, in una città che vivere tra ristoranti pieni, musica e tavoli affollati, il 7 ottobre sembra comunque essere sempre presente. Basta parlare con qualcuno per pochi minuti perché la conversazione finisca lì: sulla guerra, sugli ostaggi, su Gaza, sulle responsabilità politiche del governo di Benjamin Netanyahu e sull’assenza, secondo molti, di una strategia chiara per il futuro.

Le critiche non mancano. Anzi, nella città più liberale e cosmopolita di Israele sono frequenti. Ma sotto il dibattito politico c’è una convinzione più profonda che attraversa gran parte della società israeliana: quel giorno non è stato soltanto un attacco terroristico, ma la fine di un’idea di sicurezza.

Per capire quanto sia profondo questo cambiamento bisogna lasciare Tel Aviv e andare verso sud, nei luoghi dove la distanza tra la vita quotidiana e la guerra si misura in poche centinaia di metri.

Kfar Aza è uno di questi luoghi. Il kibbutz si trova a ridosso della Striscia di Gaza: in alcuni punti la barriera di confine sembra quasi a portata di mano. Qui il tempo per raggiungere un rifugio quando suona l’allarme è inferiore a un minuto. Per anni gli abitanti hanno imparato a convivere con i razzi, trasformando l’emergenza in una routine.

Il 7 ottobre quella routine è stata spezzata.

Camminando tra le abitazioni ancora segnate dai combattimenti si percepisce una dimensione diversa rispetto ai numeri delle vittime. Non fu soltanto un attacco a distanza, ma un’incursione dentro le case, nei giardini, nelle strade dei kibbutz. Le stanze blindate costruite per proteggersi dai razzi diventarono il luogo in cui molte famiglie cercarono inutilmente riparo dai miliziani entrati nel villaggio.

Pochi chilometri più a sud, vicino al kibbutz di Re’im, il luogo dove si svolgeva il Nova Music Festival racconta un altro volto della stessa tragedia. Dove migliaia di giovani erano arrivati per ballare all’alba oggi ci sono fotografie, fiori, bandiere e messaggi lasciati dai familiari delle vittime. È un memoriale aperto, visitato continuamente, che rende immediatamente comprensibile perché in Israele il 7 ottobre venga percepito come uno spartiacque storico.

Anche il confronto con l’11 settembre americano aiuta a capire la dimensione del trauma. In termini proporzionali, circa 1.200-1.300 vittime in un Paese di meno di dieci milioni di abitanti equivalgono a decine di migliaia di morti negli Stati Uniti. Ma il paragone non riguarda solo i numeri: riguarda la percezione di vulnerabilità. Per un Paese piccolo, dove famiglie, comunità e istituzioni sono profondamente interconnesse, il colpo psicologico è stato enorme.

E il trauma è stato amplificato da una domanda che continua a tornare: poteva andare ancora peggio?

La risposta, per molti analisti israeliani, è sì. Non perché Hamas avesse la capacità di sconfiggere Israele da solo, ma perché l’attacco avrebbe potuto inserirsi in una guerra regionale più ampia. I documenti interni di Hamas pubblicati e analizzati negli ultimi mesi hanno riaperto il dibattito sul ruolo di Hezbollah e sulle aspettative di Yahya Sinwar rispetto all’apertura di un fronte dal Libano.

La convinzione di Hamas, secondo queste ricostruzioni, era che il 7 ottobre potesse essere l’inizio di una guerra su più fronti. Hezbollah avrebbe potuto attaccare dal nord, mentre l’Iran e le milizie alleate avrebbero potuto contribuire ad aumentare la pressione su Israele. La storia è andata diversamente: Nasrallah scelse di non trasformare l’intervento di Hezbollah in una guerra totale.

Ma proprio il fatto che uno scenario simile fosse stato considerato possibile ha avuto un effetto profondo sulla società israeliana.

In un Paese che si attraversa in poche ore, con una profondità strategica estremamente limitata, l’apertura simultanea di più fronti avrebbe rappresentato una sfida senza precedenti. Per molti israeliani il problema non è più soltanto ciò che i nemici hanno fatto, ma ciò che avrebbero potuto fare.

È questa la chiave per comprendere il nuovo approccio di Israele: la convinzione che aspettare che una minaccia arrivi al confine non sia più sufficiente.

Nelle conversazioni con militari e cittadini ritorna spesso, anche quando non viene detto apertamente, il riferimento al ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza del 2005. Nessuno sostiene che quell’evento sia la causa diretta del 7 ottobre, ma molti lo considerano il momento in cui si è incrinata una convinzione: che lasciare un territorio potesse automaticamente produrre maggiore sicurezza.

Due anni dopo, nel 2007, Hamas prese il controllo della Striscia dopo gli scontri con Fatah. Da quel momento Gaza divenne, agli occhi di molti israeliani, non un territorio semplicemente separato, ma una piattaforma militare da cui Hamas avrebbe costruito nel tempo un apparato sempre più sofisticato.

È da questa esperienza che nasce una parte importante della dottrina israeliana attuale. La deterrenza, i sistemi tecnologici, le barriere fisiche e il controllo a distanza non sono più considerati sufficienti. La risposta è un approccio più preventivo: colpire prima che le capacità dei nemici diventino una minaccia immediata.

È una logica che spiega non solo la guerra a Gaza, ma anche le operazioni contro Hezbollah, gli attacchi in Siria contro infrastrutture iraniane e la disponibilità di Israele a colpire direttamente Teheran quando ritiene necessario.

Il 7 ottobre, insomma, non ha soltanto cambiato il modo in cui Israele combatte. Ha cambiato il modo in cui Israele interpreta il rischio.

A Kfar Aza e a Re’im la sensazione più forte non è soltanto quella di una tragedia passata. È quella di un Paese che ha deciso di non aspettare più che la storia si ripeta. A qualunque costo.

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