L’esercito del surf

23 Giugno 2026 - 11:46
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Del resto, siamo “sotto esami di maturità…” Si scende al Pireo, in quella discesa che apre la Repubblica, e prima ancora che Socrate possa incamminarsi verso la città, lo trattiene un vecchio. Cefalo, fabbricante d’armi, ricco e cortese, siede incoronato per un sacrificio domestico, e accoglie l’ospite con la serenità di chi ha smesso di temere. La vecchiaia, dice, lo ha sciolto dalla tirannia dei desideri, come un servo finalmente liberato da molti padroni furiosi; e quando l’interlocutore insinua che sia il denaro a rendergli lieve il crepuscolo, il vecchio corregge con garbo: conta il carattere che si è costruito, non il censo. Poi, con un gesto che pochi studenti, forzati lettori, ricordano, Cefalo si congeda. Prende parte ai riti, e lascia il ragionamento ai più giovani. Aveva nominato, senza enfasi, ciò che i greci temevano davvero: l’appannarsi del giudizio, non i capelli bianchi.

Dopo oltre un anno e mezzo di seconda presidenza, si fatica a non restare perplessi davanti alle vie estemporanee con cui l’inquilino della Casa Bianca manifesta, dettaglia e impone i propri termini: i messaggi vergati all’alba sulla piattaforma di sua proprietà, le minacce e gli sberleffi affidati al maiuscolo, il lessico che oscilla fra il comizio e il referto medico.

Questa primavera la questione è scivolata, sgradevolmente, nella sfera familiare. Mary Trump, nipote del presidente e psicologa clinica di formazione, ha parlato in pubblico di un declino cognitivo a suo dire serio e ormai evidente, richiamando l’Alzheimer del nonno Fred. Non spetta a me formulare diagnosi a distanza, e la stessa nipote ha avuto l’onestà di ricordare che una psicologa clinica non è una neuropsichiatra. Il punto non è la sentenza clinica. È la domanda che la circonda: di quale e quanta lucidità ha diritto chi è governato?

Qui torna utile un piccolo censimento. Le civiltà, quasi tutte, hanno tracciato con cura la soglia d’ingresso del giudizio. Per votare in conclave un cardinale non deve aver compiuto gli ottant’anni alla morte del pontefice, regola voluta da Paolo VI nel 1970; a Karlsruhe un giudice costituzionale lascia comunque a sessantotto; a Londra una toga della Corte Suprema si ritira a settantacinque; a Roma la Consulta non fissa età, ma pretende decenni di magistratura, di cattedra o di foro. Il Soviet supremo chiedeva ventun anni per esservi eletti, la Dieta giapponese ne chiede venticinque e trenta. Ovunque una linea, all’inizio. Poi si guardi al vertice: la carica esecutiva più potente del pianeta non conosce alcun limite superiore, e la Corte che dovrebbe sorvegliarla siede a vita, senza scadenza né tetto anagrafico. Sappiamo segnare il principio del discernimento. È la sua fine che non si osa valutare.

Eppure proprio la più antica delle istituzioni occidentali aveva fatto della soglia un atto di umiltà. Quando la Chiesa toglie il voto al cardinale ottantenne, ammette che neppure una vita di santità sottrae la mente al tempo. La conoscenza diffusa, condivisa e accessibile mi ricorda che la stessa cosa la sapevano i chiostri dei monasteri , dove la discrezione, la capacità di vedere giusto, era posta a madre delle virtù, e si custodiva, non si presumeva: prudenza chiamavano la retta ragione applicata all’agire, fatta di memoria del passato e di attenzione al presente, le due facoltà che il declino logora per prime. La pagina sacra venera il capo canuto, è vero, ma lega l’onore alla giustizia dei giorni, non alla durata. Lucidità come condizione, mai come privilegio dell’anzianità.

I filosofi greci ci dicono una cosa sola, e la ripetono in molte voci: la saggezza pratica, l’arte di deliberare bene intorno al bene, non è un possesso eterno, si guadagna con gli anni e con gli anni può consumarsi. Ci dicono che governa bene chi ha la mente nella sua forma migliore, non chi è semplicemente rimasto al suo posto. Mi ricorda un amico cattedratico di Filosofia del Diritto che ciò che ci lasciano, scolpito nella lingua, è un indizio che vale più di mille sentenze: la parola con cui chiamavano il giudizio, il separare e il distinguere, è la radice stessa della nostra parola giustizia. Il diritto alla chiarezza del giudizio, per loro, non apparteneva a chi comanda. Apparteneva alla città, che affida a un altro la decisione e ha titolo e facoltà di esigere che quella mente sia desta.

