Lettera del Consiglio d’Europa a 5 Paesi sui ‘centri di rimpatrio’: “Più misure a tutela dei diritti umani”
Bruxelles – Qualsiasi piano per i “centri di rimpatrio” deve essere conforme al diritto internazionale e rispettare i diritti umani. È il messaggio delle lettere inviate l’8 luglio dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ai ministri responsabili delle politiche migratorie di Austria, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi. Il motivo è che i cinque governi hanno espresso l’intenzione di collaborare tra di loro per istituire dei centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, con le iniziative che verranno idealmente “concretizzate” entro la fine del 2026 per poter passare “all’attuazione nel 2027”.
Già a settembre 2025, nelle conclusioni del suo rapporto ‘Politiche di asilo e migrazione esternalizzate e diritto internazionale dei diritti umani’, O’Flaherty aveva sottolineato che “l’invio di persone verso i centri di rimpatrio avrebbe comportato notevoli rischi per i diritti umani”. Per questo motivo, il commissario ha proposto di includere nei piani per i centri rimpatrio quattro “garanzie” fondamentali.
Innanzitutto, prima di qualsiasi iniziativa per l’istituzione di centri di rimpatrio dovrebbe esserci una valutazione completa dei rischi diretti e indiretti per i diritti umani. Questa dovrebbe basarsi su una “analisi rigorosa di fatto e di diritto” e promuovere un piano per “prevenire, mitigare o porre rimedio a tali rischi”. Gli Stati membri dovrebbero anche garantire che i centri di rimpatrio siano soggetti a un “monitoraggio adeguato, indipendente e continuo dei diritti umani, con solidi meccanismi di revisione e sospensione”. In terzo luogo, la cooperazione tra Stati sul tema dovrebbe inoltre basarsi su accordi giuridicamente vincolanti che includano clausole applicabili in materia di diritti umani. L’ultima garanzia è garantire “il controllo parlamentare, pubblico e giudiziario” rendendo pubbliche “valutazioni del rischio, i piani di mitigazione, i risultati del monitoraggio e gli accordi.
Ad oggi (16 luglio) Austria, Germania, Grecia e Paesi Bassi hanno risposto al commissario, ringraziandolo per la lettera, riaffermando l’impegno ad attuare politiche migratorie pienamente aderenti al diritto internazionale e al diritto UE e definendo “fondamentale” che la progettazione e la messa in funzione dei centri di rimpatrio siano conformi a tali norme internazionali e UE. I centri di rimpatrio sono strutture gli Stati membri dell’Unione potrebbero istituire in Paesi terzi. Secondo le istituzioni UE, verrebbero “utilizzate per ospitare i migranti irregolari che non hanno il diritto di rimanere nell’UE”. In realtà i termini reali sono più duri di questi. Con le nuove norme previste dal Regolamento Rimpatri, chi è soggetto a un ordine di rimpatrio è obbligato a lasciare il territorio europeo e a cooperare con le autorità. In caso contrario, può essere trattenuto fino a 24 mesi, con possibilità di proroga. Inoltre, il regolamento, apre alla possibilità di trasferire i migranti in centri situati fuori dall’UE, in Paesi terzi disposti ad accoglierli sulla base di accordi bilaterali, sul modello dei centri italiani in Albania. Su questi ultimi, però, è arrivato già un altolà dall’avvocata generale della Corte di giustizia UE secondo cui, anche se è possibile per un Paese concludere accordi bilaterali in materia di asilo soltanto in quei settori che non sono già stati ‘armonizzati’ dal diritto UE, il Protocollo tra Italia e Albania e la normativa nazionale di attuazione non sembrano contenere norme chiare e precise che consentano di garantire l’insieme dei diritti. Infine, sul piano politico, alcuni leader, come il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sanchez, hanno sollevato critiche ai centri ed espresso la loro forte contrarietà.
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