I romani ci fanno giungere due cose. La prima è un’idea di diritto: una mente che non è più padrona di sé va protetta e non sfruttata, e l’attitudine a compiere atti validi si misura sul senno, non sull’anagrafe; il loro Senato era pur sempre il consiglio degli anziani, ma l’autorità dei vecchi era prestigio che orienta, non comando che ordina, e il comando restava sempre a termine. La seconda è un’immagine, la più chiara che ci abbiano consegnato sul congedo con onore. Cincinnato, chiamato dall’aratro alla dittatura, che, scampato il pericolo, depose il potere assoluto in pochi giorni e tornò al suo campo oltre il Tevere.

La repubblica che più lo ha eletto a padre, quella americana, che fece di Washington il proprio Cincinnato e ne intitolò la società dei reduci, sembra aver smarrito la seconda metà del racconto: non la presa del potere, ma il sapere come deporlo sereni. Ce l’avevano scritto, in una pagina vergata da un vecchio: l’età è bella quando è raccolto di una vita ben spesa, e si fa amara soltanto quando ci si aggrappa.

Altrove l’anziano che si ritira non viene scartato, viene innalzato, e proprio perché si ritira. La pietà filiale dell’Oriente confuciano fonda sull’obbligo dei giovani verso i vecchi; eppure la stessa Cina fissa a diciotto anni la capacità di giudizio del cittadino e riserva alla saggezza il ruolo del consiglio, non del comando perpetuo. Nelle società dell’Africa centrale e sotto il grande deserto, il consiglio degli anziani siede all’ombra dell’albero della parola, e l’antico parla per ultimo, vincolando poco con la forza e molto con il rispetto. Il vecchio dei nativi d’America custodisce la memoria e consiglia, appunto perché non ha più bisogno di prevalere. Persino il Nord Europa secolarizzato, che ha assottigliato i riti, ne ha trattenuto la sostanza: la cattedra emerita, la dignità della pensione, il leader scandinavo che lascia all’apice della stima e non un minuto oltre. L’onore degli emeritus sta nel congedo.

E qui, forse, conviene affidarsi a chi non porta il nostro stesso fardello. Il Novecento, il secolo breve, ci ha consegnato un riflesso che fatichiamo a smontare: il culto del vecchio capo provvidenziale, la fila dei gerontocrati impettiti sul mausoleo, l’idea che la durata sia di per sé una credenziale. Una generazione cresciuta dentro quel riflesso esita a tracciare la soglia, perché teme di mancare di rispetto. Chi viene dopo non ha quel timore. Per i nativi del secolo veloce la competenza non si presume, si verifica, e si verifica in tempo reale, di continuo, sul ritmo di un riscontro che arriva in pochi istanti; un potere amministrato all’alba a colpi di maiuscolo, ai loro occhi, non è venerando, è semplicemente in ritardo sul flusso.

Misurano la lucidità in latenza. Un’intera generazione lo aveva intuito già nel 1964, quando Catherine Spaak, versione cantante, con Noi siamo i giovani, I giovani più giovani… chiamava i suoi coetanei l’esercito del surf. Ogni stagione ha la sua onda e il suo esercito. Questo, cavalca un’onda assai più rapida. Diamogli atto, e diamogli una possibilità: liberi dai retaggi del secolo breve, con i parametri del secolo veloce in mano, potrebbero essere proprio loro a ridisegnare la linea che noi non osiamo più toccare. Pagheranno un prezzo: la memoria corta, l’insofferenza per il tempo lungo delle cose; ma la soglia, quella, sapranno vederla.

L’Europa, con i suoi mandati a termine e i suoi pensionamenti scritti in Costituzione, sarà pure lenta, sarà pure grigia, ma di quella soglia ha conservato almeno la memoria. Il resto, magari, senza scomodare un ripasso del De Senectute, lo scriverà davvero l’esercito del surf.

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